Fake news scientifiche. Di chi è la responsabilità?

Anche chi fa scienza dovrebbe imparare a contrastare le false notizie. Collaborando con la stampa, spiegando e contestualizzando le ricerche. Le istituzioni dovrebbero controllare costantemente la circolazione di fake news, e i motori di ricerca rimuovere gli studi ritrattati. Le riflessioni di Dominique Brossard, esperta di comunicazione scientifica che ha affrontato l’argomento al meeting annuale dell’American Association for the Advancement of Science.
Tina Simoniello, 20 Febbraio 2017
Micron
Micron
Giornalista freelance

Dagli untori della peste alle terapie contro il cancro miracolosamente prive di effetti collaterali, dai vaccini che provocano l’autismo ai frutti esotici che sciolgono i grassi, di fake news a carattere scientifico ne abbiamo sentite e lette a bizzeffe. E da secoli.
La novità, la notizia vera e tutt’altro che fake, sta nella velocità con la quale oggi grazie ai social media le bugie (questo sono, bugie) circolano, e nella capacità che hanno di raggiungere platee enormi di popolazione, per gran parte prive di conoscenza scientifica, l’unico anticorpo possibile in grado di permettere di riconoscere le notizie false per quelle che sono, cioè bufale. Con tutto quello che ne deriva, anche in termini di rischio per le comunità soprattutto nel campo della salute (la controversia sui vaccini insegna). La questione delle false notizie scientifiche ai tempi di Facebook e Twitter, è stato uno degli argomenti del meeting annuale, tenutosi lo scorso febbraio a Boston, dell’American Association for the Advancement of Science, in particolare dell’intervento di Dominique Brossard, docente di comunicazione delle Scienze della vita all’Università Wisconsin-Madison.
Prima di tutto l’esperta ha voluto chiarire cosa è una fake news: è una notizia – spiega – prodotta utilizzando false informazioni allo scopo di condividerla e influenzare la gente. Una definizione perfetta, essenziale, quella da cui è partita Brossard. Per la scienza, tuttavia, una definizione così secca potrebbe risultare oscura, poco chiara, come dice lei stessa. Insufficiente, secondo noi.

FAKE O CATTIVA INFORMAZIONE
Partiamo da un esempio: immaginiamo uno studio condotto su 10 ultraottantenni malati di cancro, 9 dei quali sono stati grandi bevitori di caffè (ma magari anche buone forchette, moderati fumatori, amanti del cinema francese eccetera ecc.). Lo studio (reale, non di fantasia) viene pubblicato su una rivista medica. È un piccolo studio osservazionale, dal carattere assolutamente preliminare, come probabilmente gli stessi autori precisano nel testo. Dopo qualche giorno, magari su un piccolo giornale, on line o di carta, compare il titolo: “la caffeina provoca il cancro”. Qualche ora ed è su Facebook, qualche minuto e milioni di persone lo leggono, e molti di loro pensano sia vero: 9 su 10 che hanno bevuto tanto caffè per 60 anni si sono ammalati, non sarà un caso! E magari la fanno finita con l’espresso per abbattere un rischio oncologico che in realtà non stanno correndo. Perché naturalmente la caffeina non provoca il cancro, o magari un giorno scopriremo che lo provoca davvero, non lo sappiamo (la scienza non è, ma diviene); comunque non lo si può dedurre dallo studio in questione, che semplicemente ha osservato le abitudini di un numero limitato di pazienti anziani con il cancro.
Allora ci si chiede: una notizia che anche non sia costruita di sana pianta per influenzare l’opinione pubblica, ma che sia soltanto molto inaccurata, imprecisa, decontestualizzata, e scritta e riportata male, è solo cattiva informazione oppure è una fake news, visto che alla fine lo diventa di fatto? Difficile rispondere. Ma utile rifletterci sopra. Brossard lo fa concludendo che: «Nel mondo scientifico è un problema stabilire dove sia il confine tra cattiva comunicazione della scienza e fake news».

IL POTERE DELLA SPERANZA
Le fake news scientifiche, in particolare quelle mediche, hanno caratteristiche proprie. A differenza di altri tipi di notizie – ragiona l’esperta di comunicazione – le notizie scientifiche inaccurate si diffondono molto velocemente sui social anche, e spesso, perché danno speranza. Chi ha un parente ammalato di Alzheimer tende a scambiarsi storie su nuove terapie contro questa malattia (magari testate soltanto su colture di cellule nervose o su 10 ratti), perché offrono una piccola illusione, un conforto.
Con le dovute differenze, è un po’ la questione del cosiddetto ‘bias di conferma’ della psicologia cognitiva applicato alla sofferenza: le notizie a cui crediamo sono quelle che confermano i nostri pregiudizi. In questo caso non di pregiudizi si parla, piuttosto di consolazione, bisogni emotivi di sicurezza e di prospettiva. Ma il meccanismo – ci sembra – è più o meno quello. Tendiamo a credere e a leggere e scambiare quello che vorremmo fosse vero. In fondo perché ne abbiamo davvero bisogno.

FACEBOOK VS FAKE
Facebook, come hanno fatto sapere da Menlo Park ormai un paio di mesi fa, si sta attrezzando per limitare la diffusione di fake news. In che modo? Prima di tutto coinvolgendo gli stessi utenti, che avranno l’opzione di cliccare sul lato destro della notizia qualora non la ritenessero veritiera, e poi dotandosi di un apposito software per individuare le fake trainanti, che verranno inoltrate a un consorzio di giornalisti. I quali a loro volta le verificheranno. Le storie ritenute false verranno etichettate come ‘contestate da controlli terzi’. Un meccanismo apparenterete farraginoso, ma che forse una volta a regime un qualche effetto positivo potrebbe sortirlo, almeno limitando il numero di notizie false in libera circolazione. O no? Ebbene, secondo Brossard gli sforzi di Zuckerberg non risolveranno il problema delle fake news scientifiche. «Potremmo non avere a che fare non con una fake story – ragiona – ma solo con una storia riferita male, divulgata male». Oppure potrebbe trattarsi di un piccolo studio. Insomma ci risiamo, il confine tra storia fake e storia mal interpretata, decontestualizzata ecc. è oscuro. E allora? Per la scienza non c’è speranza?

IMPARARE  A COMUNICARE CON I GIORNALISTI
La speranza c’è. Eccome se c’è, e secondo noi si potrebbe in fondo riassumere con tre parole: apertura, collaborazione e responsabilità. A partire dai ricercatori e dalle istituzioni. Secondo Brossard, tre cose possono fare gli uni e le altre per contribuire a migliorare la comunicazione della scienza e limitare le bufale scientifiche.
Gli scienziati, ha riferito, «devono sapere davvero quello che fanno quando comunicano il loro lavoro». Le scienze sociali insegnano, riflette, che offrendo più informazioni alla gente non si cambiano le menti, in realtà si corre il rischio di confonderle. C’è bisogno di trovare un terreno comune con i non scienziati: bisogna essere disponibili a parlare e a lavorare con i giornalisti e ad aiutarli a contestualizzare le ricerche. Gli scienziati devono imparare a parlare del loro lavoro, devono saper uscire fuori da loro stessi «se non impariamo a farlo, il giornalista chiama qualcun altro (…) È nostra responsabilità quella di assicurarsi che notizie false o riportate male non si diffondano».

ELIMINARE GLI STUDI RITRATTATI 
Infine, i motori di ricerca dovrebbero eliminare dai risultati di ricerca gli studi ritrattati. Brossard cita lo studio di Andrew Wakefield del 1998, che collegava autismo e vaccini. Quello studio è ancora disponibile in rete, anche se contrassegnato come “ritrattato”. «Ma questo – ragiona – non sempre è importante per una madre o un padre preoccupato per la salute del loro bambino». Ribadire a quei genitori che non c’è nessuna prova scientifica che confermi le conclusioni di quella pubblicazione non è detto che sia efficace. «Non è che le persone non si fidino della scienza, è che useranno la scienza che si adatta alle loro credenze» E magari quei genitori continueranno a parlare di quello studio su Facebook e tra le persone come loro, con la loro stessa mentalità. Che vivono nella loro stessa ‘bolla’.

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