Ghiacciai e climate change: nuove strategie per la gestione dell’acqua

Nella Giornata Mondiale dell'Acqua, celebrata il 22 marzo, l'Istat ha rivelato i dati della "crisi idrica" che caratterizza l'Italia: nel 2017, infatti, nei quattro principali bacini idrografici italiani (Po, Adige, Arno e Tevere) le portate medie annue hanno registrato una riduzione media complessiva circa del 40% rispetto alla media registrata nel trentennio 1981-2010. Per capire come gestire la risorsa acqua a partire dai ghiacciai e affrontare la crisi idrica causata dal climate change, abbiamo incontrato Daniele Bocchiola del Politecnico di Milano ed esperto di mountain hydrology and climate change.
Giuseppe Nucera, 23 Marzo 2018
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Videomaker e Comunicatore della Scienza

Nella Giornata Mondiale dell’Acqua, celebrata il 22 marzo, l’Istat ha rivelato i dati della “crisi idrica” che caratterizza l’Italia: nel 2017, infatti, nei quattro principali bacini idrografici italiani (Po, Adige, Arno e Tevere) le portate medie annue hanno registrato una riduzione media complessiva circa del 40% rispetto alla media registrata nel trentennio 1981-2010. Il caso del Po, il maggior fiume italiano, è emblematico: rispetto allo stesso periodo ha registrato un calo in media del 41,4%, ma con un picco negativo del 60,6% nel mese di ottobre.
Nonostante questa drastica diminuzione, tra i 28 Paesi dell’Unione europea l’Italia rimane quello con il maggiore prelievo annuo di acqua per uso potabile pro capite: 156 i metri cubi per abitante, per un totale nel 2015 che ammontava a 9,49 miliardi di metri cubi. Proprio la costanza nella domanda di acqua viene rilevata come uno dei maggiori fattori di pressione sulle risorse idriche disponibili, sempre più ridotte e prossime ai limiti di sostenibilità in alcune aree del Paese, soprattutto al Meridione.
La situazione lungo lo stivale è, infatti, ben differente: secondo Istat, se a livello nazionale solo una famiglia su 10 lamenta irregolarità nel servizio di erogazione dell’acqua nella propria abitazione, (in media 29,1% dichiara di non fidarsi a bere l’acqua di rubinetto) molto cambia se il rubinetto è situato al nord o al sud del Paese: in Calabria e in Sicilia più di una famiglia su tre accusa un’inefficiente erogazione dell’acqua nelle proprie abitazioni (36%,) dato che si riduce a quasi un decimo nelle regioni del Nord-est (3,5%) e del Nord-ovest (3,7%).

GHIACCIAI: SOLO AL NORD E SEMPRE PIÙ RIDOTTI
La disparità dell’efficienza registrata nel territorio nazionale, in termini di erogazione dell’acqua, ricalca ovviamente la differente collocazione dei bacini primari da cui la risorsa acqua giunge, ossia dai ghiacciai. Già nel 1957, in occasione dell’Anno Geofisico Internazionale, il Comitato Glaciologico Italiano aveva calcolato che a parte il ghiacciaio del Calderone, l’unico allora situato sull’Appennino, precisamente sul Gran Sasso d’Italia, ma dal 1991 dichiarato scomparso, tutti gli 823 ghiacciai registrati 60 anni fa erano situati sulle Alpi. A questi si sommano 190 apparati estinti nei precedenti 50 anni, quindi nella prima metà del XX secolo, per un totale di 1028 casi analizzati. Questi erano così suddivisi: 322 in Valle d’Aosta, 185 in Lombardia e 330 nelle Tre Venezie.
Per quanto riguarda le acque di fusione, quelle di 534 ghiacciai si riversavano nel bacino idrografico del Po, 255 i ghiacciai che nutrivano il bacino dell’Adige, mentre 48 appartenevano ad altri bacini idrografici. All’inizio degli anni ’80, il  World Glacier Inventory(WGI 1981-84) arriva a contare invece 1397 ghiacciai sull’arco alpino italiano per un’estensione di 608 km².
Nella mappa del catasto nazionale dei ghiacciai, costruito nei tempi recenti dal Comitato Glaciologico Italiano, è osservabile come il processo di riduzione in numero dei ghiacciai italiani sia in forte evoluzione.
Dalla rilevazione effettuata nel 2015 da Claudio Smiraglia e Guglielmina Adele Diolaiuti, entrambi del Dipartimento di Scienze della Terra “Ardito Desio” del Politecnico di Milano, emerge come i ghiacciai si siano ridotti al numero di 903 per un’area di 369,90 km². Quindi una riduzione della copertura glaciale totale del 30% rispetto al 1957 e, invece, una perdita di 478 ghiacciai e una riduzione areale del 39% rispetto all’inventario WGI.
Un calo che si sovrappone esattamente alla diminuzione dell’acqua nei nostri fiumi registrata oggi da ISTAT rispetto al trentennio 1981-2010.

IL RUOLO DEL CAMBIAMENTO CLIMATICO
Tra i motivi principali dell’intenso ritiro glaciale rilevato, assume particolare ruolo l’aumento delle temperature registrato negli ultimi quarant’anni, quindi la diminuzione del numero di nevicate e la riduzione dalla copertura nivale che ne consegue in termini di spessore e durata. Inoltre, i ghiacciai italiani, mediamente con un valore areale di 0,4 km², quindi di piccole dimensioni, soffrono maggiormente gli effetti del cambiamento climatico, come ci ricorda l’epilogo dell’ultimo ghiacciaio appenninico presente fino a pochi anni fa: il ghiacciaio del Calderone, tra il 1800 e la fine del secolo scorso, è passato da più di quattro milioni di metri cubi di ghiaccio a esser dichiarato scomparso a fine secolo scorso.
Per capire come gestire la risorsa acqua a partire dai ghiacciai e affrontare la crisi idrica causata dal climate change, abbiamo incontrato Daniele Bocchiola, Professore Associato presso il Politecnico di Milano ed esperto di mountain hydrology and climate change.

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