Il cibo all’epoca del COVID-19

La produzione e il consumo di cibo non sono “immuni” dal fenomeno pandemico. L’agricoltura è preoccupata dalla mancanza di operai per il raccolto, l’industria alimentare dagli accresciuti standard di sicurezza del lavoro, la grande distribuzione dalla delicatezza sociale del suo ruolo, la ristorazione dai costi che corrono a fronte di entrate svanite. Senza dimenticare poi, che in nazioni come gli USA, con la chiusura delle scuole, oltre 368 milioni i bambini hanno perso il pasto che ricevono di solito a scuola.
Micron
Micron
Giornalista Scientifica

C’è un’altra vittima da annoverare tra quelle di Covid -19: il cibo. Pochi giorni fa Giorgio Mercuri dell’Alleanza cooperative agroalimentari ha dichiarato al quotidiano la Repubblica che diventa “sempre più arduo riuscire a garantire ancora a lungo ai cittadini una assoluta continuità nella fornitura del cibo”. In Italia il settore agricolo lamenta soprattutto la difficoltà a reperire manodopera per la raccolta. E poi anche il fatto che alberghi e ristoranti chiusi non assorbono più una parte della produzione. Il rischio è che da un lato il cibo non arrivi nei supermercati, mentre dall’altro frutta e verdura marciscano nei campi. Il costo per il comparto è stato già stimato in un 20% in più. Nel frattempo, anche il vino comincia a dare forti segni di difficoltà tanto che la filiera del vino ha inviato una lettera al Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali per chiedere aiuto. Il problema non è solo italiano.

LE VERDURE MARCISCONO MENTRE IN CITTÀ SI FA LA FAME
Negli Stati Uniti miliardi di dollari di cibo stanno finendo nella spazzatura perché i produttori di Florida e California hanno un enorme surplus di beni deperibili. Circa la metà del cibo prodotto negli Usa era destinato a ristoranti, scuole, parchi a tema e navi da crociera. Dopo lo shutdown dovuto al coronavirus, però, la richiesta è crollata e i produttori stanno buttando via latte e verdure. Secondo la National Sustainable Agricolture Coalition l’impatto economico potrebbe essere enorme: intorno a 1,32 miliardi di dollari di perdite per le fattorie americane nel periodo tra marzo e maggio.
Paradossalmente nello stesso periodo un numero enorme di americani si è rivolto ai banchi alimentari per ottenere cibo gratuitamente. La richiesta di aiuti alimentari sembra sia cresciuta addirittura di otto volte in alcune aree degli Stati Uniti, secondo un’indagine svolta dal quotidiano inglese The Guardian, mentre il governatore dello stato di New York, Andrew Cuomo, pochi giorni fa ha detto che nella sola città di New York il ricorso alla banca alimentare è cresciuto del 100% e che lo stato metterà a disposizione 25 milioni di dollari per far fronte al problema. Nel frattempo ha annunciato la partenza della Nourish New York Initiative che dovrebbe mettere in contatto le fattorie che stanno buttando latte e verdura perché non riescono a venderle con le persone che in città soffrono la fame. La fame che accompagna il problema dell’aumento della disoccupazione.

UN DRAPPO ROSSO PER DIRE: PORTATE CIBO
Nei paesi poveri le cose naturalmente possono andare solo peggio. Secondo quanto riportano le agenzie di stampa, nei giorni scorsi due persone sono morte in Kenya per un pigia pigia durante la distribuzione di olio e farina gratuiti, in India – dove l’80% dei lavoratori sono senza contratto e spesso lavorano a giornata nei campi o per le strade delle città – migliaia di persone fanno la fila per pane e verdura, in Colombia i più poveri e bisognosi di cibo appendono alle finestre un drappo rosso sperando che qualcuno vada ad alleviare la loro fame. Si è detto che Covid 19 è una livella – scrive un giornalista del New York Times – perché colpisce in egual misura il ricco e il povero, ma se si guarda alle conseguenze della pandemia sul cibo, è vero il contrario: a pagarle sono solo i poveri. Le misure di chiusura prese dai paesi in tutto il mondo hanno danneggiato la produzione agricola e soprattutto interrotto i canali per l’approvvigionamento. Ma per i poveri del mondo bisogna considerare anche l’improvvisa perdita di reddito che riguarda innumerevoli milioni di persone che vivevano già alla giornata, il crollo dei prezzi del petrolio, la mancanza dell’arrivo di valuta forte proveniente dal turismo, le persone che lavoravano all’estero e che oggi non hanno guadagni da mandare a casa. Insomma, tutte queste cause contribuiscono a una crisi alimentare come non si vedeva da molti anni. Secondo il World Food Program nel mondo già 135 milioni di persone avevano carenze di cibo, a queste se ne potrebbero aggiungere a causa del coronavirus altre 130 milioni portando la cifra alla fine dell’anno a 265 milioni. 265 milioni di persone che soffrono la fame.

CHIUDONO LE SCUOLE E I BAMBINI NON MANGIANO
Un fatto da non sottovalutare è la chiusura delle scuole. Si calcola che siano oltre 368 milioni i bambini che hanno perso il pasto che ricevono di solito a scuola. Per molti di questi bambini si tratta dell’unico vero pasto della giornata. In 52 paesi, ad esempio, il cibo per la mensa scolastica era fornito dal World Food Program ed ora in questi paesi le scuole sono chiuse.
Il timore è che nel giro di qualche mese alcuni paesi, in particolare quelli che dipendono dalle importazioni di cibo e i paesi poveri dove la catena di approvvigionamento è molto più vulnerabile, possano avere ripercussioni importanti, secondo le parole di un esponente del Food Policy Research Institute di Washington.
“Invece del coronavirus, ci ucciderà la fame”, commenta al giornalista del New York Times un uomo a New Delhi in fila per un piatto di riso e lenticchie.

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