Ecomafie: il lato oscuro dei rifiuti

Per smaltire e trafficare rifiuti basta una partita Iva, un capannone con un po’ di ferraglia più o meno funzionante, qualche camion e una oliata rete di clientele e malaffare. Le vie dei rifiuti sono lastricate di troppi malintenzionati, società che sfruttano le incertezze delle filiere di gestione e soprattutto carenze nella governance, pubblica e/o privata.
Antonio Pergolizzi, 29 Novembre 2016
Micron
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Giornalista e saggista

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Per smaltire e trafficare rifiuti basta una partita Iva, un capannone con un po’ di ferraglia più o meno funzionante, qualche camion e una oliata rete di clientele e malaffare. Un reticolo di Srl che rappresenta la vera spina dorsale del diavolo ecocriminale.
Le vie dei rifiuti sono, infatti, lastricate di troppi malintenzionati, società che sfruttano le incertezze delle filiere di gestione e soprattutto carenze nella governance, pubblica e/o privata. I modelli criminogeni, imperniati su rendite monopoliste ricavate dal controllo di discariche e vecchi impianti, hanno radici profonde in Italia, avendo costretto fino a oggi intere comunità a convivere con modelli fortemente inquinanti e inutilmente costosi. Messa in moto, una spirale perversa che rischia di andare avanti finché c’è chi la finanzia e la legittima dalle sedi istituzionali a suon di delibere e ordinanze o di non-scelte. Come dimostra il caso di Roma, ostaggio per decenni del sistema-Cerroni, che ha allungato le mani fino in Umbria e pure oltre confine.
Con il risultato che la Commissione Ue ha condannato nel 2014 (Causa C-196/13) il nostro Paese per la gestione scriteriata di ben 155 discariche, che si spalmano su tutto lo stivale.
Raccontano le indagini che i proprietari di impianti e mezzi logistici inscenano trattamenti e finti costi di gestione al fine di falsificare i formulari (Fir) e guadagnare extra budget completamente in nero. I capannoni, insomma, servono per esercitarsi nel ‘giro bolla’.
Con le partite Iva si possono vincere appalti e sub appalti per la gestione dei rifiuti urbani e offrire servizi a prezzi imbattibili ai produttori di rifiuti speciali, ciò che conta è stare sul mercato e c’è un tariffario per tutto. Chi ha impianti per schermare i passaggi illeciti e professionisti al soldo fa tutto in casa, chi non li ha bussa alla porta di qualcun’altro e ci si mette d’accordo, in un modo o nell’altro.
Purtroppo, i rifiuti sono sempre stati una specialità delle mafie, rispondendo innanzitutto a una storica assenza di strategia politica. Appena qualche giorno fa, il tribunale di Santa Maria Capua Vetere ha condannato due imprenditori casertani, Generoso Roma e Vincenzo Ucciero per disastro ambientale (il primo a 8 anni, il secondo a 3) e una messe di reati ambientali. Due nomi noti, due dei protagonisti che hanno trasformato le campagna tra le provincie di Napoli e Caserta nella famigerata “Terra dei fuochi”. S’erano dedicati con passione a un lavoretto facile: ritirare fanghi di depurazione delle acque reflue e altri rifiuti, farli transitare presso gli impianti della Siser, gioiello di proprietà della famiglia Roma, e dopo aver simulato operazioni di trattamento scaricarli nottetempo, tal quale, sui terreni agricoli dei comuni di Villa Literno, San Tammaro, Castel Volturno e Caivano. Incassando solo in un anno e mezzo più o meno 4 milioni di euro.
E ancora, il 24 novembre di quest’anno la Corte di Cassazione ha reso definitiva la confisca di beni per oltre 8 milioni di euro sottratti a Carlo Samà, imprenditore del settore dei rifiuti di Amantea, in provincia di Cosenza, già condannato per associazione a delinquere di stampo mafioso nell’ambito dell’operazione denominata Nepetia che nel 2007 portò all’arresto di 23 persone. Un impero tirato su grazie alle sue cinque imprese specializzate nella gestione e trasporto dei rifiuti e che la calamita della cosca Gentile portava dritti tra le sue braccia.
Eppure, oggi, sarebbe lungo l’elenco degli imprenditori dello stesso conio, figli dello stesso dio, che dopo aver accumulato soldi e consenso sociale e politico seppellendo in maniera criminale pattume tossico, scampando con pochi graffi a indagini e processi (grazie soprattutto alla carenza di norme e di controlli effettivi), oggi rivendica con orgoglio il proprio ruolo di prestigio nella cosiddetta società civile e laboriosa. Avendo fatto terra bruciata prima, adesso si muovono indisturbati e senza affanni.
Da qualche anno si muovono in questo settore anche solo allo scopo di ‘lavare’ denaro sporco e mettere le mani sugli impianti. E non sempre gli emissari delle cosche si muovono in modo felpato. Capita pure che qualcuno si metta di traverso e allora scattano le rappresaglie.
Il racket dei rifiuti serve a mettere in fuga i concorrenti, a creare le condizioni per le emergenze e per il caos, da sempre alleato perfetto dei clan. È questa una delle ipotesi al vaglio degli inquirenti sulla lunga catena di incendi che sta colpendo impianti di trattamento di rifiuti in tutta Italia. Solo in Veneto nell’ultimo anno se ne sono contati circa 25.
Allargando lo sguardo, appare evidente che l’economia criminale legata ai rifiuti sia un sottoprodotto del mercato tout court, ed è condizionata da aspetti extra economici, traendo nei meccanismi della corruzione (green corruption) un prezioso alleato. Se la logica del profitto senza etica, sganciato completamente da preoccupazioni sociali e ambientali, è un naturale scivolo all’illegalità, è altrettanto vero che il livello e la qualità del capitale sociale e dei network sociali condizioni altrettanto marcatamente i modelli effettivi di governance nella gestione dei servizi pubblici e nella tutela dei beni comuni. Le scelte politico-amministrative, soprattutto nel caso dei rifiuti solidi urbani (di competenza pubblica), e quelle prettamente economiche (o di politica economica) nel caso dei rifiuti speciali (di competenza privata) si rivelano determinanti nel definire gestioni più o meno efficienti, determinando in ultima analisi anche il grado di penetrazione criminale.
Penetrazione che ha la ‘forma dell’acqua’ e muta al mutare dei tempi e delle condizioni in cui opera. Se all’inizio l’illegalità si manifestava essenzialmente con il mero smaltimento illecito, oggi si proietta sempre di più verso il ‘riciclo in nero‘, sfruttando l’enorme potenziale economico legato al recupero, soprattutto di materia, e gli stessi incentivi normativi (che aprono ulteriori margini di discrezionalità in cui i ‘professionisti della truffa’ sguazzano). Scarti metallici e di alluminio, Raee, vetro, plastica, sono alcune delle tipologie più gettonate dai trafficanti. Nelle maglie dei controlli delle forze dell’ordine ci finiscono sempre di più società e impianti dediti al riciclo, che operano però in maniera completamente illegale.
Nei giorni scorsi, i carabinieri del Noe di Perugia hanno sequestrato oltre 300 tonnellate di Raee (rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche) gestiti in maniera illecita da due ditte di Gualdo Tadino, entrambe sequestrate. Una di queste, infatti, classificava i rifiuti (pc, monitor, tv, stampanti, ecc.) direttamente come materia prima seconda, senza adoperarsi con le preliminari attività di trattamento/selezione, mentre il compito dell’altra ditta era di commercializzarli così com’erano.
Vicenda paradigmatica di cosa sia oggi il traffico di rifiuti, che oltre a cristallizzarsi sui vecchi sistemi legati alle discariche (più o meno legali) assume sempre più connotazioni pseudo imprenditoriali, succhiando risorse all’economia circolare, che è il futuro. Il ‘riciclo in nero’ è il nuovo spauracchio con il quale fare i conti, basti pensare anche alla recente inchiesta bresciana portata a termine dai carabinieri del Ros (battezzata Rifiuti 2), dove tonnellate di rifiuti pericolosi di ogni genere (compresi fanghi e scarti del lavaggio delle navi) venivano spacciati e venduti come semplici scarti ferrosi destinati ai forni delle acciaierie del posto.
Prima ancora delle repressione, serve concentrarsi sulla prevenzione, innanzitutto cambiando le logiche che hanno spianato la strada al caos e al malgoverno del territorio, a praticoni e faccendieri, prima di tutto nella gestione dei rifiuti. Servono buone politiche pubbliche di governo dei beni comuni, moderni sistemi di controlli e di compliance e un’economia finalmente giusta e radicata nella società (declinata al plurale), prima che tutto diventi business e finisca per essere stritolato dalle leggi del mercato, anche di quello ecocriminale.

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