I signori della carne, quando gli allevamenti intensivi diventano globali

Gli allevamenti intensivi – i capannoni dove gli animali sono rinchiusi, fatti ingrassare, trattati con antibiotici per evitare che si ammalino, infine inviati alla macellazione – sono qualcosa che nessuno vuole vedere. Paradossalmente, mentre cresce il consumo di carne a livello globale, aumenta la distanza fisica e anche cognitiva tra noi esseri umani e gli animali di cui ci nutriamo.
Stefano Liberti, 03 Giugno 2017
Micron
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giornalista e scrittore

Era il 1923 quando Celia Steele, piccola imprenditrice agricola di Oceanview (Delaware), diede avvio per caso alla stagione degli allevamenti intensivi. La signora ricevette per errore 500 pulcini invece dei 50 che aveva ordinato. Non volendo disfarsene, pensò di chiuderli in un mini hangar, li nutrì con mais e integratori e gli animali resistettero all’inverno. Replicò l’operazione e diventò milionaria. Da allora, i polli sono allevati nei capannoni, nutriti con mangimi e raramente vedono la luce del sole. Il pollo ruspante è quasi scomparso dalle tavole e si è imposto a livello planetario il sapore di pollo allevato in batteria, gonfiato con integratori e nutrito a soia e mais.
Poco più di 50 anni dopo, un imprenditore agricolo del North Carolina, Wendell Murphy, pensò di applicare il metodo di Steele ai maiali. Ha convinto gli agricoltori del suo Stato, scottati dalla crisi del tabacco, a convertire le proprie terre ed edificarci sopra i capannoni dove ospitare i suini. All’inizio fornì loro gli animali e i capannoni: questi videro aumentare il proprio reddito e il North Carolina divenne la culla dell’allevamento intensivo di suini, che si è poi diffuso in maniera ancora più massiccia negli stati del Midwest, in particolare nell’Iowa.
Oggi negli Stati Uniti ci sono 70 milioni di maiali chiusi nei capannoni. Solo nell’Iowa ce ne sono 20 milioni, sette ogni abitante. Rivelatosi vincente per polli e maiali, il meccanismo è stato poi esteso a mucche, conigli, tacchini. Così, l’allevamento intensivo è diventato dominante: oggi, in ogni momento nel mondo ci sono 25 miliardi di animali da allevamento (70 miliardi sono quelli uccisi ogni anno). Si parla spesso di sovrappopolazione e si insiste sul fatto che nel 2050, secondo previsioni della FAO, saremo sulla Terra 9 miliardi. Ma poco si dice della sovrappopolazione animale, che ha un potenziale devastante sulle risorse del pianeta, sull’utilizzo delle terre e dell’acqua, nonché ha un effetto inquinante e produttore di gas a effetto serra spaventoso.
Il modello degli allevamenti intensivi dagli Stati Uniti si è ormai diffuso in modo pervasivo in tutto il mondo, anche in Paesi con popolazioni numericamente rilevanti che stanno modificando le proprie abitudini alimentari, con un massiccio aumento nell’uso di proteine animali.
La Cina, in particolare, è passata da un consumo pro-capite di 4 kg di carne all’anno nel 1961 ai 59 kg di oggi, ben oltre la media mondiale di 42 kg. Se è ancora lontana dai 120 kg all’anno dello statunitense medio, questo rappresenta per dimensioni una sfida notevole allo stesso futuro del pianeta. In Cina attualmente vivono 700 milioni di maiali, la metà della popolazione suina del mondo. La gran parte di questi sono cresciuti in allevamenti intensivi mutuati in tutto e per tutto dal modello statunitense: capannoni in cui vivono rinchiusi, imbottiti di antibiotici e di mangimi composti di soia e mais.
Dopo alcuni scandali alimentari, il governo cinese ha sostenuto attivamente la formazione e lo sviluppo di alcune grandi ditte, che controllano tutta la filiera o buona parte di essa, dall’allevamento alla vendita della carne, passando per la macellazione della bestia.
Una di queste è Shuanghui, la “più grande ditta trasformatrice di carne di suino” della Cina, come si legge sull’enorme scritta che campeggia in alto alla sua sede principale, a Luhoe, nella Cina centrale.
Nel 2013, Shuanghui ha acquisito, per 7.4 miliardi di dollari, l’americana Smithfield, principale produttrice di carne di maiale del Nord America, assumendo una posizione leader in tutto il mercato mondiale del suino.
Questa concentrazione industriale, appoggiata dal governo cinese e coadiuvata da investimenti da parte del capitale speculativo, sta portando alla scomparsa dei piccoli produttori e a una standardizzazione delle pratiche di allevamento e delle razze. I suini che vengono fatti crescere in Cina sono in tutto e per tutto identici a quelli che si trovano in Nord America e in Europa Occidentale, perché sono quelle razze che sono state adattate geneticamente alle condizioni di isolamento e concentramento.
Così, le razze autoctone cinesi stanno scomparendo, a tutto scapito di queste razze straniere. Le conseguenze degli allevamenti intensivi su larga scala in un paese popolato come la Cina sono incalcolabili, sia in termini di inquinamento che nel massiccio uso di antibiotici. Gli animali rinchiusi nei capannoni tendono ad ammalarsi facilmente.
Soprattutto, se se ne ammala uno, è facile che la sua patologia si trasmetta a tutti gli altri. Così agli animali viene somministrata in modo preventivo una cura di antibiotici insieme al mangime. Il 70 % degli antibiotici prodotti dalle industrie farmaceutiche nel mondo non sono impiegati per la cura delle malattie che colpiscono l’uomo, ma nella zootecnia.

GLI ALLEVAMENTI INTENSIVI? UNA SERIE DI ISOLE IN MEZZO A UN OCEANO DI SOIA E MAIS
C’è poi un altro aspetto che ha effetti devastanti sull’ambiente a livello planetario: questo sistema produce spostamenti enormi di derrate alimentari per assicurare il nutrimento delle bestie chiuse nei capannoni. La nascita dell’allevamento intensivo negli Stati Uniti rispondeva a una logica di natura economica: nel territorio erano e sono presenti ingenti quantità di mais e soia, riutilizzati per i mangimi degli animali. Una volta che il sistema si è globalizzato ed è stato esportato in paesi densamente popolati come la Cina – e con scarsa disponibilità di terre – si sono dovute cercare altre soluzioni. Incapace di produrre in loco la soia necessaria per i mangimi, Pechino importa ogni anni circa 80 milioni di tonnellate di questo legume, che vengono coltivati dall’altra parte del mondo, principalmente nel Cono Sud dell’America Latina, tra il Brasile e l’Argentina, e negli Stati Uniti. Come ha scritto efficacemente Tony Weis, professore all’Università di Western Ontario, il «sistema degli allevamenti intensivi somiglia a una serie di isole in mezzo a un oceano di soia e mais. Con la sua globalizzazione, le isole e gli oceani sono completamente disaggregati, sparsi da una parte all’altra del mondo».
Così milioni di ettari di terra arabile sono utilizzati in Sud America per produrre soia e mais che saranno poi esportati dall’altra parte del mondo e dati in pasto ad animali chiusi in capannoni industriali che non vedranno mai la luce del sole. Animali che sono ormai diventati puri automi, fornitori di materia prima, uguali in tutto il mondo.
Nel Mato Grosso brasiliano, grande laboratorio agro-industriale del mondo, si producono milioni di tonnellate di soia su una gigantesca superficie a monocoltura che si estende per nove milioni ettari.
La soia viene esportata in tutto il mondo ed è utilizzata per lo più come componente dei mangimi per gli animali d’allevamento.
Negli ultimi anni, la crescita delle importazioni di questo legume da parte di Pechino è stata esponenziale: dal 2005 i numeri sono triplicati. Oggi la Cina assorbe il 60% del commercio mondiale di questo prodotto. Questo ha spinto sempre più verso nord i limiti della cosiddetta frontiera agricola brasiliana.
Ormai le produzioni di soia si sono spinte fino all’interno della foresta amazzonica, minacciando il più grande laboratorio di biodiversità del mondo intero. Nonostante la moratoria sulla soia firmata nel 2006, che vieta di commercializzare soia su terreni disboscati ad hoc, aumentano gli scambi e crescono gli interessi delle grandi aziende che commercializzano la soia nella regione.
Grandi gruppi stanno costruendo porti privati sul Rio della Amazzoni, dove caricare direttamente la soia sulle navi cargo. Ha cominciato la Cargill, principale ditta che commercia questo legume del mondo, costruendo una struttura a Santarem. La via della soia si sta spostando verso Nord, per motivi di comodità geografica e di abbattimento di costi.
Questo modello, fortemente basato sulla chimica, sta trasformando eco-sistemi importanti in agro-sistemi funzionali alla produzione: le campagne si spopolano e diventano sempre più fabbriche di alimenti o di derivati per le popolazioni urbane. Il modello brasiliano è un caso di scuola: fino all’inizio degli anni ’80, l’ambiente era caratterizzato dal cosiddetto cerrado, una sorta di savana tropicale ricca di biodiversità. Nel giro di pochi anni, tutto il Mato Grosso (che per inciso vuol dire “foresta spessa” in portoghese) è stato disboscato per fare spazio alle coltivazioni di soia.
Un modello agro-industriale che si sta provando a esportare anche altrove, in particolare nell’Africa sub-sahariana. Il mega-progetto Pro Savana, lanciato in Mozambico nel cosiddetto corridoio di Nacala, si propone di sfruttare un’area di sei milioni di ettari per produrre coltura per l’esportazione, soprattutto soia. La vicinanza geografica della Cina rende il progetto particolarmente appetibile. Per il momento, l’opposizione dei contadini locali e un movimento massiccio della società civile mozambicana e non solo ha bloccato il progetto.
Ma il governo di Maputo è risoluto ad andare avanti e a creare questo nuovo Mato Grosso in terra africana. Il complesso allevamenti intensivi-soia, sempre più controllato da poche grande aziende, ha un bilancio energetico estremamente negativo: per produrre la stessa quantità di proteine, la carne di maiale consuma nove volte più terreno di quanto faccia la soia per il consumo diretto umano. Questo vuol dire che se si limitasse l’incidenza degli allevamenti intensivi, si libererebbero milioni di ettari da destinare alla produzione di alimenti per il consumo diretto.
Oggi, sempre secondo stime di Tony Weis, un terzo delle terre arabili è destinato alla zootecnia.
Con l’arrivo sulla scena in modo aggressivo di un attore numericamente rilevante come la Cina, questo sistema è semplicemente insostenibile. Se il ritmo di crescita di consumo di carne dei paesi più recentemente sviluppati, come appunto il gigante asiatico, dovesse mantenersi come è adesso, si è calcolato che nel 2050 ci saranno ogni anno sul pianeta 120 miliardi di animali d’allevamento. Il che vuol dire che sarà necessario un apporto doppio di terra rispetto all’attuale per sostentarli. I due terzi delle terre arabili del pianeta dovranno essere destinati alla zootecnia.

UN SISTEMA SENZA FUTURO
Last but not least, gli animali chiusi nei capannoni inquinano. I loro resti devono essere smaltiti: negli Stati Uniti gli allevamenti intensivi generano una quantità di liquami 13 volte superiore rispetto a quelli della popolazione residente. In alcuni stati produttori, come ad esempio il North Carolina, le deiezioni dei suini sono raccolte in laghi di smaltimento a cielo aperto che vengono svuotati mediante spruzzamento sui campi circostanti. «Solo in questo stato, è come se l’intera popolazione della California urinasse e defecasse ogni giorno in un lago», riassume efficacemente Rick Dove, attivista dei waterkeepers di Bern, North Carolina, che denunciano l’inquinamento degli allevamenti intensivi.
Da noi, ci sono legislazioni ambientali più stringenti, ma il dato di fondo non cambia: per nutrire gli 8 milioni di suini presenti in Italia, i 500 milioni di polli da carne, i 50 milioni di galline ovaiole e i sei milioni di bovini (mucche, bufali e vitelli) importiamo tonnellate di mais e soia.
La pianura padana, dove sono concentrati gli allevamenti intensivi, è pesantemente inquinata.
Oltre alle considerazioni etiche che tutti noi dovremmo tenere in conto rispetto al modo in cui questi esseri senzienti sono allevati, trasformati in meri fornitori di materia prima e di fatto sottoposti a una permanente tortura, è urgente una considerazione sulla sostenibilità di tale modello. E sempre più prioritario, in un pianeta che si avvia ad avere una popolazione di 9 miliardi nel giro di poco più di 30 anni, trovare valide alternative al sistema inventato per caso dalla signora Steele in Delaware meno di cent’anni fa, che con le risorse attuali e le proiezioni di popolazione nei prossimi anni semplicemente non ha futuro.

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