Elettronica organica, ma made in Cina

Luca Bianchi è un Post-doc di 35 anni che sintetizza polimeri per l’elettronica organica alla Southern University of Science and Technology a Shenzhen, in Cina. In questa puntata di Galapagos una città cinese sorprendentemente ricca, eco-friendly, e dove si lavora senza sosta.
Stefano Porciello, 07 Febbraio 2018
Micron
Micron
Relazioni internazionali e Studi europei

La Cina non è più il paese in cui si producono soltanto vestiti a costi stracciati, o riproduzioni posticce dei cellulari occidentali. Possiamo continuare a pensarlo, se vogliamo, ma la realtà è – almeno in parte – molto cambiata. Proprio sulle nostre pagine Pietro Greco ha spiegato come la Cina potrebbe candidarsi a diventare il nuovo leader ecologico mondiale; mentre la sua importanza economica a livello globale sta continuando a crescere anche grazie anche alla nascita e al consolidamento di “hub” high-tech come Shenzhen.
Shenzhen si trova nel sud-est della Cina e si è espansa a un ritmo incredibile: è passata da poche centinaia di migliaia di abitanti a un numero indefinito tra i 10 e i 20 milioni, in soli 40 anni. La città sta attirando da tutto il mondo aziende, persone e capitali; i ricercatori occidentali, anche molto specializzati, non fanno eccezione.
Luca Bianchi è un chimico nato a Umbertide, vicino Perugia, e ha 35 anni. Dopo un dottorato a Urbino in chimica organica e un primo Post-doc nel laboratorio in chimica verde dell’Università di Perugia, da nove mesi ha iniziato un secondo Post-doc proprio alla Southern University of Science and Technology di Shenzhen. Luca si occupa di elettronica organica nel laboratorio del Prof. Xugang Guo: «Faccio la sintesi dei polimeri che vanno a sostituire il silicio nei pannelli fotovoltaici o nei transistor organici», racconta. «Cioè io faccio il materiale, il polimero, e poi qualcuno – sempre in quel laboratorio – lo studia».

METTENDO ALLA PROVA POLIMERI ORGANICI
La “chimica verde” non è una disciplina nuova. Si tratta di «Cercare di ridurre i rifiuti prodotti in una reazione, e anche cercare di limitare i processi tossici o di utilizzare materiali tossici», spiega Luca. In un certo senso, è un diverso approccio alla produzione dell’industria chimica. L’obiettivo della ricerca di Luca è produrre polimeri fotosensibili, che reagiscano alle onde luminose producendo corrente elettrica. «Utilizzare i polimeri può essere vantaggioso per abbassare i costi di produzione. E inoltre si ha anche il vantaggio di fare dei dispositivi che possono essere flessibili», spiega.
Ovviamente non è necessario rimpiazzare definitivamente il fotovoltaico basato sul silicio, ma si possono produrre nuovi tipi di pannelli che per le loro caratteristiche – come la flessibilità o la trasparenza – potrebbero permetterci di creare prodotti inusuali, o completamente nuovi, come le vetrate che producono energia. E mentre sul mercato esiste già qualche prodotto basato si polimeri, la ricerca sta affrontando due problemi fondamentali di questo tipo di tecnologia: l’efficienza e la stabilità. Se l’efficienza, che è la quantità di energia prodotta da una certa quantità di luce, è un problema relativo, produrre dei polimeri che siano anche “stabili” è molto più difficile: «Devono avere un tempo di utilizzo e di vita sufficientemente lungo», spiega Luca. Magari quindici, vent’anni. «Diciamo che, rispetto a una volta, già s’iniziano a vedere delle buone performance, ed è sempre più difficile fare cose che esaltino».
Nei suoi primi nove mesi in Cina, Luca ha lavorato alla sintesi dei monomeri, cioè quelle molecole più semplici che, una volta aggregate tra loro, saranno l’unità strutturale base dei polimeri. «Qualche monomero l’ho spedito a Perugia, perché lo devono studiare qua: devono fare le polimerizzazioni in maniera green, utilizzando dei sistemi più green rispetto a quelli che utilizziamo noi». A Shenzhen, infatti, Luca sintetizza i polimeri a partire dallo stagno e già riuscire a produrli senza questo elemento sarebbe un ottimo risultato.

UN BALZO NEL FUTURO
«Ho notato una tecnologia tanto avanzata», racconta, parlando della Cina. «Per esempio: quando sono andato là, avevo il cellulare tutto scassato, a cui non funzionava la fotocamera. Solo che mi sono trovato un po’ male per questo, perché tante cose, anche alcune macchinette all’università, accettano solo pagamenti con il cellulare. Anche nei negozi, scannerizzando il Q-code, paghi senza contanti». Serve un po’ di adattamento, ma tutta questa tecnologia è anche «Molto comoda, dopo. Una volta che hai il cellulare che funziona».
L’università è molto moderna, racconta Luca: «Praticamente è un cantiere aperto, perché è sempre in rinnovamento». Il suo laboratorio non è molto diverso da quelli in cui ha lavorato in Italia: magari alcuni macchinari sono nuovi, ma «La cosa che mi ha colpito di più – dice – è l’ordinazione dei prodotti, o di qualsiasi altra cosa. È molto semplice, è molto più immediato acquistare il materiale. Per esempio: mi serve un solvente, lo ordino oggi e nel giro di due-tre giorni arriva». Siccome in Italia serviva molto più tempo, era fondamentale programmare in anticipo il lavoro e sapere quali prodotti (e quali quantità) era necessario acquistare per portare a termine un progetto. In Cina, invece, «Ci si può permettere anche di improvvisare», mi spiega.

«È VERAMENTE UN ALTRO MONDO»
Tuttavia, l’attività scientifica è tutt’altro che improvvisata. Si lavora bene, e molto. «Dove sono io – racconta Luca – pubblicano anche su riviste di alto livello, e stanno molto attenti». L’università è aperta giorno e notte, tutti i giorni, tanto che i suoi colleghi generalmente non sfruttano il weekend per stare lontani dal lavoro: «Anche la domenica, si può trovare sempre qualcuno in laboratorio. È un luogo sociale anche quello, per loro». Gli studenti lavorano altrettanto duramente e sono molto dediti allo studio, tant’è che i campi da tennis, da basket, la piscina e i tavoli da biliardo a loro disposizione all’interno del campus sono fin troppo spesso vuoti.
Chiedo a Luca se le persone intorno a lui abbiano discusso il recente congresso del Partito Comunista, che ha consacrato il Presidente Xi Jinping come uno degli uomini più importanti della storia della Repubblica Popolare Cinese, o se siano consapevoli dell’importanza che la Cina sta assumendo sulla scena internazionale. «Sono persone che orgogliose del loro paese, sicuramente», risponde. «E anche per come lavorano, si meritano di essere una potenza che sono».
È proprio la politica, infatti, ad aver avuto un ruolo fondamentale nello sviluppo di Shenzhen: si è trattato di una delle primissime Zone Economiche Speciali della Cina, titolo che – semplificando un poco – ha permesso ai capitali stranieri di arrivare sul territorio a partire dagli anni ‘80. Nel 2016, secondo le statistiche ufficiali, il PIL della città superava i 300 miliardi di dollari: per capirci, la città aveva prodotto una ricchezza comparabile a quella dell’intera Irlanda. Guardate delle foto e difficilmente riuscirete a distinguere Shenzhen da una modernissima metropoli occidentale. «Ci sono un sacco di ricchi, almeno dove sono io», conferma Luca. Che è rimasto anche sorpreso dall’attenzione che le persone dimostrano nei confronti dell’ambiente: «I mezzi pubblici sono molto efficienti, […] le macchine spesso sono elettriche. I motorini sono tutti elettrici», racconta. E non a caso Shenzhen è la prima città della Cina ad aver completato la transizione alla mobilità elettrica dell’intera flotta di autobus della città.
«È veramente un altro mondo. Un altro mondo proprio. Ed è affascinante anche per quello», mi dice Luca prima che finisca l’intervista. «Per il futuro sono aperto a tutto», dice: anche a partire di nuovo, per un altro paese. Per ora, resterà in Cina fino a marzo 2019. E chissà che non riesca davvero a sintetizzare il polimero che cambierà per sempre il fotovoltaico in tutto il mondo.

Commenti dei lettori


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

    X