I numeri dell’Italia fragile

Il 10% del nostro territorio nazionale è formato da aree ad elevata criticità idrogeologica, il 19% è a rischio frane e il 23% è a rischio alluvioni. Solo 12 comuni su 100 in Italia sono completamente esenti, mentre per il restante 88% il rischio esiste, o su un fronte o sull'altro. Scopriamo quanto è vulnerabile il nostro Paese e cosa stiamo facendo su questo fronte.
Cristina Da Rold, 04 Novembre 2016
Micron
Micron
Giornalista scientifica

Il 2015 in Italia ha visto 28 morti, 25 feriti e oltre 3500 tra sfollati e senzatetto per mano di frane e alluvioni, in 88 comuni appartenenti a 19 regioni. Un totale di 106 frane e 33 inondazioni in un solo anno. Ampliando il periodo di indagine, fra il 2010 e il 2014 il numero cresce fino a contare 145 morti, 2 dispersi, 205 feriti e oltre 44 mila sfollati. Se abbracciamo gli ultimi 50 anni poi, si toccano i 2000 morti e ben 430mila persone che hanno perso la propria casa. Lo racconta un recente bollettino curato dall’Istituto di ricerca per la protezione idrogeologica del Consiglio nazionale delle ricerche (Irpi-Cnr) di Perugia.
L’arrivo di frane e alluvioni non si può prevedere con esattezza, ma certamente il loro impatto dipende dall’utilizzo che facciamo del nostro territorio.
Proprio il 14 settembre scorso il Governo ha pubblicato in Gazzetta Ufficiale il DPCM con i dettagli sul Fondo per la progettazione degli interventi contro il dissesto idrogeologico, un fondo da 100 milioni di euro a cui potranno attingere, tramite richiesta, i presidenti delle regioni: 24 milioni per il 2016, 50 milioni per il 2017 e 26 milioni per il 2018. Sono abbastanza?
Quello che è certo è che il dissesto idrogeologico ha un costo stimato annuo di 2,5 miliardi di euro, come mostra il recentissimo rapporto dell’ANBI (l’ente che rappresenta i consorzi di bonifica italiani), che il 22 settembre scorso ha presentato il proprio piano per la Riduzione del Rischio Idrogeologico “Manutenzione Italia 2016 – Azioni per l’Italia sicura”. Il piano parla di ben 3581 interventi che sarebbero necessari in Italia, per un totale di oltre 8 miliardi di euro di investimenti.
E il Paese intanto mostra le sue fragilità. Il 10% del nostro territorio nazionale è formato da aree a elevata criticità idrogeologica, come illustra l’ultimo rapporto di ISPRA, con i dati aggiornati al 2015. Il 19% del territorio italiano è a rischio frane e il 23% è a rischio alluvioni. Solo 12 comuni su 100 in Italia sono completamente esenti, mentre per il restante 88% il rischio incombe, o su un fronte o sull’altro. Su 8000 comuni italiani infatti, circa 3900 hanno nel loro territorio criticità sia sul versante frane che alluvioni.
Eppure le leggi in materia ci sono, e molto precise. La legislazione attualmente vigente è la Direttiva Europea 2007/60/CE, recepita in Italia attraverso il DL 49 del 23 febbraio 2010, che ha introdotto la classificazione del rischio in categorie dalla P1 (pericolosità moderata) alla P4 (pericolosità molto elevata), fissando precise regole a livello europeo per la valutazione e gestione del rischio. Una classificazione molto importante per decidere come agire. Nelle aree per esempio a pericolosità molto elevata (P4) sono possibili infatti solamente interventi di demolizione e non di costruzione, per la riduzione della vulnerabilità degli edifici e rendere le nuove infrastrutture più sicure, oltre alle bonifiche. Nelle aree classificate come pericolosità elevata (P3) invece è anche possibile intervenire per l’ampliamento e per l’adeguamento degli edifici.
In generale sono le zone appenniniche, e non quelle alpine a risultare più a rischio, anche riguardo ai fenomeni franosi. Il 5% del territorio italiano è a elevata pericolosità da frane e il 2,9% è a pericolosità molto elevata. La percentuale di comuni con pericolosità elevata (P3) e molto elevata (P4) da frana, e con pericolosità idraulica media (P2) è particolarmente alta in Valle d’Aosta (il 100% dei comuni è ad alta pericolosità sia per frane che per alluvioni), in Toscana (93%), in Calabria (86%) e in Liguria (82%). Per quanto riguarda invece le alluvioni, nonostante si parli di un 4% di territorio nazionale a pericolosità media (P3), il vero pericolo viene dalla Pianura Padana, e in particolare dall’Emilia Romagna, dove è ad alto rischio l’11% del territorio.
Stimare il rischio però non è semplice, e non mancano i punti critici, sottolineati dagli stessi esperti ISPRA. Anzitutto la difficoltà di determinare il tempo di ricorrenza delle frane, che fa sì che, per ora, si possa ragionare solo in termini di suscettibilità e pericolosità spaziale. Inoltre, i PAI (Pian di Assetto Idrogeologico) non sempre vengono aggiornati con regolarità: il 50% di essi non viene aggiornato da oltre cinque anni, mentre sarebbe di fondamentale importanza per definire le nuove aree a rischio. Terzo ma non ultimo, il problema della disomogeneità nella mappatura e nella classificazione, dovuta all’utilizzo di metodologie diverse da zona a zona. Gli indicatori più importanti però non sono i territori in sé, ma chi lì ci vive, cioè stimare il rischio per la popolazione, per le imprese e per i beni culturali, che ogni anno alimentano grazie al turismo le casse dello stato. Oggi un terzo della spesa turistica nazionale deriva dal settore culturale. A essere a rischio per frane – chiosa ISPRA – è il 2,1% della popolazione italiana, cioè 1,2 milioni di persone, di cui 482mila abitanti residenti in aree a pericolosità molto elevata e 741mila in aree a pericolosità elevata.

Se consideriamo le aree a più elevata pericolosità, in cima alla lista troviamo Valle d’Aosta, Liguria, Basilicata Abruzzo e Molise, ma se consideriamo la popolazione a rischio nel complesso a mostrare la maggiore criticità è la Campania, con oltre 300 mila persone a rischio, un numero doppio rispetto alla seconda in classifica, la Toscana. A questo si aggiunge il fatto che ben il 18% dei beni culturali italiani è oggi a rischio frane, il 5,4% a rischio elevato, in particolare nel triangolo fra Toscana, Marche ed Emilia Romagna. Più ampio il bacino di persone a rischio alluvioni: il 3,2% della popolazione italiana. Sono 9 milioni gli italiani residenti in aree a pericolosità idraulica, quasi 2 milioni di essi in aree a pericolosità elevata e quasi 6 milioni in aree a pericolosità media, la metà dei quali in Emilia Romagna. A rischio alluvioni è poi il 3,9% delle imprese e il 6,6% dei beni culturali.
La domanda d’obbligo è: che cosa stiamo facendo per far fronte a questo rischio? Stiamo facendo prevenzione? Alcuni dati (seppur con qualche intrinseco limite) li mette nero su bianco il Governo con l’iniziativa #ItaliaSicura, che cerca di contare i cantieri aperti dal 1998 a oggi, e quelli attualmente operativi, regione per regione, con i relativi investimenti. Quello che emerge incrociando questi dati con quelli relativi alla popolazione a rischio, è che non sempre le regioni a più alto rischio per frane e alluvione sono le stesse che vedono i maggiori investimenti.

La fonte dei dati riportati da #ItaliaSicura è il Repertorio Nazionale degli interventi per la Difesa del Suolo di ISPRA, a cui si aggiungono anche i due programmi finanziati ai sensi della Ordinanza del Ministero dell’Ambiente 3073/2000 nel 2001 e gli interventi di tutela ambientale e difesa del suolo finanziati, nel 2008, con i fondi connessi alla realizzazione del Ponte sullo stretto. Si tratta di un database per sua natura non completo, dato che – si legge sul sito web del’iniziativa – «le possibili fonti di finanziamento sono tantissime e i meccanismi assai complessi. Oltre a quanto già disponibile, l’obiettivo è di integrare rapidamente anche gli interventi finanziati con strumenti quali le Ordinanze di Protezione Civile emanate fino a maggio 2013, fondi regionali e comunitari».
Secondo i conteggi di #ItaliaSicura, attualmente vi sarebbero lungo la penisola cantieri attivi per un totale di oltre 1,7 miliardi di euro. Se calcoliamo i soldi che attualmente stiamo spendendo per abitante, ai primi posti (considerando le regioni peggiori per popolazione) troviamo Calabria (82 euro), Puglia (56 euro), Sardegna (46 euro), Liguria (43 euro), Basilicata e Sicilia (41 euro) e Toscana (36 euro). Esempi importanti di regioni ad alto rischio dissesto, come invece Emilia Romagna, Marche e Piemonte toccano rispettivamente i 17, 10 e 14 euro per abitante.
Ciò non significa tuttavia che chi fa di più fa meglio, con meno sprechi o più in fretta. O che magari oggi non faccia perché ha provveduto a fare prima. Per questo è interessante confrontare questo dato con quello sul totale di investimenti erogati negli ultimi 18 anni. Anche qui, fra le regioni con popolazione elevata, quelle che hanno investito di più nell’ultimo ventennio sono Calabria (266 euro/abitante), Sardegna (212 euro/abitante), Toscana (158 euro/abitante) e Abruzzo (156,9).
Quello che è certo è che c’è ancora molto da fare, a partire dal problema enorme del consumo del suolo, che in Italia continua a crescere. Tra il 2013 e il 2015 le nuove coperture artificiali hanno riguardato altri 250 chilometri quadrati di territorio, in media 35 ettari al giorno. Una perdita che finisce per pesare sulle nostre tasche. Il consumo di suolo corre al ritmo di quattro metri quadrati persi ogni secondo, e ciò significa – riporta ISPRA – quasi un miliardo di euro (oltre 800 milioni) che gli italiani potrebbero pagare dal 2016 in poi per fronteggiare le conseguenze del consumo di suolo degli ultimi 3 anni (2012-2015).

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