Fake science: un’inchiesta svela il business delle pseudoriviste scientifiche

La notizia è di quelle destinate a sconvolgere il mondo accademico. Che esistessero riviste e articoli scientifici di dubbio valore lo si sapeva già, ma ora un’inchiesta condotta da 23 prestigiose testate internazionali, fra cui il quotidiano francese Le Monde, svela l’ampiezza del fenomeno ‘fake science’.
Irene Sartoretti, 24 Luglio 2018
Micron

La notizia è di quelle destinate a sconvolgere il mondo accademico. Che esistessero riviste e articoli scientifici di dubbio valore lo si sapeva già, ma ora un’inchiesta condotta da 23 prestigiose testate internazionali fra cui il quotidiano francese Le Monde, svela dati alla mano l’ampiezza del fenomeno fake science.
Un fenomeno che purtroppo, stando all’inchiesta, è in crescita esponenziale. Di quanto sia in rapida crescita ce lo dice il fatto che nella banca dati SCOPUS, istituzione che monitora la qualità della letteratura scientifica, nel 2004 venivano individuati a livello internazionale 1.894 articoli scientifici di dubbio valore.
Oggi la cifra è salita a 59.433, corrispondente a quasi il 3% della produzione scientifica.
Nel mirino dell’indagine condotta dalle 23 testate internazionali sono finite case editrici prive di scrupoli, come la cinese Scientific Research Publishing, che pubblicano riviste open access dai nomi altisonanti in cui si trovano articoli di ricercatori da tutto il mondo. Ma, a differenza delle vere riviste scientifiche, quelle che fanno della fake science non hanno né comitato editoriale né peer review, che tradotta in italiano altro non è che la valutazione dell’articolo fatta da due o più esperti in materia.
Per pubblicare nelle riviste di fake science, basta qualche centinaio di euro e il gioco è fatto. In tempi brevissimi, a differenza di quelli richiesti dalle vere riviste scientifiche, un ricercatore vede il proprio articolo pubblicato. Le ragioni per pubblicare nelle pseudoriviste scientifiche sono diverse. Si va dal voler promuovere un farmaco falso al voler difendere cause dubbiose come quella contro i vaccini, passando per la volontà dei ricercatori di gonfiare il proprio cv in vista di un concorso universitario.
I Paesi dove il fenomeno della fake science è più diffuso sono, nell’ordine, Albania, Kazakistan, Indonesia, Nigeria, Iraq, Siria, India, Libia, Malesia e Yemen.
L’Europa non si salva dal fenomeno e, con essa, l’Italia. Fra i Paesi dell’OCSE, per numero di articoli di dubbio valore scientifico, il nostro paese si piazza al quarto posto, davanti a Israele, Giappone, Germania, Francia, Regno Unito e Norvegia e solo dopo Messico, Turchia e Corea del Sud, cui spetta il primo posto.
Alcuni autori dell’inchiesta, oltre a limitarsi, si fa per dire, a raccogliere dati, sono andati ben oltre, facendo un esperimento.
Hanno sottoposto alla rivista turca Journal of Integrative Oncologyedita dalla casa editrice indiana Omics un articolo scientifico palesemente falso. Nell’articolo, venivano esposti i risultati di un fantomatico studio sulla propoli in cui la sostanza prodotta dalle api veniva indicata come miglior cura contro i tumori. In men che non si dica, l’articolo è stato pubblicato, pur trattandosi di una bufala.
Le riviste di fake science fanno la gioia dei produttori di finte medicine, che purtroppo non mancano.
Nell’inchiesta pubblicata da Le Monde, viene ricostruita la storia di due aziende, la Immuno Biotech e la Firts Immune, produttrici di finti farmaci dai poteri curativi straordinari, purtroppo solo sulla carta. Prima che le due aziende finissero a giudizio, i giornalisti di Le Monde spiegano come si potesse andare sul loro sito e in qualche click accedere alle prove scientifiche (taroccate) sulla validità dei loro farmaci. Le prove erano pubblicate in riviste dai titoli seriosissimi, come American Journal of Immunology, ma dagli articoli palesemente fasulli.
Talvolta i ricercatori seri e perfino quelli internazionalmente riconosciuti cadono nelle trappole tese dalle riviste di fake science. Vedono per esempio pubblicato il loro nome a propria insaputa in finti comitati editoriali. Qualcuno viene addirittura contattato dalle riviste di pseudiscienza con la lusinghiera richiesta di una pubblicazione ma, una volta inviato il proprio articolo, viene obbligato a saldare il conto e, solo allora, si rende conto della trappola in cui è caduto.
Gli autori dell’inchiesta spiegano che il problema delle finte riviste scientifiche è incentivato dall’ingiunzione a pubblicare massivamente, che mette la pressione ai ricercatori, soprattutto quelli precari.
Ma il fenomeno è amplificato anche dal fatto che le riviste considerate serie sono spesso ingiustamente inaccessibili. Sulla base di clientelismi e favoritismi vari, vengono privilegiati certi ricercatori a scapito di altri, che non vedranno mai pubblicato il proprio studio anche se scientificamente valido.
In uno stralcio di intervista realizzato da Le Monde a Eric Filiol, il famoso professore di virologia informatica parla addirittura di un mondo accademico in preda alla follia, dove perfino nelle vere riviste scientifiche i criteri che prevalgono nella scelta degli articoli da pubblicare sono spesso tutt’altro che criteri scientifici e obbligano molti ricercatori a rivolgersi alle riviste di pseudoscienza per vedersi pubblicati. Filiol non usa mezzi termini, parlando di alcune delle riviste scientifiche come di vere e proprie imprese clientelari.
Oltre che dal fenomeno delle finte riviste scientifiche, Le Mondemette in guardia anche dal fenomeno delle false conferenze.
Anche qui il principio è lo stesso. Titoli altisonanti e istituzioni dai nomi falsamente prestigiosi come Conferenza della World Academy of Science, Engineering and Technology fanno pensare che si tratti di vere e proprie conferenze. Ma, pure in questo caso, se si dà un occhio più approfondito ai programmi delle conferenze si scopre che non esiste un comitato di selezione e che i nomi dei partecipanti sono quelli di perfetti sconosciuti. E se qualche ricercatore serio si iscrive per errore pensando che la conferenza in questione sia una vera conferenza, altri ne approfittano per il proprio tornaconto.
Fra questi ultimi, ci sono i ricercatori in cerca di facile visibilità oppure i professori universitari che colgono l’occasione per farsi pagare un bel viaggio dalla propria istituzione accademica.

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