Gli umili scalpellini che diventano scultori

Il Premio Nobel per la Medicina 2018 riconosce l’inizio dell’avverarsi di un sogno della ricerca vecchio 100 anni: sfruttare contro il cancro le naturali armi di difesa del nostro organismo per realizzare “cure dal di dentro”. Il corpo che, aiutato dalla scienza, prova a guarire se stesso.
Thomas Vaccari, 02 Ottobre 2018
Micron
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Università degli Studi di Milano Statale

 

Nixon non avrebbe mai pensato che una promettente soluzione per vincere la guerra contro il cancro venisse da dentro di noi. Niente bisturi e neanche medicine, ma tanta (cono)scienza per dare un “aiutino” alle difese naturali del corpo umano. Ecco grana grossa il senso del premio Nobel per la Medicina assegnato ieri a James P. Allison dell’MD Anderson Cancer Center e a Tasuku Honjo dell’università di Kyoto. No, non vi sto raccontando di omeopatia, naturopatia o altre inefficaci stregonerie assortite, ma piuttosto delle recenti scoperte nel campo dell’immunoterapia oncologica, delle quali i due ricercatori premiati sono un po’ come i padri nobili.
Prima di spiegarvi il perché devo però ricordarvi qualche nozione elementare di immunologia (gli esperti possono tranquillamente saltare al paragrafo successivo).
Pronti? via! Il nostro sistema immunitario si è evoluto per difenderci da potenziali pericoli che incontriamo ogni giorno come virus, batteri e, occasionalmente, anche le nostre cellule quando acquisiscono mutazioni che innescano lo sviluppo di un tumore. Per quanto il sistema immunitario sia unadelle più spettacolari caratteristiche che abbiamo ereditato, la logica del suo funzionamento è abbastanza semplice. Eccola: ciò che viene riconosciuto dai linfociti, le cellule immunitarie che ci difendono, viene ucciso o inattivato perché non fa parte del corredo base di molecole con cui siamo nati. Durante lo sviluppo dei linfociti, tutti quelli che riconoscono proteine presenti sulla superficie delle nostre cellule vengono eliminati per non far danno.
Questo sistema è una autentica meraviglia che associa virtualmente tutto quello che può essere presente nel nostro organismo, ma non proviene da noi, ad un linfocita che lo riconosce, prima ancora che il pericolo si palesi!Vi assicuro che non è magia, ma una faccenda piuttosto complicata per cui, se siete interessati, procedete da qui in poi con un libro di testo.
Ora possiamo tornare alle vicende legate al premio Nobel di quest’anno partendo da una semplice domanda: ma che fare con cellule tumorali che, per quanto alterate, sono parte di noi? Fortunatamente, queste cellule si ricoprono di segnali che le smascherano, cosicché i linfociti le possano eliminare. Le cellule tumorali però sono professioniste del trasformismo e per sopravvivere sviluppano meccanismi che permettono di inibire la risposta immunitaria contro di loro. Per questo è molto più difficile guarire spontaneamente da un cancro che da un raffreddore.
Per capirci meglio si può dire che nel corpo di un malato di tumore è in corso una guerra e che le forze in campo tendano a bilanciarsi.
Come far vincere i buoni? James P. Allison e Tasuku Honjo, negli anni ’80, hanno indicato la via scoprendo due proteine sulla superficie dei linfociti, rispettivamente PD-1e CTLA-4, che permettono a una cellula tumorale di tenerli a bada. In pratica PD-1 e CTLA-4 sono come due interruttori per spegnere la risposta immunitaria.
Per tenere accesa la luce i due ricercatori hanno pensato di bloccarli. Da quel punto in poi, grazie a tanto lavoro loro e di molti altri, oggi abbiamo a disposizione una serie di farmaci efficaci per fare ciò. È bello pensare che queste armi nella lotta contro il cancro siano nella stragrande maggioranza derivate dai componenti stessi del sistema immunitario, come anticorpi e interleuchine.
D’altronde tutti gli scalpellini hanno iniziato copiando dai grandi maestri!Fortunatamente gli allievi scalpellini a volte superano i maestri ed è notizia dell’altro ieri lo sviluppo della terapia cellulare chiamata CAR-T, dal nome delle molecole che vengono disegnate dai ricercatori per riconoscere la superficie del tumore di un determinato paziente. CAR-T permette di estrarre linfociti dal sangue circolante un paziente, o di un donatore compatibile e, usando tecniche di ingegneria genetica, di espanderli e modificarli per poi reintrodurli. Sporchi, brutti e arrabbiati, ma debitamente armati per lottare contro il cancro. Tuttavial’arsenale della moderna immunoterapia, che si è via via sempre più affinato, ora comprende anche una batteria di virus ingegnerizzatiper attaccare le cellule tumoraliche perstimolare la risposta immunitaria.
Queste strategie, che prima ho ingenuamente definito aiutino, hanno parecchi vantaggi e qualche difetto. Permettono di contrastare tumori che sono impossibili da rimuovere chirurgicamente e lasciano pochissime speranze, come il melanoma metastatico, o alcuni tipi di leucemie. Portano inoltre con sé molta meno tossicità rispetto alle chemio- o le radio-terapie, perché colpiscono specificatamente i tumori, o le cellule del sistema immunitario, ma non il resto del nostro organismo. Tuttavia troppo aiuto può fare male. La possibilità infatti di inibire la risposta immunitaria è cruciale per evitare malattie auto immuni che vengono sviluppate da chi nasce con versioni non funzionanti di PD-1 e CTLA-4.
In queste ore sui giornali si è parlato di un Nobel immediato, riferendosi al fatto che molti immunoterapici sono ancora in via disviluppo o disponibili da poco. Penso però che, come spesso accade, l’Accademia Reale di Svezia abbia voluto premiare le scoperte iniziali di ricerca di base, senza le quali non ci sarebbero le attuali (e future) applicazioni che certamente oggi costituiscono una nuova, e potenzialmente lucrosa, frontiera della medicina personalizzata e di precisione.
Una frontiera basata su terapie anche cellulari, che per la prima volta ambiscono a revertire, e non solo a controllare o ritardare, lo sviluppo di un tumore. In sintesi, l’immunoterapia oncologica promette un cura per il cancro, più o meno il santo Graal dell’oncologia.,come ben sanno molti istituti Italiani all’avanguardia come l’Humanitas, diretta da Alberto Mantovani, un pioniere dell’immunologia, ma anche l’Istituto Europeo di Oncologia o l’Istituto Nazionale di Genetica Medica.
Gli umili scalpellini ora sono scultori provetti e in fondo Michelangelo era italiano. La Pietà della medicina, che ci promette di portarci conforto da una terribile malattia, ancora non esiste. Ma la ricerca continua ad illuminare la speranza.

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