Food bank, aiuti alimentari e inclusione sociale

Ogni anno vengono sprecate circa 230 milioni di tonnellate di cibo: quantità pari all’intera produzione alimentare dell’Africa Subsahariana. Di malnutrizione o sottonutrizione, però, si può soffrire anche nei paesi sviluppati. E qui, dove non arrivano le politiche di welfare sanitario, arrivano le food bank. Un’idea, quella delle food bank, nata negli Stati Uniti alla fine degli anni ’60. E poi diffusasi anche in dodici paesi europei, dove ad oggi esistono più di 150 banchi alimentari, riuniti tutti nella Federazione Europea dei Banchi Alimentari (FEBA).
Francesca Buoninconti, 29 Novembre 2017
Micron
Micron
Giornalista scientifica

Tag

Sono 795 milioni le persone che nel 2015 hanno sofferto la fame, un nono della popolazione mondiale. Un numero salito a 815 milioni nel 2016 secondo l’ultimo rapporto della Food and Agriculture Organization (FAO), l’agenzia delle Nazioni Unite in prima fila per la lotta alla fame. E paradossalmente il 98% di chi fa ancora i conti con una cronica carenza di cibo vive di agricoltura e di allevamento nei paesi in via di sviluppo, soprattutto in Africa e in Asia.
Ma, come sappiamo, se da un lato del mondo non c’è abbastanza cibo, dall’altro ce n’è tanto, a volte anche troppo. Così nell’Occidente opulento, dove tra adulti e bambini si sfiorano i 700 milioni di persone obese (dati FAO), vengono sprecate circa 230 milioni di tonnellate di cibo all’anno: quantità pari all’intera produzione alimentare dell’Africa Subsahariana. Di malnutrizione o sottonutrizione, però, si può soffrire anche nei paesi sviluppati. E qui, dove non arrivano le politiche di welfare sanitario, arrivano le food bank, meglio conosciute in Italia come “Banco Alimentare”. Enti che si occupano di recuperare le eccedenze della produzione agricola e industriale, ma anche della ristorazione, per ridistribuirle poi a strutture caritative che assistono le persone più indigenti. Un’idea, quella delle food bank, partorita dalla mente dello statunitense John Van Hengel, alla fine degli anni ’60 a Phoenix, in Arizona. E poi diffusasi anche in dodici paesi europei, dove ad oggi esistono più di 150 banchi alimentari, riuniti tutti nella Federazione Europea dei Banchi Alimentari (FEBA).
Ma chi utilizza le food bank? Senzatetto, certo. Ma anche disoccupati, pensionati, e i cosiddetti “poor workers”: chi insomma, nonostante abbia un lavoro, non riesce a far fronte a tutte le spese e ad assicurare a se stesso o alla sua famiglia almeno un pasto al giorno. Un numero di persone in costante aumento, come il prezzo del cibo.
Sì perché dal 2007-2008, in seguito alla grande recessione e a causa di speculazioni economiche, il prezzo dei cereali – ma non solo – sono aumentati in modo considerevole, portando ad una vera e propria crisi alimentare, esplosa nella primavera del 2008. Secondo la FAO, in quel biennio, il prezzo del grano aumentò del 130%, quello della soia dell’87% e quello del mais del 53%.  Per non parlare del riso, alimento alla base della dieta della metà della popolazione globale, che in soli due mesi schizzò alle stelle con un rincaro del 75%.
Le conseguenze furono disastrose, soprattutto nei paesi più poveri dove iniziarono rivolte, spesso sanguinose, alcune delle quali hanno poi dato inizio alla “primavera araba”. Intanto, in questo decennio, il prezzo del cibo è continuato a salire: se nel 2007 un chilo di riso in Senegal costava 22 centesimi, attualmente costa un euro. Tanto che, giusto per fare degli esempi, oggi una famiglia vietnamita nella media spende il 65% del suo salario per i generi alimentari. Una famiglia nigeriana il 75%.

FOOD POVERTY, FOOD BANK. AIUTI ALIMENTARI E INCLUSIONE SOCIALE
Questi rincari hanno avuto ripercussioni drastiche sull’economia domestica anche in Europa, dove un lavoratore medio spende fino al 20-25% del suo salario annuo per i generi alimentari. È così che sempre più persone si rivolgono al banco alimentare. Succede anche in Gran Bretagna dove, tra il 2013 e il 2015, il numero di persone che si è rivolto alle food bank è aumentato del 14%, come spiega una recente ricerca inglese appena pubblicata su BMC Public Health.
Lo studio, condotto da Elisabeth Garratt del Centre for Social Investigation del Nuffield College dell’Università di Oxford, ha preso in considerazione l’affluenza alle food bank solo di una regione: quella del West Cheshire. E ha utilizzato i dati forniti dalla Trussell Trust, l’organizzazione caritativa che coordina le food bank inglesi.
Secondo le stime, tra il 2013 e il 2015, tra lo 0,9% e l’1,3% della popolazione residente nel West Cheshire avrebbe ricevuto cibo d’emergenza. Durante il biennio, il numero di destinatari unici è cresciuto del 14%, mentre il numero totale di utenti – quindi di persone che hanno visitato il banco alimentare più di una volta – è cresciuto del 29%. Tanto che, secondo i dati, un quarto di tutte le confezioni di cibo è andato al 7% degli utenti, che si sono rivolti alla food bank sei volte l’anno o più. L’anno peggiore è stato il 2014, anno in cui l’1,01% degli adulti (persone per lo più sole e di età compresa tra i 25 e i 64 anni) e il 2,29% dei bambini del West Cheshire ha ricevuto cibo d’emergenza. Percentuali che se rapportate a tutta la Gran Bretagna, equivarrebbero a 850.000 persone l’anno, come segnala Garrat, l’autrice dello studio. Il ricorso ripetuto alle food bank e l’aumento del 14% del numero di destinatari unici tra il 2013 e il 2015 dimostrano chiaramente che l’uso dei banchi alimentari sta diventando sempre più diffuso. «I risultati indicano chiaramente che nella Gran Bretagna contemporanea sono presenti gravi livelli di povertà» spiega l’autrice, «e la distribuzione di alimenti di emergenza non può essere una soluzione a lungo termine al problema della povertà alimentare». Tanto più se si considera che l’indagine è stata condotta nella regione del West Cheshire, etnicamente più omogenea e più ricca, con tassi di disoccupazione più bassi rispetto ad altre aree del Regno Unito. Quindi «tali risultati potrebbero sottostimare l’uso reale delle food bank in Gran Bretagna» conclude la Garrat.
Della stessa opinione sono i ricercatori affiliati alle Università di Bedfordshire, di Bath, di Southampton e alla prestigiosa University College di Londra (UCL) che hanno pubblicato un altro studio sullo stesso probelma, stavolta sul Journal of Public Health.
Il gruppo, guidato da Edwina Prayogo dell’UCL School of Pharmacy, ha esaminato il numero e la tipologia di persone che ricorreva alle food bank o che si era rivolta ai centri di consulenza a Islington, Wandsworth e Lambeth nel 2016. E ha scoperto che il motivo più comune è rappresentato da problemi finanziari legati alla disoccupazione o anche al pagamento di multe, a ritardi nei pagamenti, a malattie e problemi di indennità. Più della metà degli utenti del banco alimentare sono donne (55,9%), di solito con livelli di istruzione inferiori alla media (51,9%). La maggior parte sono persone sole, molti senzatetto o disoccupati, che hanno risposto “sempre” o “spesso” a domande sulla difficoltà di procurarsi cibo e vestiti adeguati (69,7%) o pagare le bollette (69,3%). Molti di loro, l’81,5%, ha risposto di avere denaro insufficiente per soddisfare le esigenze di base.
Dati allarmanti che rivelano un’impennata nel ricorso a queste “soluzioni d’emergenza”. La Trussell Trust ha dichiarato, infatti, che i suoi banchi alimentari hanno distribuito oltre 1,1 milioni di pacchi di prodotti alimentari nel 2015-2016: nove volte di più rispetto al biennio 2011-12. E stima che 8,4 milioni di persone nel Regno Unito soffrano di insicurezza alimentare.
Livelli allarmanti, secondo i ricercatori, che rimarcano come il ricorso alle food bank non possa essere considerato una valida soluzione alla precarietà alimentare. Questione già ribadita nel 2014, quando in Gran Bretagna il numero di persone che ottenne pasti gratuiti arrivò a sfiorare i 20 milioni, attirando anche l’attenzione del Financial Times, visto che in circa la metà delle famiglie richiedenti assistenza alimentare c’era almeno una persona che lavorava e un terzo erano famiglie con bambini. All’epoca si scatenò una vera bagarre mediatica tra sostenitori e detrattori delle food bank, in seguito all’inchiesta del cronista del Mail On Sunday, Ross Slater, che si finse disoccupato per ricevere aiuti alimentari dalla Trussel Trust alla vigilia di Pasqua. E una volta ricevuti gli aiuti indebitamente richiesti, si scatenò sulla mancanza di adeguati controlli e sulla presenza di impostori. Per tutta risposta, però, le donazioni all’associazione schizzarono a 40.000£ da parte di 3.500 donatori, contro i 250 di media. La risposta dei britannici fu «meglio un bugiardo aiutato in più, che dieci affamati lasciati a se stessi».

Commenti dei lettori


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

    X