Il ciclo perverso delle microplastiche

Oggi gli 11 miliardi di tonnellate di microplastiche che partecipano di cicli locali e globali sono un nuovo e ulteriore esempio della forte impronta umana sull’ambiente. Così forte da rendere davvero questa nostra era classificabile come Antropocene: era geologica il cui cambiamento ha negli umani il fattore principale.
Pietro Greco, 15 Giugno 2020
Micron
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Micron
Giornalista e scrittore

Le trovate nella polvere che avvolge Parigi e si depositano tanto sulla Torre Eiffel quanto nei polmoni degli abitanti della capitale francese. Le trovate nelle profondità oceaniche, ingerite anche dai pesci. O sulle vette alpine. O sui ghiacci artici. O sui placidi fiumi che scorrono nelle grandi pianure americane e cinesi. Insomma, le microplastiche le trovate ovunque. Anzi, come dimostra un articolo pubblicato dagli americani Janice Brahney e colleghi su Science il 12 giugno scorso e commentato sulla medesima rivista da Chelsea Rochman and Timothy Hoellein, i pezzettini di plastica di grandezza inferiore ai 5 millimetri entrano in tutti i grandi cicli biogeochimici del pianeta: nell’atmosfera, sulla superficie terrestre, nei mari.

Ma le microplastiche sono materia inventata dall’uomo. Non esistono in natura. Se, dunque, volevate la prova che viviamo in pieno Antropocene, ovvero nel periodo in l’ambiente terrestre a ogni dimensione, locale e globale, viene influenzato dall’azione umana, non avete che da leggere questi articoli.

Certo, come spiegano in un altro articolo comparso quasi in contemporanea su PNAS, i Proceedings of the National Academy of Science, a opera di Collin Warda e Christopher Reddya, occorre studiare ancora molto e raccogliere ancora molti dati sulla presenza nel tempo delle plastiche nell’ambiente. Ma un dato è ormai certo: le plastiche e, in particolare le microplastiche, sono un’impronta digitale tra le più importanti che gli umani stanno lasciando nell’ambiente terrestre.

L’articolo di Brahney e colleghi riguarda nello specifico gli Stati Uniti. Ma i risultati, come scrivono, Rochman e Hoellein sono purtroppo facilmente generalizzabili. Il mondo produce all’incirca 348 milioni di tonnellate di plastica ogni anno (il riferimento è il 2017), una quantità in rapida crescita peraltro (all’incirca del 5% ogni anno). Una parte notevole di questo enorme ammontare viene disperso nell’ambiente. Dove conservano le caratteristiche per cui risultano utili: un’elevata resilienza e longevità (lo studio pubblicato su PNAS parla persino di secoli e millenni).

Le plastiche di sintesi – perché ve ne sono di vario genere e natura chimica – una volta abbandonate sono soggette a un processo di progressiva frammentazione. Questi frammenti sempre più piccoli – le microplastiche – si diffondono così sul terreno, nelle acque di laghi e fiumi, sui ghiacciai, ma anche in atmosfera e negli oceani. Ma non restano lì, iniziano un movimento ciclico che le porta a diffondersi da un ambiente all’altro e a finire in ogni ambiente e magari anche, come dicevamo, sulla Torre Eiffel come polvere portata lì dal vento, dalla pioggia o dalla neve.

Secondo Brahney e colleghi è possibile anche quantificare quanta plastica faranno parte dei cicli biogeochimici del pianeta da qui al 2025, nei prossimi cinque anni dunque: 11 miliardi di tonnellate. Frutto di un’accumulazione iniziata nel passato e che non accenna a diminuire. Lo studio dimostra che la diffusione attraverso l’atmosfera dipende da molte variabili, in primo luogo dal tempo meteorologico: è diversa in periodi di pioggia o di neve piuttosto che in periodi secchi. Ma la fonte principale dell’inquinamento da microplastiche è evidente: sono gli agglomerati urbani. Ma meno evidente era (finora) il sollevamento della polvere dal suolo una volta che si è depositata. Le microplastiche rientrano così in circolo.

Circuiti analoghi sono presenti anche nei mari. Ecco perché, come sintetizza Science, nessun posto al mondo è al sicuro. I ricercatori americani, infatti, hanno dimostrato che persino nelle zone più isolate degli Stati Uniti – come i Parchi nazionali o le aree con natura selvaggia – accumulano particelle di microplastica trasportate dai venti e dalla pioggia. Brahney e colleghi calcolano che almeno 1.000 tonnellate di microframmenti si depositano ogni anno nelle solo aree protette del centro e del sud degli Stati Uniti. Molte sono microfibre utilizzate per la confezione di abiti. «Questi risultati dovrebbero rendere più esplicita l’importanza di ridurre l’inquinamento da microplastiche», commenta Science.

Ma l’importanza di queste ricerche non è solo pratica. È anche teorica. Spesso i critici del concetto di Antropocene sostengono: ma insomma dove sono le prove provate che l’uomo è il più grande fattore di perturbazione dell’ambiente terrestre? In fondo è vero che il clima cambia a causa delle azioni umane, ma i gas climalteranti (a parte i Cfc) sono sostanze presenti da sempre sul pianeta e rimesse continuamente in circolo anche e principalmente da fattori non umani. L’erosione attuale della biodiversità ha come causa principale gli umani, ma da sempre le specie nascono, si sviluppano e muoiono: non ci sono state forse cinque grandi estinzioni di massa negli ultimi cinquecento milioni di anni?

L’unica vera novità prodotta dall’uomo consisterebbe nell’aver messo in circolo alcuni radionuclidi sconosciuti prima sulla Terra, ma in fondo si tratta di poca (relativamente) cosa. Ebbene, oggi gli 11 miliardi di tonnellate di microplastiche che partecipano di cicli locali e globali sono un nuovo e ulteriore esempio della forte impronta umana sull’ambiente. Così forte da rendere davvero questa nostra era classificabile come Antropocene: era geologica il cui cambiamento ha negli umani il fattore principale.

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