Gender gap e lavoro

Le donne sul lavoro sono ancora svantaggiate. È ciò che emerge da diversi studi: ad esempio, in Italia una ragazza su quattro con meno di trenta anni non studia e non lavora. Anche su questo fronte è necessario un cambio di approccio che favorisca l’uguaglianza fra donne e uomini.
Cristina Da Rold, 04 Agosto 2020
Micron
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Giornalista scientifica

Il gender gap colpisce anche le scienziate, sia come prospettive occupazionali che come salario. Secondo i dati più recenti di AlmaLaurea, in Italia solo 12 donne su 1.000 si laureano in discipline scientifiche e ingegneristiche e il loro stipendio è inferiore a quello dei ragazzi fin dal primo anno. A cinque anni dal conseguimento del titolo magistrale, il 62,5% dei ragazzi che lavora ha un contratto a tempo indeterminato, contro il 45,1% delle laureate. I laureati maschi dichiarano, in media, di guadagnare 1.699 euro mensili contro 1.375 euro delle donne.

Un differenziale elevato in tutti i gruppi disciplinari, in particolare nei gruppi architettura, dove supera il 20%, ed economico-statistico, dove sfiora il 18%. Ancora una volta le ragioni sono da ricercarsi nel part-time: ha un contratto di questo tipo il 16% delle laureate STEM contro il 4,7% degli uomini. Eppure, le donne STEM si laureano con risultati migliori: presentano un voto medio di laurea lievemente più alto (103,6/110, contro 101,6/110 degli uomini) e mostrano una maggiore regolarità negli studi.

Quattro giovani donne italiane su dieci fra i 25 e i 29 anni sono invece “inattive”, cioè non studiano, non lavorano, non cercano lavoro. Sono le cosiddette NEET. Fra i ragazzi della stessa età la percentuale è del 28%, un dato che pone questo gender gap al quinto posto fra i più alti dell’area OCSE. La percentuale di “inattive” si abbassa man mano che cresce il livello di istruzione: fra le laureate di questa fascia di età lo è solo il 17%. Un dato interessante è che fra i 20-24enni, cioè i ragazzi appena più giovani, la percentuale di NEET è un po’ più bassa, il 30%, ma comunque alta se consideriamo che la media OCSE è del 16%.

Lo svantaggio delle donne si accumula nel tempo: il divario fra tassi occupazionali di maschi e femmine è maggiore dove si studia di meno. Fra le laureate, il gap in termini di tasso occupazionale con gli uomini è molto minore: nel 2017 lavora il 65% delle 25-34enni laureate contro il 69% dei maschi laureati. Fra le diplomate solo la metà lavora, contro il 73% dei maschi, e fra le non diplomate lavora una donna su tre, contro due uomini su tre. Una ragazza su quattro con meno di 30 anni non studia e non lavora: addirittura il 16% delle ragazze nel meridione non finisce la scuola, contro il 10% del Nord e l’8% di chi vive nelle regioni del Centro Italia. L’ultimo rapporto di OCSE Education at a Glance 2018 mostra che è inattiva una giovane su tre dai 25 ai 34 anni. La stessa percentuale di 15 anni fa. Lo sono 7 delle ragazze italiane su 10 senza alcun titolo di studio, così come la metà di quelle con la licenza media, anche se c’è uno scarto fra Nord e Sud di 20 punti percentuali: nel meridione le inattive sono oltre sei su dieci. Fra le diplomate, a essere inattive oggi sono 3,5 su 10 e il divario geografico è importante: al Sud le inattive sono il doppio rispetto al Nord.

Sono inattive infine anche quasi 2,5 laureate su 10, il 17% al Nord e il 38% al Sud, dove in genere l’offerta di lavoro qualificato è più bassa rispetto al resto d’Italia. Un dato interessante riguarda il fatto che al Nord le cose sono andate peggiorando di più negli ultimi 15 anni per le ragazze con basso titolo di studio: nel 2004 era inattivo il 28% delle 25-34enni, oggi il 40%. Al Sud si è rimasti stabili al 60% di inattività fra le ragazze di questa fascia di età.

Non si può non chiedersi quale possa essere il futuro di tutte queste giovani donne che non hanno o soprattutto non cercano una propria indipendenza economica. Nel 2019 solo 10 paesi su 193 hanno una donna come capo di governo (dati UN Women). Le donne a capo di una camera parlamentare sono 55 su 279 (il 19,7%) e, nel complesso, rappresentano il 24% dei parlamentari di tutto il mondo.

Rimanendo in Italia, l’attuale governo è composto da 21 ministri, fra cui 7 donne, 4 donne su 13 fra i ministri con portafoglio e 3 donne su 8 fra i ministri senza portafoglio. E ancora, nel mondo solo 5 ministeri degli affari parlamentari sono governati da donne, 21 ministeri dell’economia, 22 della difesa. In Italia abbiamo 319 senatori, di cui 112 donne (il 35,11%), e 630 deputati di cui 227 donne (il 36,06%). Nella fascia d’età più giovane sorprende osservare che la presenza femminile non tocca il 30% (29,52%), mentre fra gli over 50 le deputate sono solo il 26%, una ogni tre uomini. In Senato, la fascia d’età con una rappresentanza maggiore di donne è quella dei 50-59enni (con il 43% di donne).

Lasciamo ora per un attimo la questione del potere e facciamo alcuni passi indietro. La metà delle donne con due o più figli fra i 25 e i 64 anni non lavora. Negli ultimi dieci anni la quota di coppie (con o senza figli, dove lei ha fra i 25 e i 64 anni) in cui entrambe le persone lavorano è passata dal 40% al 44% del totale, secondo Istat. Al Sud addirittura solo il 26% delle donne in coppia ha un lavoro, che non significa comunque essere indipendenti, contro il 55% delle donne in coppia del Nord e il 50% di quelle che vivono nel Centro Italia.

Quali sono le conseguenze di non lavorare, in termini di opportunità a lungo termine per la donna? Per esempio non avere diritto a una pensione. Oggi in Italia la tipologia più diffusa di coppie con figli resta quella con solo il padre occupato a tempo pieno. Una struttura familiare che riguarda una coppia su tre, seguita da quelle in cui entrambi i genitori lavorano a tempo pieno (il 27,5%) e dalla combinazione in cui al padre occupato full-time si associa la madre occupata part-time (16%). Una donna su dieci con almeno un figlio addirittura non ha mai lavorato per dedicarsi completamente alla cura della famiglia, contro una media europea del 3,7%. Al Sud ha fatto questa scelta una donna su cinque con almeno un figlio.

E c’è di più: oggi le donne con meno di 49 anni con figli sono meno indipendenti delle colleghe più anziane. Fra le coppie giovani che hanno figli solo nel 28% dei casi lavorano entrambi a tempo pieno, il che significa che possono permettersi servizi di accudimento.

L’unica crescita del lavoro femminile è il part-time, che oggi riguarda il 20% delle donne con un figlio e il 23% di quelle con più figli (dato sul totale, non sulle lavoratrici). Questo è solo il primo aspetto, a cui se ne aggiungono altri due, fondamentali: la diffusione del part time e le differenze di paga oraria, in particolare nel privato, fra uomini e donne di tutte le età a parità di mansione e di tipo di contratto.

Il secondo aspetto in cui si articola la disuguaglianza di opportunità fra uomini e donne riguarda la paga oraria, a parità di mansione, titolo di studio e contratto. Eurostat evidenzia un gender pay gap in Italia pari al 4,1% nel pubblico e addirittura al 20% nel privato. I dati INPS confermano: il reddito medio degli uomini è quasi il doppio di quello delle donne. Le libere professioniste iscritte a una delle casse private AdEPP (quindi iscritte a un ordine professionale) guadagnano il 38% in meno dei loro colleghi uomini.

Oggi (dato Istat 2017) una donna con meno di 30 anni che inizia un percorso professionale da professionista guadagna il 10% in meno di un suo collega uomo. Un gap che sale al 27% fra i 30 e i 40 anni – gli anni cruciali per la maternità ma anche per l’avviamento di una professione. Oggi in Italia una professionista di 35 anni guadagna un terzo in meno rispetto al suo collega di scrivania. Fra i 40 e i 50 anni il gap è ancora del 23%. Nel 2016 ha percepito una retribuzione oraria superiore a 15 euro il 17,8% delle donne contro il 26,2% degli uomini. Una retribuzione oraria inferiore a 8 euro è stata invece percepita dall’11,5% delle donne e dall’8,9% degli uomini. Un uomo professionista fra i 30 e i 40 anni guadagna 20 mila euro lordi, una donna 17 mila. Nella fascia di età fra i 40 e i 50 anni (mediamente quella in cui si hanno dei figli) si passa dai 25 mila euro lordi per le donne ai 40 mila per gli uomini.

È facile parlare, meno agire, programmare, misurare, cambiare le cose. Il cosiddetto gender mainstreaming parte dal presupposto che nessuna iniziativa di programmazione può considerarsi neutra rispetto al genere. Nel 2016 l’Istituto Europeo per la Gender Equality (EIGE) ha riassunto in un breve documento i punti chiave per un gender equality plan di successo. Si tratta di un approccio sistematico che prevede l’integrazione della prospettiva di genere nella progettazione, nell’implementazione, nel monitoraggio e nella valutazione delle politiche, delle misure attuative e dei programmi di spesa, con la prospettiva di favorire l’uguaglianza tra donne e uomini e combattere la discriminazione.

«I gender equality plans possono avere forme differenti – si legge – leggi regionali o nazionali, piani organizzativi, accordi collettivi – e diversi ambiti d’azione – settore pubblico o privato; possono applicarsi al livello locale, regionale o nazionale, a livello di organizzazione o di settore e sono caratterizzati dall’identificazione di un ventaglio di azioni strategiche volte a raggiungere in un determinato lasso di tempo i risultati attesi in termini di parità di genere, a partire da un’analisi preliminare delle disuguaglianze di genere nel contesto di riferimento».

Ma, soprattutto, serve consapevolezza da parte delle donne sul fatto che la discriminazione sommersa esiste, agisce nella vita di tutti i giorni e agirà nel loro futuro. Il gender gap non è una questione “di genere”, ma di oppressione, e solo in questo senso di ruoli. Il tema non riguarda le presunte migliori capacità delle donne, o addirittura un’inversione della gerarchia di potere, che veda l’uomo subalterno. Parliamo di uguaglianza di opportunità di scelta, di indipendenza, di gestione del proprio tempo, in vista della crescita dell’intera comunità, una comunità globalmente meno oppressa e umiliata.

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