I cambiamenti climatici? È meglio se li spiega un’infografica

Più efficaci di un rapporto scritto, i grafici e le mappe interattive stanno cambiando il modo di fare informazione soprattutto su temi di interesse globale. Sembrano un prodotto dei nostri tempi, ma in realtà hanno una lunga storia alle spalle.


Micron
Giornalista Scientifica

Si può fare di più. Non basta raccontare una storia, elencare dati, mostrare fotografie. Quando si parla di cambiamenti climatici il ricorso all’infografica è quasi un obbligo. Almeno così la pensano all’UNESCO. Nella recente guida “Climate change in Africa: a guidebook for journalists” l’invito rivolto ai giornalisti a servirsi di mappe, schemi, diagrammi, figure geometriche e disegni di ogni tipo non poteva essere più esplicito. E per aiutarli a consegnare articoli ricchi di quelle immagini così adatte a rappresentare situazioni complesse come l’evoluzione del clima, gli autori del manuale danno anche indicazioni su come creare l’infografica perfetta.
Per realizzare le mappe consigliano di rivolgersi a Google Fusion Tables, MapBox, CartoDB, qGIS, School of Data. Per la rappresentazione grafica suggeriscono di consultare Google Spreadsheets, Tableau Public, Gephi, Many Eyes, D3 (Data Driven Documents).

Il messaggio dell’UNESCO, rilanciato anche dalla Banca Mondiale, altra produttiva fucina di infografiche sui cambiamenti climatici, è chiaro: una figura può essere più efficace di mille parole.
Vale quasi sempre, e nel caso del global warming e dei fenomeni a questo correlati vale ancora di più. “I cambiamenti climatici rappresentano una sfida unica per i giornalisti impegnati a descriverli – si legge sulla guida dell’Unesco – Il clima è il risultato del tempo metereologico medio su un lungo periodo, l’atmosfera di per se è invisibile [… ]. Chiedetevi, avete mai visto il cambiamento climatico?”. E’ per questo che al tradizionale reporter, dopo aver consegnato un articolo composto da solo testo, può rimanere il dubbio di avere scritto tante parole per nulla. “Le sole parole spesso falliscono nel descrivere la rete intrecciata di influenze e impatti che va sotto la voce di cambiamento climatico e le immagini si prestano a rendere le storie più personali e reali. […]
Mappe e grafici sono utili perché possono effettivamente correlare concetti astratti con la vita reale. A qualcuno potrebbe non interessare l’aumento del livello degli oceani ma potrebbe cambiare idea se vedesse una mappa con la sua casa finita sotto l’acqua”.
All’UNESCO ne sono talmente convinti che da qualche anno a questa parte è difficile trovare un Rapporto dell’organizzazione che non preveda le infografiche. Lo stesso si può dire per la Banca Mondiale: l’ultima pubblicazione sull’andamento della decarbonizzazione nel mondo è un susseguirsi di schematiche e colorate rappresentazioni simboliche.

Infografica della Banca Mondiale sulla decarbonizzazione

UNA LUNGA STORIA
Le infografiche sembrano un fenomeno dei nostri tempi. Eppure è difficile sostenerne la modernità quando, a pensarci bene, i primi messaggi sotto forma di disegni si trovano nelle pitture rupestri dei nostri antenati preistorici. L’informazione veniva incisa sulla grotta: a colpo d’occhio si riusciva a sapere quanti e quali animali circolavano nella zona.
Passando a tempi più recenti una sintetica panoramica sulle origini dell’infografica prevede alcune tappe obbligate, tutte nel Regno Unito: si parte dal primo “diagramma a torta” inventato dallo statistico inglese William Playfair nel 1789, per poi passare all’elaborato grafico ideato a metà Ottocento dall’infermiera Florence Nightingale per convincere la Regina Vittoria a migliorare le condizioni degli ospedali militari, per arrivare infine alla leggendaria mappa della metropolitana di Londra, opera di Harry Beck nel 1933.
Anche nel campo del giornalismo il riuscito connubio tra immagini e testo dura da quasi un secolo. Basta dare un’occhiata alla grafica che campeggiava sulle prime pagine del Chicago Tribune agli inizi del Novecento per accorgerci che i giornali di oggi non si sono inventati nulla. Già all’epoca, nel gennaio del 1910, c’era chi aveva capito che un disegno, molto meglio di tante parole, avrebbe informato i lettori sulla quantità di neve caduta in città e sui costi della sua rimozione.

Da quando poi i risultati di uno studio sulla efficacia della comunicazione giornalistica sono giunti sulle scrivanie dei direttori dei principali quotidiani del mondo, la linea editoriale di tutta l’informazione, di carta o sul Web, è diventata fedele a un solo principio: puntare tutto sul potere delle immagini. Nel 1991 due ricercatori del Poynter Institute, nota scuola di giornalismo in Florida, pubblicavano una ricerca intitolata “Eyes on the News”, frutto di un interessante esperimento: seguire gli sguardi dei lettori che sfogliano un quotidiano.
Ebbene, dal monitoraggio del movimento degli occhi emerge che le immagini catturano l’attenzione molto prima del testo.
Il diligente giornalista non può fare a meno di domandarsi: perché sforzarsi di infilare nell’attacco dell’articolo tutte le riposte alle famigeratecinque W (who, what, where, when, why) quando quelle righe verranno lette solamente dopo aver guardato una foto o un disegno?
Le informazioni fondamentali devono stare altrove: un’immagine per comunicare il “who” , un titolo esplicativo per raccontare il “what” e una didascalia per indicare il “when” e il “where”. In questo modo la notizia arriva al destinatario in circa un decimo di secondo, il tempo necessario al cervello per comprendere ciò che vede. Neanche il lettore più veloce riuscirebbe a stare allo stesso passo.
E in questa nuova fase del giornalismo dettata dal motto “a me gli occhi” le infografiche la fanno da padrone, con il rischio però di venire usate a sproposito. Il primo a storcere il naso di fronte all’incessante e non sempre giustificato bombardamento di immagini è stato Edward Tufte, lo statistico americano definito dal New York Times il “Da Vinci dei dati”.
Autore del testo fondamentale “The Visual Display of Quantitative Information”, è lui ad avere dettato, all’inizio degli anni Novanta, le regole della moderna visualizzazione di dati che ancora oggi sono seguite dalle riviste, giornali e siti web di tutto il mondo. Agli occhi di un esperto come Tufte il confuso miscuglio di numeri, colori, frecce e icone che impazza sul Web e sulla carta stampata, tanto visivamente accattivante quanto povero di contenuto, non è altro che “chartjunk” (grafico-spazzatura). Un termine che per molti si addice alle “snapshots” che hanno fatto la fortuna della testata americana USA Today e di molte altre.
Chiamarle infografiche deve apparire quasi un’eresia a uno come Mark McCormick, grafico del The Guardian, abituato a prodotti ben più complessi che richiedono una lunga lavorazione. Una procedura che lui stesso ha spiegato, ovviamente alla sua maniera, con un’infografica su come si fa un’infografica.

Prima di consegnare il suo lavoro al giornale, il grafico passa giornate intere a selezionare e sistemare i dati.
La parte creativa, spiega McCormick, arriva solamente alla fine e occupa il 30% dell’intera produzione. Ecco cosa accade durante il 70% del tempo che precede il disegno. Primo: si archiviano i dati provenienti da varie fonti, notizie d’agenzia, database governativi, indagini giornalistiche. In questa fase il giornalista-infografico italiano parte svantaggiato perché nel nostro paese non esiste un database di dati pubblici facilmente accessibile come il data.gov.uk britannico o il data.gov statunitense.
Punto due: ci si chiede cosa fare con tutti quei dati. “Dobbiamo mischiarli con un altro dataset? Come possiamo mostrare i cambiamenti nel tempo?”, si domanda Mark McCormick.
Poi si passa alla pulitura dei file, con l’eliminazione delle colonne e celle inutili, tenendosi alla larga dai documenti in PDF considerati dal grafico del The Guardian “il peggiore formato per i dati conosciuto dall’umanità”.
Infine, si passa a fare dei calcoli per capire se dietro alle cifre esiste realmente una storia interessante da raccontare. Solo a questo punto ci si domanda come rappresentarla. Le possibilità sono essenzialmente tre: in modo statico, adatto alla carta stampata, animato o interattivo.
La terza via è diventata ultimamente la prescelta dal Web, dove si trovano moltissimi esempi di infografiche dedicate a temi di interesse globale. Eccone alcune.
Cliccando sul pulsante play del grafico animato Gapminder World appaiono cerchi di colori vivaci, ognuno dei quali rappresenta una nazione, che rimbalzano lungo la linea del tempo. Si tratta di una efficace rappresentazione grafica dell’andamento del PIL pro capite di tutti paesi del mondo negli ultimi cento anni.
Selezionando gli USA, per esempio, si osserva il cerchio crescere costantemente e rapidamente di diametro. Gli ideatori di questo e di altre infografiche sono ricercatori di Stoccolma impegnati a diffondere informazioni sulla salute e l’economia globale attraverso strumenti di visualizzazione on line.
Lo staff di Big Facts , un progetto promosso dal CGIAR Research Program on Climate Change, è invece specializzato in infografiche sui cambiamenti climatici, l’agricoltura e la sicurezza alimentare. Una risorsa open access che elabora in continuazione grafici aggiornati e passati al vaglio di una accurata peer review.
La loro politica è dichiarata sul sito: “Incoraggiamo chiunque a scaricare, usare e condividere i fatti e le immagini grafiche. Riteniamo che condividere le conoscenze sia necessario per affrontare le sfide poste dall’agricoltura e dalla sicurezza alimentare ai tempi dei cambiamenti climatici”.

Una miniera di informazioni sui cambiamenti climatici si trova sul sito del Climate Analysis Indicators Tool CAIT 2.0 con un archivio di dati che va dal 1850 fino a oggi. È’ qui che i giornalisti attingono i numeri e trovano gli strumenti utili per le loro rappresentazioni grafiche. E’ a loro che si è rivolto il The Guardian, per esempio, per il suo approfondimento interattivo su “Passato, presente e futuro della CO2” , un’analisi di come sono cambiate le emissioni negli ultimi 150 anni”.
Ma in Rete non si parla solo di clima. I membri del Bulletin of the Atomic Scientists hanno realizzato un’infografica interattiva sulla quantità di armi nucleari nel mondo. È perfettamente visualizzato l’andamento degli arsenali delle nove potenze nucleari, Cina, USA, Russia, Inghilterra, Francia, India, Pakistan, Israele e Corea del Nord: al picco degli anni Ottanta è seguito un costante ridimensionamento del numero di armi possedute. “Volevamo un modo per comunicare questi numeri visivamente, perché se il mondo in cui viviamo è governato dai dati lo è anche dalle immagini, spiega John Mecklin del Bulletin. “La nuova infografica rende queste informazioni vitali ancora più accessibili”.

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