Gli impatti della pandemia sull’ambiente (cioè su tutti noi)

Il virus ha colpito finora quasi tutti i paesi del pianeta (213 in totale), con più di 22 milioni di casi confermati e causando oltre i 781.000 decessi. In considerazione della priorità sanitaria, sia a livello individuale sia collettivo, l'impatto del SARS-CoV2 sull'ambiente è stato purtroppo fino ad ora poco analizzato. Cerchiamo di fare chiarezza e di capire quali conseguenze ci troveremo ad affrontare nel prossimo futuro.
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Unità di Epidemiologia ambientale e registri di patologia, IFC CNR, Pisa
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Istituto Fisiologia Clinica Cnr - Pisa

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Il nuovo Coronavirus (SARS-CoV2) ha prodotto conseguenze sanitarie, economiche, sociali di vaste proporzioni a livello globale, di una portata che avrà bisogno di tempo e approcci integrati per essere valutata compiutamente.
Il virus ha colpito quasi tutti i paesi del pianeta (213 in totale), con più di 22 milioni di casi confermati e causando oltre i 781.000 decessi al tempo in cui scriviamo. In considerazione della priorità sanitaria, sia a livello individuale sia collettivo, l’impatto del SARS-CoV2 sull’ambiente è stato fino ad ora poco analizzato. I primi studi hanno stimato un effetto indiretto positivo dell’epidemia sull’ambiente.
In particolare, gli esperti di clima prevedono che le emissioni periodiche di gas serra potrebbero scendere a livelli mai registrati dalla Seconda Guerra Mondiale (Global Carbon Project, 2020). Questo risultato è principalmente dovuto alle politiche di lockdown adottate dai governi a seguito dello scoppio della pandemia (Harapan et al, 2020). In quei mesi, il traffico aereo si è ridotto in tutto il mondo e la quasi totalità delle persone è rimasta a casa, lavorando a distanza.  Ad esempio, nella provincia dell’Hubei in Cina, durante la quarantena le centrali elettriche e industriali hanno cessato la propria produzione e l’impiego dei veicoli è calato significativamente in tutto il paese, determinando una vistosa riduzione delle concentrazioni di biossido di azoto (NO2) e particolato atmosferico di dimensioni inferiori a 2,5 µM (PM2.5) nelle principali città cinesi (ESA, 2020; CAMS, 2020). In particolare, l’NO2 è diminuito di 22,8 μg/m3 e 12,9 μg/m3 rispettivamente a Wuhan e in Cina, mentre le PM2.5 si sono ridotte di 1,4 μg/m3 a Wuhan, e di ben 18,9 μg/ m3 in 367 città nel paese. Rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, i livelli di inquinamento atmosferico a New York sono scesi quasi del 50% a causa delle misure adottate per limitare la diffusione del virus. Come conseguenza del blocco delle principali industrie, e dell’utilizzo limitato delle automobili, in Europa le emissioni di NO2 e, in misura ridotta, di PM2.5 hanno subito una drastica diminuzione nel nord Italia, in Spagna e Regno Unito, come mostrato nelle immagini satellitari (CAMS, 2020; Ficetola e Rubolino, 2020). 

Tuttavia, per quanto le emissioni di alcuni gas serra siano diminuite per effetto delle misure differenziate di contenimento della pandemia, questa riduzione è in grado di produrre un effetto scarso o nullo sulle concentrazioni totali accumulate in atmosfera per decenni. Infatti, è da tempo ben documentato che per un calo significativo e permanente, dovrebbe verificarsi un cambiamento strutturale di lungo termine nelle economie nazionali, risultato che può essere raggiunto attraverso la ratifica degli impegni ambientali presi (COP21). Inoltre, la diminuzione delle emissioni di inquinanti attualmente osservata in alcuni paesi è solo temporanea ed una volta attenuata o conclusa la pandemia, gli indicatori politici finora disponibili non permettono ottimismo su cambiamenti del sistema economico mondiale, palesemente proiettato verso un ritorno allo stato originale, senza curarsi del fatto che la concentrazione di inquinanti atmosferici tornerà a salire di nuovo.

Per questo è fondamentale una presa di consapevolezza e di iniziativa sui rischi globali e sulle loro conseguenze che ri/ponga al centro il problema dei cambiamenti climatici. In questo contesto si inserisce ad esempio la recente campagna lanciata da Legambiente “La carovana dei ghiacciai” che stimola a “mettere in campo misure e politiche ambiziose sul clima per arrivare a emissioni nette pari a zero al 2040, anziché al 2050 in linea con l’Accordo di Parigi, tema sul quale, purtroppo, non c’è ancora traccia nella discussione politica attuale del nostro Paese”. Il tema del clima è da tempo al centro della riflessione e dell’azione anche di Greenpeace, di Friday For Future e di molte altre associazioni e comitati impegnati a vari livelli. Sui grandi temi ambientali, si assiste dunque ad un progressivo consolidamento del legame tra scienza e cittadini più che tra scienza e stessi governi che la finanziano, per motivi comprensibili come quelli economici ma non per questo giustificabili. 

A questo proposito, non possiamo fare a meno di tornare a segnalare la evidente asimmetria tra giusta attenzione per la pandemia e ingiusta disattenzione per i danni ambientali e sanitari dell’inquinamento.  A spiegazione o attenuazione di questo non possono essere evocati i maggiori danni alla salute della pandemia rispetto ad altri danni planetari, in primo luogo quelli ascrivibili all’impatto dell’inquinamento atmosferico, visto che i numeri parlano da soli: nel mondo nove persone su dieci respirano oggi aria inquinata, che uccide 4,2 milioni di persone ogni anno, mentre sono stati stimate 412.000 morti premature in tutta Europa, di cui 374.000 nei 28 Paesi UE (e 58.000 in Italia), per esposizione alle PM2,5. Sebbene le stime di impatto siano relative a dati 2016 e in diversi paesi sviluppati si stia assistendo ad un progressivo miglioramento, sulla base dei dati ambientali più recenti la situazione mondiale non dovrebbe essere dissimile, mentre in Italia ci si attende un sensibile miglioramento, ma sempre con stime intorno a 30.000 decessi prematuri ogni anno (le stime possono variare secondo lo standard di qualità dell’aria di riferimento).  

Su questo piano sarà importante oltre che interessante valutare, e sull’argomento ci sono diversi studi in corso, sia l’impatto negativo netto dell’inquinamento atmosferico sulla incidenza ed evoluzione del Covid-19, sia l’impatto positivo della riduzione dell’inquinamento nel periodo pandemico, atteso più robusto per gli ossidi di azoto, diminuiti sensibilmente, meno rilevante per le polveri sottili che, a causa del particolato secondario trasportato per lunghe distanze, hanno subito una riduzione minore. 

Inoltre, nell’ambito della crisi economica causata del COVID-19 non andrebbero trascurati gli impatti economici dell’inquinamento atmosferico. Infatti, sulla base di dati europei da misure satellitari dell’inquinamento e statistiche dell’attività economica regionale nell’Unione Europea nel periodo 2000-2015, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OECD) ha stimato che l’aumento di 1 μg/m3 della concentrazione di PM2,5 provoca una riduzione dello 0,8% del PIL reale nello stesso anno. Il 95% dell’impatto è dovuto a riduzioni della produzione per lavoratore, causato da un maggiore assenteismo sul lavoro o da una riduzione della produttività del lavoro. I risultati pertanto suggeriscono che le politiche pubbliche per ridurre l’inquinamento atmosferico possono contribuire positivamente alla crescita economica. 

Ma torniamo agli effetti “collaterali” del lockdown messo in opera in molti paesi, quali la diminuzione considerevole dei livelli di rumore ambientale e l’attenuazione dei processi di smaltimento sbagliato di rifiuti, come quelli registrati in molte spiagge, su cui spesso sono lasciati incautamente rifiuti di ogni tipo, che sono tornate al loro aspetto originale. Un effetto positivo ulteriore riguarda la qualità delle acque, come evidenziato da quanto è stato osservato a Venezia dove le acque dei canali sono più pulite rispetto al passato per la riduzione del numero di turisti a causa del coronavirus (Saadat et al, 2020).

D’altra parte, l’aumento di acquisti online per la consegna a domicilio ha generato un ampio incremento dei rifiuti organici e inorganici, ed al contempo è stato registrato anche un aumento dei rifiuti sanitari. 

Basti pensare che gli ospedali di Wuhan hanno prodotto una media di 240 tonnellate di rifiuti sanitari al giorno durante l’epidemia, rispetto alla loro media precedente inferiore alle 50 tonnellate. In altri paesi come gli Stati Uniti, c’è stato un largo aumento di rifiuti derivati da dispositivi di protezione individuale come maschere e guanti (Calma, 2020) mentre sono stati interrotti i programmi di riciclo dei rifiuti in alcune città americane, per la preoccupazione sul rischio di diffusione del COVID-19 nei centri di riciclaggio. Anche in Europa la raccolta differenziata dei rifiuti è stata limitata e l’Italia ha vietato ai residenti colpiti dall’infezione di smistare i propri rifiuti. Nello stesso periodo l’industria ha colto l’opportunità di abrogare i divieti di buste di plastica usa e getta, per quanto la plastica monouso possa ancora ospitare virus e batteri (Bir, 2020).

Quindi, se tra gli effetti indiretti che il nuovo coronavirus ha prodotto sull’ambiente, vi sono principalmente la riduzione dell’inquinamento atmosferico e acustico, vi sono altresì effetti negativi correlati all’aumento dei rifiuti domestici e sanitari (Zambrano-Monserrate et al, 2020). I rifiuti sanitari come maschere, guanti, farmaci usati o scaduti e possono essere facilmente mescolati con i rifiuti domestici mentre, al contrario, dovrebbero essere trattati come rifiuti pericolosi e smaltiti separatamente oltre a dover essere raccolti da operatori municipali specializzati o operatori di gestione dei rifiuti (UN Environment Programme, 2020). Lo stesso programma ambientale delle Nazioni Unite ha esortato i governi a trattare la gestione dei rifiuti come servizio pubblico urgente ed essenziale per ridurre al minimo le possibili conseguenze sanitarie e ambientali (ACRplus, 2020).

Si più pertanto concludere che il COVID-19 produrrà effetti indiretti sia positivi che negativi sull’ambiente, con portata differenziata per tempo e modalità di accumulazione e stabilità, che rendono complessa la valutazione, perché impatti minori sul breve periodo potrebbero essere più seri a lungo termine e viceversa. Restano comunque gli imperativi di sanità pubblica ormai consolidati sulla base delle prove scientifiche: diminuire l’esposizione attuale delle popolazioni per proteggere la salute oggi e domani, anche da esacerbazione delle conseguenze di pandemie, come quella che stiamo vivendo, pur essendo consapevoli che tali riduzioni potrebbero non essere sufficienti ad incidere significativamente sui cambiamenti climatici in atto, ma sono comunque irrinunciabili. Per contro, la crisi pandemica causerà altri impatti sull’ambiente che possono durare più a lungo e si presentano di difficile risoluzione se non opportunamente gestiti da subito e affrontati in modo programmatico dai governi. Un sistema di valutazione integrata degli impatti dei vari fenomeni in gioco sembra necessario, per non cercare di completare un puzzle senza avere in mano tutti i pezzi.

BIBLIOGRAFIA

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