Generazione Erasmus, esisti davvero?

Nato nel 1987 per facilitare lo scambio di studenti universitari a livello europeo, il programma è considerato uno dei più grandi successi dell’UE. Ma cosa si intende per generazione Erasmus? Con il contributo di Kristine Mitchell e Theresa Kuhn, un’indagine sugli effetti che ha sull’identità europea.
Stefano Porciello, 07 Ottobre 2017
Micron
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Relazioni internazionali e Studi europei

L’Erasmus compie trent’anni. Nato nel 1987 per facilitare lo scambio di studenti universitari a livello europeo e il riconoscimento di periodi di studio svolti all’estero, il programma è considerato dal grande pubblico uno dei più grandi successi dell’UE. Del resto, ne parlano tutti. La Commissione europea, i politici, gli studenti, i giornali, i blog. L’Erasmus è un’icona. Cosa si può trovare di sbagliato nel finanziare i giovani per andare all’estero, studiare, imparare una nuova lingua, confrontarsi con altri europei? È l’idea stessa dell’Erasmus a essere un successo: diamo a tutti la possibilità di viaggiare, di migliorare e costruirsi un futuro. È un sogno. Che l’UE rende possibile.
«Erasmus contribuirà a eliminare una serie di difficoltà della mobilità studentesca», proclamava il comunicato stampa della Commissione trent’anni fa. «Dovrebbe concorrere a rafforzare lo spirito dell’identità europea, permettendo agli studenti di trascorrere parte dei loro studi in uno Stato membro della Comunità diverso dal loro». Eccoli, i semi dell’idea che l’Erasmus possa contribuire a “fare gli europei”, parafrasando la massima di D’Azeglio. Ecco i semi della “generazione Erasmus”.
«L’Erasmus è diventato uno dei programmi europei con la più alta visibilità, ed è diventato iconico per gli entusiasti dell’UE», scrive Iain Wilson in una ricerca del 2011 pubblicata sul Journal of Common Market Studies (JCMS). Il suo paper si intitola Cosa dobbiamo aspettarci dalla generazione Erasmus? e indaga gli effetti del programma sul rafforzamento dell’identità europea dei partecipanti. In altre parole: ci si comincia a sentire più europei a causa dell’Erasmus? Per Wilson, no. Se gli ex studenti Erasmus si dimostrano più filo-europei dei loro colleghi, sostiene, è perché lo erano da prima, quando hanno deciso di partire.

LA GENERAZIONE ERASMUS TRA REALTÀ E NARRATIVA POLITICA
Può fare impressione scoprire che quanto diamo ormai per assodato possa essere messo in dubbio dalla ricerca scientifica. Per chiunque sia stato in Erasmus è davvero difficile pensare che quest’esperienza non abbia avuto un forte impatto sulla propria identità. L’esistenza della generazione Erasmus è parte del nostro immaginario collettivo. Se ne parla ovunque, e ai massimi livelli. Lo scorso gennaio, in piena campagna elettorale, Emmanuel Macron festeggiava l’anniversario del programma dicendo ai francesi: «In questi 30 anni abbiamo costruito una generazione di europei». Matteo Renzi ha parlato della generazione Erasmus ogni volta che gli è stato possibile, e Federica Mogherini, che è l’Alto Rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la sicurezza comune e Vicepresidente della Commissione europea, si rivolgeva così al pubblico della Humboldt Universität di Berlino, alla Willy Brandt lecture 2016: «La mia visione dell’Europa comincia esattamente in quel momento, con la caduta del muro di Berlino […] Per la mia generazione, l’Unione europea, è una Porta di Brandeburgo aperta. È la fine dei controlli alle frontiere, è l’Erasmus». Come se non bastasse, per i 30 anni del programma è stata scritta una “Carta della Generazione Erasmus”, e la compagnia Ryanair ha stipulato un accordo con l’Erasmus Student Network (ESN) per offerte speciali dedicate agli studenti in mobilità. Neanche a dirlo, il comunicato stampa che annuncia l’accordo fa esplicitamente riferimento alla generazione Erasmus.
Eppure, nel mondo della ricerca scientifica si discute. Indagando l’esistenza e la formazione di un’identità europea, resta in qualche caso molto scettica sull’esistenza, o sui risultati, del cosiddetto “Effetto Erasmus”, ovvero il rafforzamento dell’identificazione nell’UE dei singoli studenti partecipanti al programma.
«La generazione Erasmus, si suggerisce» scriveva Wilson nel 2011 «È fatta di giovani che hanno goduto i benefici pratici della cittadinanza europea, che sono molto mobili, che pensano a se stessi come cittadini europei, e di conseguenza costituiscono una base di sostegno per un’ulteriore integrazione europea». Ma, come lui, diversi altri studiosi – tra cui Theresa Kuhn – sostengono che l’Effetto Erasmus sia viziato da diversi fattori e, qualora esista, la sua portata potrebbe essere molto limitata. Del resto, dov’era questa generazione Erasmus quando un referendum ha sancito l’uscita della Gran Bretagna dall’UE poco più di un anno fa? Dove si esprime nel dibattito politico, chi vota alle elezioni?

UN PROGRAMMA DI “CLASSE”
«Se lo stiamo implicitamente comparando all’istruzione primaria e secondaria, quali meccanismi per istillare i valori civici, bisogna riconoscere che l’Erasmus raggiunge solo una piccola parte di europei», ci spiega Kristine Mitchell, che nel suo paper del 2015 “Rethinking the ‘Erasmus Effect’ on European identity”, ha sostenuto che l’Effetto Erasmus esiste, e si sviluppa anche in una maggiore consapevolezza e attenzione verso la politica europea. «Ben meno del 10% degli studenti universitari partecipano a uno scambio, e anche dopo che il programma si è aperto a stage e tirocini, pochissime persone al di fuori dell’università vi partecipano. Questo ovviamente rende l’Erasmus a class-based project, un progetto “di classe”». Del resto, chi ha la possibilità di partire è molto spesso, in qualche modo, già un privilegiato: ha un alto livello d’istruzione, è iscritto all’università, probabilmente proviene da una famiglia che l’ha sostenuto e che crede nell’importanza di investire nella sua formazione.
«Fligstein e altri mostrano che l’identificazione nell’Europa è chiaramente associata con la classe sociale (alta) e il livello di educazione (universitario)», ci spiega Mitchell. Si tratta di un ragionamento che ha dato prova della sua validità nelle ultime campagne elettorali. Ricordate come il voto per la Brexit ha spaccato la Gran Bretagna tra città e campagne? O come si distribuiva il consenso vero Marine Le Pen in Francia durante la campagna per le presidenziali? «Guardando avanti – sostiene Mitchell – la sfida è trovare un modo per attrarre il resto dei cittadini europei verso un progetto che, fino a ora, ha generato entusiasmo principalmente tra le élites». Kristine fa riferimento alle diverse proposte che si stanno facendo strada nel dibattito pubblico europeo sul coinvolgimento nelle esperienze di scambio di quei giovani che non sono all’università. Un dibattito, tuttavia, che entusiasma sostanzialmente un gruppo di persone fortemente europeista.
Dal 2014, Erasmus Plus coinvolge “tutti”: studenti delle superiori, apprendisti, giovani che vogliono partire per il Servizio Volontario Europeo. Emmanuel Macron ha dichiarato che il suo obiettivo è mandare 200.000 francesi in Erasmus, contro i 60.000 all’anno che, sostiene, partono adesso. «Perché è essenziale che questa esperienza copra tutti i settori, tutti i tipi, giustamente, di studio», dice. Ci sono proposte per regalare a ciascun giovane cittadino un biglietto ferroviario al compimento del diciottesimo anno d’età, perché possa viaggiare e sperimentare sulla propria pelle l’Europa oltre i confini nazionali.
Ma non tutti sono d’accordo. Anche tra chi, per quanto europeista, continua a credere che l’Erasmus non incida significativamente sull’“europeizzazione” degli studenti. «Non sono sicura che sia una buona idea puntare eccessivamente sulla mobilità», ci spiega Theresa Kuhn. «Penso che dovremmo anche accettare che qualcuno, semplicemente, non voglia viaggiare. E potrebbe addirittura non apprezzare la mobilità degli altri». La Brexit, scatenata proprio dal rifiuto della libera circolazione delle persone nell’UE, è stata una bruciante presa di coscienza delle reazioni negative che una società può avere verso il processo d’integrazione. «Penso che potresti creare questo genere di backlash, di contraccolpi, nell’avere troppa mobilità».

POSSIAMO PARLARE DI GENERAZIONE ERASMUS?
Theresa Kuhn è austriaca. Ha iniziato a viaggiare giovanissima, quando tra i 14 e i 15 anni è andata negli USA per studiare in una high school americana. Diplomata in Austria, si è trasferita per un anno a Barcellona, e si è poi iscritta all’università in Germania. Erasmus student in Francia, Ph.D all’Istituto universitario europeo di Firenze, è ora ricercatrice ad Amsterdam. Il suo paper Why educational programmes miss their mark: cross-border mobility, education and European identity, pubblicato sul JCMS nel 2011, è tuttora citatissimo. La frase «“Noi siamo la Generazione Erasmus” penso sia vera nella misura in cui la nostra generazione è cresciuta in un’Unione europea integrata», dice Kuhn. «Quindi anche quelle persone che non sono andate all’estero, avranno probabilmente incontrato all’università qualche studente straniero […] Penso che se non per tutti, perlomeno per coloro che oggi sono nell’educazione universitaria, l’esperienza europea sia molto più palpabile che per le persone all’università trent’anni fa». Una generazione Erasmus esiste, se volete, nel suo senso più ampio. Perché in quello letterale, ristretto, questa generazione lascerebbe fuori la stragrande maggioranza dei giovani europei. C’è una parte della popolazione che ha vissuto – e vive – sulla sua pelle i benefici dell’UE: gli studenti universitari, il mondo accademico, gli imprenditori. Gli altri, in un modo o in un altro, rischiano di restarne esclusi, o di non rendersi conto di quali siano gli effetti positivi dell’UE nella loro vita privata.
Nel suo paper, Theresa Kuhn sostiene che esiste una sorta di selezione naturale tra coloro che decidono di partire in Erasmus e coloro che non partono: i suoi dati mostrano che gli studenti Erasmus sono già filo-Europei. «In pratica stai predicando ai convertiti (preaching to the converted)», spiega. «Non devi convincerli». Al contrario, le persone meno istruite, proprio quelle che potrebbero rispondere con più forza alla mobilità transnazionale adottando una qualche forma d’identità europea, raramente partecipano a programmi di scambio perché lasciano la formazione scolastica prima che questi programmi siano disponibili. Semplicemente, lasciano la scuola o non si iscrivono all’università, e rimangono esclusi dalle opportunità offerte dall’Erasmus.
Come spesso accade, tuttavia, la realtà è ancora più complessa. Theresa Kuhn ha appena finito una ricerca sull’euroscetticismo, seguendo un campione di ragazzi tra i 13 e i 30 anni, e i loro genitori. In Svizzera. «Abbiamo mostrato che le differenze educative riguardo all’euroscetticismo esistono già all’età di 13 anni». Hanno a che fare con le posizioni che i genitori esprimono a tavola, o durante le discussioni in famiglia. Così, se l’istruzione scolastica riuscisse ad avvicinare i ragazzi all’Europa, allora «si sarebbe dovuto vedere che le persone che rimangono più a lungo a scuola e all’università dovrebbero diventare più filo-europee, ma non è ciò che abbiamo scoperto», racconta. Anzi: «L’opinione dei genitori ha l’impatto più importante sulle opinioni dei figli».

È DA BUTTARE?
Erasmus, formazione scolastica e identità non hanno niente a che spartire, allora? No. La ricerca dà risposte da inserire in un contesto più ampio. Innanzitutto, la Svizzera non è l’Italia, o la Francia, o la Germania. E moltissimi fattori vanno presi in considerazione. «Mi sembra abbastanza chiaro – sostiene Kristine Mitchell – che promuovere l’identità europea era almeno una parte dell’obiettivo dell’Erasmus. In parte a causa del rifiuto degli Stati membri, questa retorica è stata attenuata col tempo, e il piano è stato promosso più in termini di competenze per l’impiego nel mercato europeo. Ma sarei sorpresa se la speranza che l’Erasmus possa anche “creare gli europei” scomparisse completamente».
Inoltre, il problema di quello che Kuhn chiama ceiling effect, l’“effetto soffitto” che non permette a chi è più svantaggiato di accedere all’Erasmus semplicemente perché non accede all’università, è un problema reale. È un fatto da affrontare, e che sposta il fuoco della questione dal programma Erasmus alle politiche educative nazionali. 28 Stati membri significano 28 politiche educative diverse, che precludono, o facilitano, l’accesso all’università dei giovani meno abbienti o che provengono da famiglie con un basso livello d’istruzione. Perché ogni Stato ha il suo sistema scolastico, il suo sistema di borse di studio e di sostegno alle famiglie, il suo particolarissimo mercato del lavoro. Tutti questi fattori influiscono sull’accesso alla formazione. L’Erasmus, piuttosto, potrebbe diventare un incentivo a proseguire negli studi.
E poi, se fosse vero che l’Effetto Erasmus non rafforza l’identità europea di chi partecipa, non potrebbe invece colpire i genitori, gli amici, i parenti degli studenti in mobilità? Non potrebbe, lo studente Erasmus, diventare il veicolo di questo fenomeno? «Soetkin Verhagen, Marc Hooghe e altri hanno indagato la trasmissione dell’identità Europea in famiglia, ma nell’altra direzione: dai genitori ai figli», spiega Mitchell. Che si trova d’accordo con Theresa Kuhn nel dire che, sì, intuitivamente, questo fenomeno potrebbe avvenire. «Mi sembra assolutamente plausibile che un’esperienza positiva di mobilità di uno studente Erasmus possa avere un impatto positivo anche sulla sua famiglia». Soltanto, mancano i dati e le ricerche.
«Fare analisi che coinvolgono gli studenti Erasmus – dice Kuhn – è estremamente complicato». Innanzitutto, è difficile riuscire a intervistare lo stesso campione di studenti una volta che sono usciti dall’università. Smettono di rispondere, cambiano indirizzo email, e via: li hai persi. E poi, siccome può succedere che «finché non menzioni l’Unione europea a qualcuno, lui nemmeno ci pensi», bisogna fare molta attenzione al metodo con cui si conduce una ricerca. «Le risposte che potresti ricevere dai genitori potrebbero, in un certo senso, essere generate dalla domanda», dice Kuhn. «Penso che sia necessario fare attenzione alle parole che usiamo nelle nostre domande, perché potrebbero talvolta suggerire le risposte».

LA MOBILITÀ COME CITTADINANZA
Durante la nostra conversazione, Theresa Kuhn mi cita una ricerca del 2016 di Damay e Mercenier: Free movement and EU citizenship, a virtuous cycle?. «Hanno argomentato che oggi, la cittadinanza europea è sostanzialmente basata soltanto sulla mobilità», dice. «Perché l’unica cosa che aggiunge alla cittadinanza nazionale, è che, sì, puoi studiare e vivere da qualche altra parte, puoi avere l’assicurazione sanitaria in un altro Paese. In un certo senso, crea una certa idea di cittadinanza europea intrinsecamente legata alla mobilità; che può significare che se non ti muovi, non sei un cittadino europeo […] È qualcosa che va tenuto a mente: che ci sono persone che vogliono semplicemente morire nella città in cui sono nate […] E non devono essere cittadini di seconda classe». Credo che questo sia un punto fondamentale. E mi vengono in mente le parole di Federica Mogherini, nel suo discorso a Berlino: «L’Unione europea non può essere soltanto i 70 anni di pace che ha garantito sino ad ora. L’Unione europea è e dev’essere ogni conquista che facciamo oggi, e da oggi in poi […] L’unico modo per salvarla è investire in un’Unione che si occupi dei bisogni dei nostri cittadini. E anche dei sogni dei nostri cittadini, perché la vita non è fatta solo di bisogni».
Il valore aggiunto che l’Erasmus ha regalato alla formazione accademica è indiscutibile, così come la forza dei legami transnazionali che ha creato tra le persone che vi partecipano. Erasmus ha “democratizzato” l’internazionalità della formazione, dando a molti la possibilità di viaggiare, e una dimensione europea al mondo accademico e universitario. Ha reso possibile a chiunque fare quello che, fino a trent’anni fa, era una prerogativa delle classi più alte della nostra società.
I problemi che la ricerca scientifica ha evidenziato nella struttura dell’Erasmus devono essere presi come un contributo per capire e interpretare più correttamente il nostro tempo. Credo sia chiaro, a questo punto, che la società europea sia effettivamente spaccata in due gruppi che difficilmente si capiscono, perché l’esperienza dell’uno non è quella dell’altro. Ed è difficile capirsi quando si vivono due vite così diverse. Da una parte, c’è chi gode nella sua vita quotidiana gli enormi benefici che l’Unione offre ai propri cittadini. Dall’altra, chi – per un motivo o per un altro – non ha questa fortuna.
Possiamo comunque parlare di una generazione Erasmus? Io credo di sì. Ma solo se siamo consapevoli che si tratti di una metafora che propone un’opportunità: una visione dell’Europa e del nostro futuro. Una metafora che può essere d’impulso agli sforzi di trasformazione del progetto Erasmus, da quelli già fatti per aprirlo a un maggior numero di giovani, a quelli che verranno. E una metafora consapevole dell’esistenza degli esclusi. Perché cittadini di seconda classe non ce ne possono essere.

Articolo pubblicato in originale su micron 37

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