Il cambiamento climatico al Trieste Next 2018

Al Trieste Next 2018 si è parlato anche di cambiamento climatico. In particolare, sono stati due gli incontri proposti su questa tematica, che hanno riunito un nutrito e variegato pubblico, entrambi tenutisi presso il Salone di Rappresentanza del Palazzo della Regione di Trieste. Lo sfarzo della sala, all’interno della quale risaltano i ritratti degli imperatori austro-ungarici stride con gli argomenti trattati, che ci proiettano verso un futuro dalle tinte tutt’altro che rosee.
Marcello Turconi, 07 Ottobre 2018
Micron
Micron
giornalista scientifico

Trieste Next 2018, il festival annuale di divulgazione scientifica che ha animato per tre giorni il centro del capoluogo giuliano, è stata l’occasione per parlare di una tematica che interessa – o dovrebbe interessare – ciascuno di noi: il cambiamento climatico.
In particolare, sono stati due gli incontri proposti su questa tematica, che hanno riunito un nutrito e variegato pubblico, entrambi tenutisi presso il Salone di Rappresentanza del Palazzo della Regione di Trieste. Lo sfarzo della sala, all’interno della quale risaltano i ritratti degli imperatori austro-ungarici stride con gli argomenti trattati, che ci proiettano verso un futuro dalle tinte tutt’altro che rosee.

UN CAMBIAMENTO CHE RIGUARDA TUTTI
Durante uno degli incontri, infatti, Filippo Giorgi, ricercatore presso l’International Centre for Theoretical Physics, membro da molti anni dell’IPCC (il gruppo intergovernativo per il cambiamento climatico), e massimo esperto mondiale nel campo delle scienze geofisiche, ha presentato il suo libro “L’uomo e la farfalla”. Il libro descrive – senza catastrofismi, ma al contempo senza indorare troppo la pillola- le cause, gli effetti e i possibili scenari collegati a un fenomeno vasto e complesso come è il cambiamento climatico, per il quale la percezione del rischio è molto spesso alterata.
In realtà, come sottolinea Andrea Cicogna, esperto di climatologia che lavora all’Osservatorio Meteorologico Regionale che ha affiancato Giorgi durante la presentazione, il problema relativo a un progressivo cambiamento del clima ci riguarda da vicino: l’area del Mediterraneo – così come l’Artico- rappresenta infatti una zona calda del surriscaldamento globale, ossia una zona in cui gli effetti di un aumento anche minimo della temperatura sono più gravi.
Ed è un qualcosa che è in atto ora, e che ha pesanti ripercussioni su moltissimi aspetti della vita dell’uomo. Se infatti gli effetti più evidenti del cambiamento climatico, spesso sottolineati dai media, sono quelli correlati all’ambiente e alle difficoltà di adattamento di moltissime specie animali e vegetali, non dobbiamo dimenticare di quanto anche l’essere umano sia intrinsecamente legato alla natura, e al clima: lo scioglimento dei ghiacciai che mette a rischio l’orso polare è infatti lo stesso che priva milioni di persone di serbatoi d’acqua usati da millenni, o che provoca un progressivo e apparentemente inarrestabile innalzamento dei mari, che mette a rischio decine di città in tutto il mondo; ladesertificazione che interessa sempre di più zone un tempo piovose, portando a una riduzione delle specie vegetali, è la stessa che riduce importanti risorse di sostentamento causando migrazioni di massa e guerre. Il cambiamento climatico assume così i tratti di un argomento che, oltre alla scienza e alla ricerca pura,coinvolge anche la science policy e la diplomazia internazionale.
Anche per questo motivo il secondo incontro triestino è stato realizzato a cura della TWAS, l’Accademia Mondiale delle Scienze per il progresso scientifico dei Paesi in via di sviluppo.

CAPIRE LE CAUSE, CERCARE LE SOLUZIONI
La strategia per contrastare gli effetti del cambiamento climatico globale è, almeno sulla carta, molto chiara: “Gestire l’inevitabile (cioè adattarsi) ed evitare l’ingestibile (ossia mitigare gli effetti del cambiamento)”. Sono sempre più frequenti tuttavia i casi in cui questa equazione apparentemente semplice non trova soluzione; come esempio calzante (che ci ricorda, tra l’altro, l’importanza di considerare il global warming a livello locale, piuttosto che come un fenomeno uniforme e costante) Asfawossen Asrat Kassaye, docente di geologia all’Università di Addis Ababa, racconta gli effetti vissute dal suo Paese, l’Etiopia. “È incredibile come in pochissimi anni siano cambiate temperature medie e quantità di precipitazioni; l’economia ne risente tantissimo, e moltissimi contadini hanno rinunciato alla produzione di caffè [l’Etiopia è uno tra i maggiori produttori al mondo di caffè], perché il clima non è più adatto. È possibile, per loro adattarsi? No, perché ciò che sta avvenendo è troppo veloce e imprevedibile. Anche per questo motivo, per questo profondo coinvolgimento diretto, i Paesi in via di sviluppo devono essere leader, non ascoltatori, nella ricerca sul cambiamento climatico e sulle possibili soluzioni”.
Cosa fare, allora, in situazioni in cui l’adattamento sembra non stare al passo con i cambiamenti in atto, e in cui non si riescono ad attuare in tempo strategie di mitigazione? È proprio per rispondere a queste domande che è stata realizzata la tavola rotonda di TWAS: al centro del dibattito un’idea tanto interessante. quanto controversa: controllare il cambiamento climatico utilizzando alcune tecnologie d’avanguardia, effettuando una vera e propria manipolazione del clima.
Per capire come queste tecnologie andrebbero ad agire è importante analizzare le cause alla base del cambiamento climatico in corso. La stragrande maggioranza della comunità scientifica internazionale è unanime nell’attribuire a tale fenomeno cause antropiche; ossia legate all’attività dell’essere umano; in particolare gli esperti puntano il dito contro l’utilizzo, iniziato con la rivoluzione industriale e amplificatosi su scala globale a partire dal secondo dopoguerra, di combustibili fossili, la cui conseguenza principale è stata un progressivo aumento della concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera: “la temperatura superficiale media globale della Terra è determinata dal bilancio dei flussi di energia verticali medi globali, ossia dal bilancio energetico tra quello che entra, attraverso l’irradiazione solare, e quello che esce dall’atmosfera-  spiega Davide Zanchettin, ricercatore presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia- Se l’atmosfera cambia (in termini di bilancio tra gas che la compongono), cambia il bilancio energetico”.
Come fare quindi per bloccare il surriscaldamento? “Il piano A(alla base, tra l’altro, del protocollo di Kyoto e degli accordi di Parigi) è quello di ridurre o limitare fortemente le emissioni” commenta a tal proposito Helene Muri, ricercatrice presso la Norwegian University of Science and Tecnhology di Trondheim. Sembra tuttavia, per lo meno per ora, che su questo fronte non si stiano ottenendo risultati soddisfacenti. “Si possono allora effettuare interventi – su terra e nell’oceano- per rimuovere la CO2”. Ma anche per il piano Bgli studiosi non nutrono particolare ottimismo: si ottengono sì alcuni effetti, ma su scala ridotta e per un breve periodo di tempo.
È questo punto che interviene il piano C, la geoingegneria improntata alla manipolazione climatica. In questo campo le tecniche eventualmente realizzabili (e gli esperti presenti ricordano, a dispetto di teorie complottiste e/o pseudoscientifiche, che al momento non è stato sperimentato alcun tentativo di ingegneria climatica) sono diverse, e molte di esse prevedono l’irrorazione nella stratosfera di aerosol: si potrebbe ad esempio irrorare particelle riflettive, in grado di respingere i raggi solari; o ancora, irrorare le nuvole di un aerosol a base di acqua salata, in modo da renderle più dense e impedire il passaggio dei raggi più potenti, e quindi più caldi.
Gli studiosi riuniti a Trieste, tuttavia, lo sottolineano: allo stato attuale delle ricerche, questi interventi di geoignegneria non sono certo la panacea a tutti i mali, e non lo sono per diversi motivi. “Innanzitutto, c’è ancora poca conoscenza sulle possibili conseguenze negative di tali tecnologie – spiega Zanchettin – inoltre esiste il problema dell’interruzione: andando a modificare equilibri così delicati e complessi, quando si inizia un intervento non si può poi decidere di interromperlo da un momento all’altro.  Infine, la geoingegneria non risolve tutti i problemi legati al cambiamento climatico: uno tra questi, la massiccia acidificazione degli oceani che sta lentamente uccidendo il corallo”.
Il dibattito lascia poi – deliberatamente – aperta un’altra riflessione: posto che sia possibile, posto che siano efficaci, è giustoutilizzare tali tecnologie? Esperti mondiali di climatologia si stanno interrogando proprio in queste settimane su quella che è molto di più che una disquisizione filosofica. Ma qualcosa lo si deve fare, e in fretta: “per noi, ma soprattutto per i nostri figli e nipoti, che si meritano di vivere il mondo come l’abbiamo ereditato noi, se non meglio” conclude Giorgi.

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