I possibili protagonisti della bioeconomia

I devastanti incendi della scorsa estate in Siberia e in Amazzonia ci mettono davanti alla necessità di una svolta nella gestione delle foreste. È necessario un cambio di passo fondato su una bioeconomia circolare, in grado di proteggere natura e biodiversità facendo innovazione.
Antonio Brunori, 24 Novembre 2019
Micron
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Micron
Segretario generale PEFC Italia

Il primo documento storico ufficiale che teorizzi una gestione forestale in equilibrio tra natura ed economia è il Codice forestale camaldolese, che rappresenta la sintonia profonda tra la ricerca spirituale e la cura della foresta e del territorio socialmente interessato. Tale documento è costituito da una complessa serie di norme e disposizioni con le quali per secoli – dal 1027 al 1866 – i monaci benedettini Camaldolesi hanno gestito e tutelato le loro foreste appenniniche. Sin dall’antichità, però, le fonti ricordano l’importanza assunta dai boschi sacri, come quello di Monteluco di Spoleto (Pg), così che tale lucus era tutelato e protetto dalla Lex Luci Spoletina che, per il suo contenuto (vietava il taglio degli alberi nei boschi sacri del territorio spoletino), è considerata la prima legge forestale (documento epigrafico scritto in latino arcaico su due pietre calcaree, risalente al III-II secolo a. C. e conservato a Spoleto nel Museo archeologico nazionale). Un altro importante documento risale al 1111: con la Magnifica Comunità di Fiemme, l’ente pubblico che tutela la popolazione locale e ne valorizza il patrimonio ambientale e culturale, nasce in quell’area del Trentino anche una tradizione di selvicoltura fatta di regole ed equilibri per la sostenibilità della valle, famosa soprattutto per il suo abete rosso.

Ai giorni d’oggi la definizione corrente di gestione forestale sostenibile è quella adottata nel 1993 dalla Conferenza Ministeriale per la Protezione delle Foreste in Europa, che recita: «la gestione e l’uso delle foreste e dei terreni forestali nelle forme e ad un tasso di utilizzo che consentano di mantenerne la biodiversità, produttività, capacità di rinnovazione, vitalità e potenzialità di adempiere, ora e nel futuro, a rilevanti funzioni ecologiche, economiche e sociali a livello locale, nazionale e globale, senza comportare danni ad altri ecosistemi».

Ma esiste una vera gestione forestale che preservi il Capitale naturale e soddisfi le esigenze sociali ed economiche dell’uomo? Prima di rispondere è necessario capire come stanno le foreste, sapendo che quanto accade in Italia è differente da quello che succede in molte parti del mondo. L’Italia è al sesto posto per superficie boschiva (alle spalle di Svezia, Finlandia, Spagna, Francia e Germania), che copre il 39% del territorio: 11,9 milioni di ettari di bosco (stime CREA, 2018). Parallelamente, è il paese con il più basso grado di autosufficienza nell’approvvigionamento di legname all’interno dell’Unione europea, con un prelievo limitato al 20% – contro il 60% della media europea – e conseguente importazione dell’80% di materia prima proveniente dall’estero.

Questo disallineamento tra quantità di boschi e loro utilizzazione ha le sue radici nella storia della nostra nazione, considerato che dopo la prima Guerra Mondiale si stimava in Italia vi fossero circa 4 milioni di ettari di bosco. Questa ridotta superficie era dovuta alle devastazioni ambientali della guerra, ma soprattutto alla necessità di conquistare terreni agricoli per un’agricoltura – all’epoca – di sussistenza e all’utilizzo intensivo delle foreste (il legno era una materia prima fondamentale e l’unica risorsa energetica per cucinare e per riscaldare gli ambienti). L’azione di recupero ed espansione forestale iniziò nel dopoguerra anche grazie alla guida della legge Serpieri del 1923, che attribuiva al bosco la valenza di strumento fondamentale di difesa idrogeologica e conservazione del suolo.

Dal 1930 ad oggi la superficie forestale italiana è raddoppiata, prima grazie a vigorose campagne di riforestazione poi allo spopolamento delle montagne: i nostri boschi attualmente si trovano in uno dei momenti di massima espansione rispetto agli ultimi due secoli, con ritmi di aumento pari a circa 74.000 ettari all’anno. Tale incremento in campo forestale, come spiegato prima, non è frutto di una consapevole politica ambientale, ma dell’abbandono nella gestione delle aree interne del paese, con la riconquista di formazioni arboree pioniere in pascoli e terreni agricoli di montagna e la perdita di boschi planiziali e suoli fertili a causa dell’urbanizzazione (si stima che siano 16 milioni gli ettari in montagna e in pianura non più coltivati).

In una situazione socio-economica radicalmente mutata dopo l’ultimo conflitto e con una popolazione prossima ai 50 milioni di abitanti, già negli anni Settanta si presentavano problemi di nuovo tipo per la protezione del bosco e del suolo. Nel 2017, poi, è arrivata la notizia dello storico sorpasso, in termini di estensione, della superficie forestale (incluse le altre terre boscate) su quella occupata da seminativi, prati e pascoli, come registrato da ISPRA nel suo rapporto Territorio. Processi e trasformazioni in Italia.

È rilevante segnalare che tale incremento generalizzato di superficie forestale è superiore ai danni causati dagli incendi e solo parzialmente riesce a contrastare quelli causati dal riscaldamento climatico che, per adesso, non sembra avere avuto effetti sensibili su tale tendenza di espansione. È sotto gli occhi di tutti la distruzione causata dagli incendi dell’estate 2019 in tutte le foreste del mondo, dalla Siberia al Sudamerica, dall’Africa centrale al Sud Est asiatico. Se le cause degli incendi in Siberia sembrano essere naturali (fulmini) ma indotte da stagioni innaturalmente secche e con temperature elevate mai registrate prima, per il resto del mondo gli incendi sono causati dall’uomo – in ordine decrescente di motivazione: zootecnia, agricoltura intensiva, conversione di foreste in piantagioni e, marginalmente, agricoltura estensiva.

A questa piaga va aggiunta l’azione criminale dei tagli illegali delle foreste per ottenere legno di pregio da inviare alla parte ricca del mondo (Europa, Nord America e Cina). Questa pratica, anche se determina una perdita di superficie forestale inferiore rispetto a quella dovuta all’allevamento di bovini o alla coltivazione di soia, canna da zucchero, olio di palma, ecc.), rappresenta un vero e proprio business internazionale che muove centinaia di miliardi di euro all’anno ed è l’anticamera che apre la strada alla sostituzione della foresta con un’area agricola. Il taglio illegale porta con sé ulteriori conseguenze negative, come fenomeni di riciclaggio di denaro sporco, di traffico di armi e di droga, il finanziamento illegale di guerre o di dittature militari, la concorrenza sleale verso imprese che operano nel rispetto delle leggi, la concorrenza sleale verso chi è corretto nel mercato.

A livello mondiale, fino al 2018 la media di ettari di foreste persi all’anno è di 13 milioni: il 94% di tale superficie deforestata era rappresentato dalle foreste tropicali, in particolare quelle di Brasile, Congo ed Indonesia. Per avere un termine di paragone, ogni anno è come se sparissero tutte le foreste italiane e austriache messe insieme (o in termini di superficie, come se sparisse una foresta grande come la Grecia). Questa perdita di foreste, con la doppia conseguenza di immettere anidride carbonica in atmosfera a causa degli incendi e di ridurre la superficie assorbente della CO2, rappresenta la seconda causa di incremento di gas serra del pianeta, seconda solo alle emissioni provocate dalla combustione di energia fossile per produrre energia.

Il cambiamento climatico è già in atto ed è destinato a continuare a scala planetaria: le temperature sono di 1° C più alte rispetto al 1850 e sono in aumento, l’andamento delle precipitazioni sta variando, ghiaccio e neve si stanno sciogliendo e il livello medio del mare si sta innalzando a livello globale. Il riscaldamento del pianeta è senza ombra di dubbio correlato all’aumento delle concentrazioni di gas a effetto serra nell’atmosfera dovuto alle emissioni antropogeniche. Per mitigare il cambiamento climatico, dobbiamo ridurre o evitare queste emissioni; non esistono formule magiche se non quella di scelte politiche che orientino il mercato verso la riduzione dei consumi superflui, l’adozione di misure molto stringenti rispettose della qualità dell’aria e dell’acqua, sia in Italia che nel resto del mondo, nonché a dare un valore ai servizi ecosistemici danneggiati da pratiche produttive insostenibili, con la logica del loro rimborso alla collettività.

A tale scopo il settore forestale svolge un ruolo straordinario, sia per ridurre le emissioni (aumentando la superficie forestale assorbente) che evitarle (usando il legno al posto del petrolio per la combustione e al posto di cemento, acciaio e plastica nei vari settori produttivi). Il legno, infatti, è l’unica materia prima che è in grado di “pulire l’aria” durante la sua produzione, a differenza di tutte le altre materie che, per essere formate, richiedono grandi quantitativi di energia ricavata dalla combustione del petrolio che, inevitabilmente, rilascia nell’atmosfera anidride carbonica, gas nocivi e micro polveri.

In questo quadro disastroso, con foreste tropicali in declino e foreste temperate in abbandono, ha senso tagliarle anche se per produrre del legname? L’Italia è il primo importatore al mondo di legna da ardere e il quarto per legname pregiato… ha senso tutto questo? Non esiste una risposta univoca e anche per rispondere a queste domande dobbiamo conoscere meglio i mercati di riferimento e gli strumenti a disposizione.

Provo quindi a fare un’analisi dell’Italia, dove la legislazione è molto stringente e il tema della deforestazione è molto contenuto, anche per i motivi dell’abbandono colturale sopra riportati. Al contrario delle zone tropicali, dove c’è una perdita netta di foreste, nel nostro paese una gestione attiva dei boschi (dove venga promosso un uso responsabile e “a cascata” della risorsa legno, cioè non subito bruciato ma valorizzato prima per altri scopi) avrebbe effetti positivi dal punto di vista ambientale, perché contribuirebbe alla riduzione di problemi come il rischio idrogeologico e gli incendi, ma anche un impatto significativo sull’economia. Secondo le stime del Centro Studi di FederlegnoArredo, una corretta gestione delle foreste porterebbe 280mila nuovi posti di lavoro e consentirebbe di risparmiare sui costi di importazione. Circa 8 miliardi di euro di legname viene acquistato ogni anno dall’estero, soprattutto da Germania e Austria (per legname di conifere destinato all’edilizia), da paesi balcanici (per la legna da ardere) o dal Sud del mondo (per legnami pregiati e semilavorati). Qualche passo avanti, in questo senso, è stato fatto: il 5 maggio del 2018 è entrato in vigore il Decreto legislativo n. 34, dal titolo “Testo Unico in materia di foreste e filiere forestali”, che di fatto ha sostituito la precedente legge forestale “Serpieri” del 1923, quella che aveva permesso il recupero delle superfici forestali.

A inizio ottobre 2018, inoltre, un provvedimento del Ministero  delle  politiche agricole  alimentari,  forestali e  del  turismo (Mipaaft) ha istituito una Direzione generale delle foreste, guidata da Alessandra Stefani, destinata alla «pianificazione e valorizzazione del patrimonio forestale», anche nell’ottica di superare le divergenze tra le normative regionali, che costituiscono oggi un ulteriore freno allo sviluppo delle attività forestali; un passo decisivo per una ripresa della gestione attiva e responsabile del nostro patrimonio. La legge richiama per la prima volta l’importanza dello «sviluppo socio-economico» del bosco italiano e introduce, tra le altre cose, un’armonizzazione a livello nazionale delle linee guida in materia; mette al centro l’occupazione, attraverso l’incentivo ad attività volte a una gestione sostenibile dei boschi, in particolare delle molte aree abbandonate, e prevede un aumento razionale del prelievo boschivo.

Il testo riconosce nei criteri internazionali della Gestione Forestale Sostenibile lo strumento operativo per garantire sicurezza, tutela, conservazione e sviluppo, e insiste nel promuovere una corretta e sostenibile gestione delle foreste quale strumento efficace a garantire le attuali necessità di tutela e governo del territorio, assetto idrogeologico e prevenzione antincendio, nonché per rispondere alle moderne esigenze economiche, produttive e occupazionali delle aree interne e di montagna e ai precisi obblighi internazionali ed europei assunti dal Governo italiano in materia di ambiente, bioeconomia, green economy e in particolare di lotta al cambiamento climatico.

Questa legge individua la certificazione di prodotto e di processo come strumento a favore della utilizzazione responsabile della risorsa forestale, con attenzione alla valorizzazione dei prodotti legnosi e non legnosi e alla fornitura di servizi ecosistemici generati da impegni silvoambientali e interventi aggiuntivi di gestione sostenibile. La Certificazione di Gestione Forestale Sostenibile è uno strumento volontario che permette, tramite controlli periodici in bosco (audit di certificazione) da parte di organismi indipendenti e specializzati, di fornire garanzie sul rispetto di rigorosi standard internazionali di gestione forestale da parte dei proprietari di foreste e di piantagioni. Vengono considerati gli aspetti legati alla protezione dell’ambiente e della biodiversità, ma anche quelli sociali ed economici.

Per essere certificate, le aree forestali devono prima essere dotate di piani di gestione, o loro equivalenti, appropriati alle dimensioni e all’uso dell’area forestale, che devono essere periodicamente aggiornati e si devono basare sulla legislazione vigente così come sugli esistenti piani d’uso del suolo, nonché includere in modo adeguato le risorse forestali e la protezione della biodiversità. Il monitoraggio delle risorse forestali e la valutazione della loro gestione devono essere eseguiti periodicamente; i risultati dovrebbero contribuire (come retroazione) al processo di pianificazione.

Ma la certificazione forestale non si ferma ai boschi: per il mercato è importante anche che si abbiano garanzie sulla origine dei prodotti legnosi e cartacei che provengono dai boschi certificati lungo il processo di trasformazione e commercializzazione. Quindi è stato creato anche uno schema specifico che si chiama Certificazione di Catena di Custodia, che garantisce al consumatore la rintracciabilità lungo la filiera di ogni prodotto legnoso o cartaceo, dal bosco al prodotto finale. La certificazione forestale è dunque anche uno strumento di mercato che consente di fornire garanzie di trasparenza sull’origine e di eticità a chi acquista legno, carta e prodotti della foresta.

In sintesi, acquistando i prodotti certificati si promuove la gestione corretta delle foreste e dell’ambiente in generale. I due sistemi presenti in Italia sono FSC (Forest Stewardship Council) e PEFC (Programme for the Endorsement of Forest Certification schemes), considerati equivalenti nel fornire garanzie al consumatore finale sull’origine da foreste gestite in maniera sostenibile (Risoluzione del Parlamento europeo sull’attuazione di una strategia forestale per l’Unione europea, 16 febbraio 2006). In Italia il PEFC è il sistema più diffuso, coprendo il 96% della superficie totale certificata.

La sostenibilità promossa dalla recente legge forestale italiana ho proprio lo scopo di mettere in equilibrio produzione legnosa e lavoro in montagna, con fornitura di servizi ecosistemici da parte delle foreste, soprattutto conservazione di biodiversità, mitigazione climatica e difesa idrogeologica. Qui in Italia, ma anche nel resto del mondo, dobbiamo credere che la sostenibilità si possa vivere attraverso l’educazione al consumo responsabile, l’uso sempre maggiore di fonti rinnovabili per la produzione di energia e l’utilizzo di prodotti certificati per la loro legalità e sostenibilità. Questo significa vedere i consumi attraverso la lente della bioeconomia e della decarbonizzazione, quella che da sempre è stata vissuta dalle società precedenti a quelle dell’ubriacatura dell’economia lineare, quella basata sull’uso e sul rifiuto, sul petrolio e sui suoi derivati.

Un’economia tecnologica fondata sull’utilizzo di materiali rinnovabili derivanti dalla natura è la visione che salverà il nostro mondo, ed è per questo che ritengo il mondo forestale ha molto da contribuire per la realizzazione di una visione del mondo affrancato dall’abbraccio dell’economia basata sulle energie fossili e sulla plastica. Ma solo se la gestione sarà responsabile e sostenibile, se i consumi saranno adeguati alle necessità e se ci sarà uguale attenzione al “Capitale Sociale” e al “Capitale Naturale”.

Pertanto, nell’apparente contraddizione del taglio delle foreste finalizzato a mitigare i cambiamenti climatici e ridurre l’inquinamento si trovano le basi pratiche della bioeconomia e dell’economia circolare, a patto che ci sia una valorizzazione “a cascata” della materia prima legno e che le filiere siano tracciate, locali e certificate, in maniera tale da minimizzare gli effetti deleteri della globalizzazione dei mercati (del legno, ma anche delle derrate agricole, del cuoio, della carne, delle risorse energetiche, tra loro legate e interdipendenti), riducendo così l’insorgenza di situazioni di sfruttamento insostenibile e/o illegale delle risorse naturali e umane nel pianeta.

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