Funghi alieni nel nostro giardino

Continua il nostro appuntamento settimanale dedicato a una delle principali emergenze ambientali studiate dal mondo della ricerca, l’invasione di specie aliene, con un focus sulle specie di funghi che da ormai alcuni anni stanno sempre più stabilmente occupando i nostri territori.
05 Marzo 2020
Micron

di Andrea Arcangeli, ispettore Micologo USL Umbria1 e responsabile scientifico della Scuola di Formazione Villa Umbri

Le progressive invasioni di specie alloctone costituiscono attualmente una delle principali emergenze ambientali e sono considerate dalla comunità scientifica internazionale la seconda causa di perdita di biodiversità su scala globale. Per molti milioni di anni, le barriere ecologiche costituite da oceani, montagne, fiumi e deserti hanno costituito un ostacolo fondamentale nei processi biologici. L’isolamento ha reso possibile la creazione di un ampio mosaico di ecosistemi all’interno dei quali le specie si sono differenziate seguendo percorsi evolutivi distinti. Tuttavia, a partire dall’inizio dell’Olocene, ma con un’intensità crescente nel corso degli ultimi cinque secoli, l’azione dell’uomo ha profondamente alterato tali processi naturali, sia attraverso il trasporto involontario di piante ed animali (come nel caso dei ratti e di molti invertebrati), sia per la diffusione accidentale o intenzionale di specie allevate o trasportate per gli scopi più diversi. In molti casi le specie alloctone si adattano a stento al nuovo ambiente e si estinguono rapidamente, ma altre volte riescono a sopravvivere, riprodursi e insediarsi.

In alcuni casi i nuovi arrivati si insediano talmente bene da non rappresentare più solo una curiosità dal punto di vista biologico ma una vera e propria minaccia, causando gravi danni non solo agli ecosistemi ma anche alle attività agricole e zootecniche, turbando l’ecologia locale con effetti sulla salute umana e serie conseguenze sul piano economico. Le specie alloctone che hanno un tale impatto negativo sono note come specie invasive; per questi motivi, la problematica dell’impatto delle specie “aliene” è attualmente oggetto di particolare attenzione da parte del mondo della ricerca e delle istituzioni e sono ormai numerose le pubblicazioni e gli articoli scientifici a riguardo, i convegni e i workshop realizzati, alcuni dei quali molto recenti. Da tale interesse è scaturito negli ultimi anni anche un progressivo sviluppo di normative, regolamenti e risoluzioni a livello internazionale ed europeo.

L’Italia è uno dei paesi europei maggiormente colpiti dalle invasioni biologiche, grazie anche alle favorevoli condizioni climatiche. Risultati preliminari del progetto europeo DAISIE indicano che in Italia continentale sono presenti 1.516 specie alloctone, 253 in Sicilia e 302 in Sardegna. Dal 14 febbraio 2018 è entrato in vigore il decreto 230/17, che recepisce anche in Italia il Regolamento europeo (UE) n. 1143/2014, per prevenire e gestire l’introduzione delle specie esotiche considerate particolarmente invasive dall’Unione Europea.

Attualmente, si stima che siano ben 12.000 le specie ‘aliene’ introdotte in Europa, di cui più di 3.000 solo in Italia, con un incremento vertiginoso (+96%) negli ultimi 30 anni. L’Europa ha così stilato l’elenco delle 49 specie invasive più pericolose e considerate “di importanza unionale” e per le quali sono strettamente vietati: l’introduzione e il transito nel territorio nazionale; la detenzione, l’allevamento e la coltivazione; il trasporto, la vendita, il commercio e l’utilizzo, ma anche la cessione a titolo gratuito o lo scambio, così come la riproduzione e il rilascio nell’ambiente.

Delle 49 specie pericolose a livello europeo, 33 sono presenti in Italia e, tra queste, vi sono piante come il giacinto d’acqua (Eichhornia crassipes), insetti come il calabrone asiatico (Vespa velutina nigrithorax), crostacei come il gambero rosso della Louisiana (Procambarus clarkii) rettili come la testuggine palustre americana (Trachemys scripta), pesci come la pseudorasbora (Pseudorasbora parva), anfibi come la rana toro (Lithobates catesbeianus), uccelli come l’ibis sacro (Threskiornis aethiopicus) e mammiferi come la nutria (Myocastor coypus).

Per quanto riguarda nello specifico la presenza di funghi di origine alloctona, non è stato redatto nulla né a livello locale (regionale) né a livello nazionale. È comunque cosa nota a tutti i micologi, ormai da alcuni anni, che si osservano fruttificare specie che originariamente non erano presenti nei nostri ambienti. Di seguito alcune delle specie più significative tra quelle che stanno stabilmente occupando i nostri territori.

Aseroë rubra Labill
Grazie alla diffusione delle spore, dal continente australiano è arrivata in Nord America e in Europa e, quindi, anche in Italia. Basidioma con peridio bianco di forma globosa che lacerandosi a maturità lascia fuoriuscire una struttura morfologica che ricorda le attinie o le stelle marine. I bracci rossi sono rivestiti da una gleba bruno verdastra ed infine nerastra contenente le spore, avente odore tipicamente cadaverico, che attira Ditteri o altri insetti, i quali imbrattandosi con questa sostanza provvedono alla dispersione delle spore nel territorio circostante. Si tratta di una specie raramente segnalata per il territorio italiano, forse anche a causa della confusione con altre specie di Phallaceae e Clathraceae. Tipico dei Giardini, si trova su pacciamatura ed in zone erbose. Dal latino Rubra, rosso, per il colore delle braccia. Il nome deriva anche dai tentacoli. È stato il primo fungo australiano descritto formalmente, fu classificato in Tasmania nel 1800 dal botanico francese Jacques Labillardiere; secondo alcuni, il nome scientifico deriva dal greco antico Asē/ αση, disgustoso, e roē/ροη, succo. Il primo ritrovamento in Italia di Aseroë rubra è stato effettuato nell’estate del 2012 nel bosco Plessiva (Comune di Cormons – Gorizia). Da allora i suoi ritrovamenti si sono succeduti costantemente a tal punto che la specie è diventata infestante in diverse parti della località interessata.

Leucocoprinus flos–sulphuris (Schnizl.) Cejp
Questo funghetto solitamente si presenta come una sorpresa nei vasi delle nostre piante d’appartamento. Lo stupore aumenta quando scopriamo che l’inquilino arriva da lontano; si tratta di un saprotrofo, con l’impiego e l’acquisto di essenze provenienti da aree extreuropee, ecco l’alieno premicron / specie aliene in umbria alieni 32 sentarsi nelle serre e nelle case. Ha un esile portamento e un cappello con margine striato che non supera i 5-6 cm di diametro, ogivale nelle fasi iniziali di crescita, successivamente diviene conico, campanulato, infine disteso con l’apice appianato; la cuticula è asciutta, finemente granulosa-squamosa, di un colore giallo più o meno accentuato. Le lamelle sono libere al gambo, concolori allo stesso e al cappello. Il gambo sottile, che talvolta s’innalza fino a 10 cm, ha la base leggermente bulbosa e presenta in alto un anellino spesso fugace. nche la carne è giallastra e di poco spessore. Può crescere durante tutto l’anno, solo o in gruppo, in giardini, serre o vasi ricchi di humus. Per quanto riguarda la commestibilità, alcuni autori segnalano dei gravi problemi gastroenterici per chi si è avventurato nell’assaggio, anche se non esistono pubblicazioni che avvalorino queste ipotesi; si ritiene pertanto corretto scientificamente considerarlo un fungo a commestibilità non accertata. Caratteristiche organolettiche: odore fungino, forte; sapore nullo.

Lentinula edodes (Berk.) Pegler
Da secoli impiegato nella medicina tradizionale cinese come immunomodulante e contro i problemi di impotenza maschile, conosciuto in tutto il mondo con il nome giapponese Schiitake, termine composto da Shii che indica una specie di castagno (Castanopsis cuspidata) sul quale sovente si rinviene questo fungo, soprattutto negli esemplari morti, e il suffisso take, che in giapponese significa fungo. Largamente impiegato nella cucina cinese, nei ristoranti etnici in Italia è quasi esclusivamente impiegato nelle varie preparazioni a base di funghi, unitamente alla famosa Auricularia polithrica. La sua produzione (circa 2 milioni di tonnellate) al mondo è seconda solo a quella dell’Agaricus bisporus, meglio noto con il nome commerciale di Champignon. L’ampia diffusione nei nostri areali e la perfetta conservazione delle spore allo stato essiccato, ne favoriscono la germinazione e la possibile introduzione in pianta stabile nei nostri boschi. Oltre alla pianta da cui prende il nome, cresce con grande facilità sui ceppi di numerose latifoglie, come: Quercus, Castanea, Fagus, Acer, Populus, Alnus, Carpinus, in condizioni climatiche di caldo umido, condizioni praltro facilmente riproducibili in ambiente controllato. È stata recentemente segnalata una sindrome (sindrome flagellare) come conseguenza da consumo esagerato di questo fungo o quando consumato poco cotto da individui sensibili; si tratta di una dermatite che lascia particolari segni cutanei da cui prende il nome. Causa dell’intossicazione è il Lentinano, un beta glucano che è abbondantemente presente nella parete cellulare del fungo e che è di natura termolabile.

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