Guida pratica al dottorato negli USA: come ottenerlo

Il “dottorato in America” è l’asso nella manica di qualsiasi curriculum. Ma come funziona? Come si fa domanda, e quali documenti dovrete presentare? Inizia con questo articolo un viaggio in quattro puntate nel mondo del dottorato negli USA. Per scriverle, micron ha intervistato quattro dottorandi o ex dottorandi di Rockefeller, Harvard, Missouri S&T e MIT che hanno contribuito con la loro esperienza e i loro consigli alla stesura degli articoli. Ogni due settimane, un nuovo capitolo.
Stefano Porciello, 02 Luglio 2018
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Relazioni internazionali e Studi europei

Il “dottorato in America” è qualcosa di leggendario nei corridoi delle università italiane e ottenere Ph.D. negli Stati Uniti sembra essere un merito indiscutibile, una chiave che apre le porte di qualsiasi lavoro. In realtà, molto dipenderà da dove riuscirete a entrare e dal gruppo di ricercatori con cui vi troverete a lavorare. Non ultimo, come vedremo fa due settimane, il successo del vostro dottorato negli USA dipenderà moltissimo anche da come (e se) riuscirete a passare gli esami dei primi due anni, che in alcuni casi potrebbero farvi addirittura escludere dal programma di dottorato. Tuttavia, è bene non farsi scoraggiare, conoscere tutte le armi a vostra disposizione, e cercare di ottenere il miglior risultato da un processo che sarà lungo e faticoso, ma altrettanto entusiasmante. Questa guida, composta da quattro capitoli, cercherà offrirvi le informazioni che vi servono, oltre ai consigli (e gli avvertimenti) di chi ha fatto un dottorato negli Stati Uniti prima di voi.

PRIMA DI FARE L’APPLICATION
Il processo di application per un Ph.D. in un’università americana inizia circa un anno prima dell’inizio dei corsi e le domande vanno spesso inoltrate nel mese di dicembre. Per farsi trovare preparati potete iniziare a raccogliere i soldi e i documenti che vi servono con largo anticipo, considerando che le scartoffie sono molte, i certificati costano, e per ogni candidatura dovrete pagare un centinaio di dollari. Farsi un’idea della qualità dei laboratori e di cosa pubblicano i professori e i gruppi di ricerca coi quali vorreste collaborare è un lavoro lungo, ma davvero importante.
Se nelle ricerche vi sentite smarriti, chiedete aiuto: il relatore italiano o i docenti del vostro corso di laurea possono darvi una mano a orientarvi nella scelta dell’università in cui fare l’application. Il mondo della ricerca, soprattutto in alcuni ambiti di nicchia, è spesso molto piccolo e i professori si conoscono tra loro, sono stati a conferenze insieme, hanno collaborato per scrivere articoli scientifici o hanno addirittura già visitato i laboratori sui quali vi consiglieranno di puntare. In più, chi si occuperà della vostra selezione terrà di conto la parola di un collega italiano che stima professionalmente e che vi ha segnalati come promettenti candidati: delle buone referenze possono contare molto più dei vostri voti.
Nel processo di application a un dottorato negli USA, non c’è bisogno di presentare un vero e proprio progetto di ricerca. Avere un’idea, anche precisa, di quello che vorrete fare può dare una spinta qualitativa al vostro Statement of Purpose, ma la ricerca che sarà alla base della tesi di dottorato (la dissertation) verrà costruita un po’ alla volta insieme al vostro advisor. Il processo di selezione è molto “centralizzato” e dovrete semplicemente mandare la vostra domanda alle università che avrete scelto. Per non fare confusione, visto che di università in università e anche di dipartimento in dipartimento i requisiti d’accesso possono essere diversi, vi conviene controllare il sito internet delle Graduate school che vi interessano. Qui, per esempio, potete leggere requirements e deadlines per un Ph.D. in matematica a Cornell, un’università della Ivy League.

COSA SERVE PER FARE DOMANDA?
La maggior parte delle università americane, oltre al curriculum, vi chiederà il transcript of record originale della vostra carriera accademica, che dovrete richiedere per tempo in segreteria. Tra gli altri documenti da collezionare ci saranno i risultati del test GRE, una certificazione linguistica con ottimi voti (se non siete madrelingua inglesi), e almeno tre lettere di referenza.
Il GRE general test è un esame standard che misura le vostre capacità nel comprendere un testo scritto, risolvere problemi, applicare modelli matematici e scrivere in modo appropriato. Non è facile, ma nemmeno impossibile, e ha un’importanza abbastanza relativa: «Se lo fai super bene, lascia il tempo che trova», racconta Luca Parolari che è un medico al penultimo anno di Ph.D. alla Rockefeller di New York: «Mentre se lo fai molto male inizia già ad essere una prima fase di selezione». Per fortuna il test si può ripetere fino a 5 volte in un anno, e potrete far vedere all’università in cui state facendo l’application solo il risultato migliore. Tuttavia, l’esame costa 205 dollari e ripeterlo vi farà spendere una piccola fortuna.
Per un Ph.D. in biologia, chimica, letteratura inglese, matematica, fisica o psicologia, molto spesso è necessario fare anche un altro esame, che si chiama GRE subject test, è specifico per queste materie e costa altri 150 dollari.
Gli esami di lingua inglese più riconosciuti sono invece il TOEFL e l’IELTS. I punteggi minimi richiesti dalle università – e anche di dipartimento in dipartimento – variano notevolmente, ma in generale per il TOEFL, che costa 245 dollari, servono almeno 95-100 punti, mentre per l’IELTS Academic, che costa 234 dollari, vi servirà almeno un 7-7.5.

QUANTO SONO IMPORTANTI LE LETTERE DI REFERENZA?
Le lettere di presentazione sono fondamentali. Più è solida la reputazione scientifica di chi ve la scrive, più chances avrete di essere presi in considerazione. Anche perché se non avete frequentato facoltà americane, difficilmente la commissione del dottorato conoscerà il valore dell’Università di Perugia, di Trento o di Palermo. Nel gioco delle lettere di referenza, aver messo piede in un laboratorio conosciuto, aver partecipato a una ricerca internazionale o essersi distinti in una summer school di un’università importante può fare la differenza: se le referenze riescono a mettere in luce il vostro lavoro in ambiti, condizioni e gruppi di ricerca diversi è sicuramente meglio. Negli Stati Uniti, racconta Luca «la cosa più difficile è trovare un modo per entrare»: una chiave, un aggancio, un ricercatore che apprezzi il vostro lavoro. «Dopodiché se sei intraprendente, se lavori bene, se sei responsabile, sveglio, da lì le porte continueranno ad aprirsi», dice.
Le sue “chiavi” per gli Stati Uniti sono state un corso di neurologia del Prof. De Girolami di Harvard, al quale si è iscritto durante l’Erasmus a Parigi, e una borsa di studio vinta tramite concorso pubblico della Rockefeller University, che gli ha permesso di lavorare per un’estate nel laboratorio del Premio Nobel Paul Greengard a New York. Da quel momento in poi un’occasione ha seguito l’altra, e Luca le ha prese tutte al volo: ha partecipato a un semestre di scambio ad Harvard, seguito da un mese alla Columbia, finché – una volta laureato – è riuscito ad ottenere un’offerta da diverse scuole tra cui Harvard, Columbia, Cambridge, UCSD, e la Rockefeller, dove ha poi deciso di iscriversi per il suo Ph.D.
«Due cose influiscono sulla lettera di referenza» spiega: «Innanzitutto il rispetto, il prestigio di cui gode la persona che scrive la referenza. E, secondo, quanto la persona ti conosce». Secondo lui, una buona lettera di referenza deve mostrare che il professore ha investito il suo tempo su di voi per scrivervi la lettera, e che si è impegnato a raccontare cosa avete fatto, sa spiegare perché apprezza il vostro lavoro e perché è pronto a mettere in gioco la sua faccia per presentarvi a dei colleghi.

CHE COS’È LO STATEMENT OF PURPOSE
Lo Statement of Purpose è un altro tassello fondamentale del processo di application: fondamentale perché sarà la vostra sola presentazione personale al comitato che seleziona i candidati per un programma di dottorato. In una o due pagine dovete riuscire a concentrare i vostri successi più importanti, mostrare determinazione e competenza, e – soprattutto – dovrete convincere la commissione che avete molto potenziale come ricercatori. Per scriverlo, Berkeley propone ai candidati queste linee guida.
Si tratta di un lavoro complicato, e che Chiara Trebaiocchi – che si è appena addottorata ad Harvard – descrive come la parte più difficile della sua application. «Dev’essere il più sincero possibile – racconta – devi riuscire a partire da quando eri bambina, dai tuoi desideri, e riassumere poi quello che hai fatto fino alla grande epifania del “AH! Voglio andare in questa università!”». Anche se su internet è facile trovare dei modelli di statement già scritti, in realtà ogni statement «dovrebbe essere pensato per l’università per cui si manda l’application. Per cui, almeno nel paragrafo finale, bisogna cercare sempre di dire perché vuoi andare in quella specifica università, in quello specifico dipartimento, dove magari vuoi lavorare col professore “X”, e fare il nome del professore “X”. Ci sono tutte queste regole di etichetta di cui io non avevo la minima idea», racconta Chiara. E il suo consiglio è di farsi sempre rileggere lo statement da qualcuno: se non da un americano, perlomeno da una persona che ne ha già scritti parecchi. Si tratta di un documento in cui «inizi a raccontare la tua narrativa», riassume Luca Parolari: «Fa parte del gioco, fa parte della tua capacità di essere in grado di scrivere, di presentarti».

VALE LA PENA FARE APPLICATION A TAPPETO?
Nel microcosmo dei dottorandi italiani negli Stati Uniti girano molti racconti di persone che hanno fatto decine di application pur di aumentare le probabilità di essere selezionati. Si tratta di una strategia che non vi assicura nulla, disperde le vostre energie e sicuramente vi costerà un occhio. Ogni domanda ha dei costi fissi intorno ai 100 dollari, ai quali vanno aggiunti quelli per spedire i documenti e tutti il tempo che investirete nel preparare le application: se arrivate a candidarvi in 10 università, avrete già speso almeno un migliaio di dollari. Sono soldi che forse avreste investito più efficientemente in una summer school, o pagandovi viaggio, vitto e alloggio per un mese di tirocinio in qualche laboratorio americano. «Se l’obiettivo è venire a studiare in America – racconta Chiara – io direi: prova a fare quante più application possibili andandoti a studiare i dipartimenti che ti interessano. Non mandarle a casaccio! Ma se il professore è buono, se il laboratorio è ottimo, prendi e fai domanda». Lei, che studia letteratura italiana, si era candidata in quattro università americane e in una canadese: ha ricevuto tre offerte, e alla fine ha scelto Harvard.

COSA SUCCEDE SE PASSATE LA PRIMA FASE DI SELEZIONE?
Se riuscirete a superare la prima fase di selezione basata sulla documentazione, sarete invitati a fare un certo numero di colloqui. Le interviste possono essere su internet, ma in molti casi sarete invitati a passare qualche giorno nel campus: l’università potrebbe addirittura farsi carico dei vostri biglietti aerei perché possiate rendervi conto delle infrastrutture a disposizione dei ricercatori mentre i docenti potranno valutarvi in prima persona.
Luca Parolari ne parla come di un «corteggiamento reciproco», ed è un concetto non scontato: l’università vi offre un’occasione, ma voi siete – per il dipartimento – altrettanto importanti. Se sarete così in gamba da ricevere un’offerta, vi renderete conto che l’università investe su di voi – già solo per pagare tasse e stipendio – centinaia di migliaia di dollari. Possono sembrare molti, ma se al posto di iniziare un dottorato entraste nel mercato del lavoro americano, probabilmente guadagnereste molto di più.
Quindi, è vero: una buona offerta potrebbe essere una grande occasione, ma valutate attentamente le vostre prospettive e non prendete decisioni avventate. Accettare un Ph.D. vuol dire impegnarsi per almeno 5 anni alle condizioni che vi vengono proposte: prendete in considerazione i vostri desideri, il costo della vita in una città piuttosto che in un’altra, cosa volete imparare durante il dottorato e dove volete arrivare. Se per adesso il Ph.D negli USA può essere un obiettivo in sé, non dimenticate che è anche un passo determinante della vostra formazione – e della carriera che vi aspetta.
L’università che vi ha fatto l’offerta può soddisfare tutte le vostre aspettative? A voi di decidere. Nel frattempo, non perdete il prossimo articolo: “Quello che forse non ti aspetti da un dottorato negli USA”, fra due settimane su micron. 

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