Il conto salato

Uno studio pubblicato su Environmental Research Communications ha cercato di immaginare gli effetti sull’economia dell’innalzamento dei mari causato dal surriscaldamento globale, prendendo in esame due ipotetici scenari.
Marco Boscolo, 26 Febbraio 2020
Micron
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Giornalista scientifico

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In Waterworld, il film post-apocalittico di Kevin Reynolds, lo scioglimento dei ghiacci terrestri ha provocato l’inondazione di tutte le terre emerse, al punto che Dryland, la terra asciutta, è diventata un mito al pari di Atlantide. Il protagonista Mariner, interpretato da Kevin Costner, vive all’interno di un’economia basata su presupposti completamente diversi da quelli che conosciamo: diventano preziose le tecnologie per la desalinizzazione dell’acqua, manca uno Stato che possa garantire ordine e bande più o meno criminali incrociano costantemente attorno alle comunità galleggianti, detti atolli, dove vive ciò che resta della popolazione umana.

Senza arrivare a questi estremi fantascientifici, un paper recentemente pubblicato su Environmental Research Communications ha cercato di immaginare gli effetti sull’economia dell’innalzamento dei mari causato dal surriscaldamento globale e dal conseguente scioglimento dei ghiacciai. La domanda specifica che si sono posti i ricercatori è quanto questo fenomeno possa pesare sul PIL di una nazione. Risposta? Si può arrivare a una perdita annua fino all’1% del prodotto interno lordo nazionale, ma la situazione può variare grandemente a seconda del paese preso in considerazione e delle politiche di adattamento e mitigazione messe in campo.

COME CAPIRE IL PIL DEL FUTURO
«Esistono diversi studi sulla correlazione tra andamento dell’economia e innalzamento delle temperature», spiega Valentina Bosetti, economista esperta delle ricadute del cambiamento climatico che si divide tra Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici (CMCC) e Università Bocconi di Milano. Si tratta di analisi che sfruttano le serie storiche di dati del passato per cercare di capire se i modelli predittivi che vengono elaborati possono essere utilizzati per delle proiezioni sensate. «Provi a vedere se il tuo modello funziona per il passato e se i risultati sono soddisfacenti, allora lo applichi agli scenari futuri». Sempre consapevole, però, che si tratta operazioni con margini di semplificazione importanti e che, per questo motivo, risulteranno sempre indicativi e non vere e proprie previsioni di come le cose andranno nella realtà.

Detto questo, però, il gruppo di lavoro a cui ha partecipato Bosetti ha preso in considerazione due orizzonti temporali, il 2050 e il 2100, e due scenari completamente diversi, a seconda che si prosegua con le politiche ambientali attuali (sulla sinistra dell’immagine), oppure che si mettano in campo pesanti politiche di adattamento che limitino ben sotto i 2 °C l’innalzamento delle temperature, secondo quanto proposto dall’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) nell’ultimo rapporto presentato alla Conferenza delle Parti che si è svolta a Madrid lo scorso anno.


Fonte: Environmental Research Communications

Lo studio ha indicato che nel 2050 gli impatti in entrambi gli scenari di policy sono simili, e di conseguenza anche l’impatto sul PIL dei paesi presi in considerazione. Situazione completamente diversa per il 2100, dove l’azione di adattamento risulta essere decisiva per contenere la perdita di PIL, con lo scenario peggiore che potrebbe risultare in una perdita globale del 4%. Questi effetti, inoltre, non si distribuiscono in modo omogeneo, come ha sottolineato Laurent Drouet del CMCC nella nota stampa: già nel 2050 le perdite per Cina (0,8-1,0% del PIL), India (0,5-0,6%) e Canada (0,3-0,4%) sono consistenti. Situazione che peggiora prendendo in considerazione il 2100, con perdite tra il 9-10% e il 10-12% di PIL per la Cina, che rimarrebbe la nazione più colpita.

INNALZAMENTO DEI MARI E INFRASTRUTTURE
C’è una ormai nota relazione tra l’aumento delle temperature medie e lo scioglimento dei ghiacci perenni, sia montani, sia polari, che porterà secondo tutti i modelli a un innalzamento medio dei livelli dei mari. Abbiamo già letto di scenari apocalittici, con la sommersione di intere città costiere se, come pare, il livello medio potrà salire anche di un metro, sebbene le variazioni locali possano essere significative e comunque tutto dipenda da quale scenario si concretizzerà realmente.

Ma in che modo l’innalzamento dei mari ha effetti sull’economia di un paese? «Innanzitutto sono colpite le infrastrutture, come i porti, gli aeroporti, gli ospedali, le strade e così via», spiega Bosetti. Per rendersi conto di cosa voglia dire, basti guardare le immagine elaborate da un team del World Resources Institute che si è immaginato come sarebbero 80 aeroporti se non verranno protetti contro l’innalzamento dei mari. Questo qui sotto, per esempio, è l’aeroporto olandese di Schiphol, uno dei più trafficati d’Europa, com’è oggi e come sarebbe se i mari si alzassero di un metro:

Ma a questi effetti primari, si devono sommare anche gli effetti dello spostamento di milioni di persone che vivono sulla costa in altre aree lontane dalle acque marine. Si tratta di costi che non sono subito visibili, ma che hanno effetti sull’economia: attività produttive e servizi che si fermano e devono essere ricollocati, se si riesce.

«È chiaro», specifica Bosetti, «che lo scenario in cui non si mettano in campo adattamenti è altamente improbabile, soprattutto per i paesi del G20 che abbiamo preso in considerazione per lo studio, perché chi ha risorse da investire cercherà di correre ai ripari per evitare di dover ricostruire le infrastrutture quando quelle attuali saranno inutilizzabili per colpa del nuovo livello dei mari». Lo sta già facendo, per esempio e per rimanere in ambito di aeroporti, Singapore. Come racconta un recente lancio della Reuters, il Changi Airport ha rimodernato le piste in modo da migliorare la capacità di drenaggio dell’acqua e ha costruito un nuovo terminal 5 metri e mezzo sopra il livello attuale del mare.

Questo tipo di approccio, cioè costruire già ora in previsione dei livelli dei mari di domani, è quello che sta studiando anche la Banca Mondiale. Lo scorso anno ha pubblicato un rapporto, Lifelines: The Resilient Infrastructure Opportunity, in cui ha proposto di individuare come siano composte le reti di infrastrutture minime che permettono a uno stato o a una regione di continuare a garantirne un funzionamento ridotto. Una sorta di indicazione di fino a che punto gli effetti negativi sulle infrastrutture possano essere assorbiti prima che vengano messe a rischio la società che le abitano.

GUARDARE DA UN ALTRO PUNTO DI VISTA
C’è ancora una possibile lettura dei risultati a cui Bosetti e i suoi colleghi sono giunti e che va a braccetto con l’approccio dello studio della Banca Mondiale. Se non si interviene sugli adattamenti ora, i costi in termini di perdita del PIL sono quelli che si vedono nelle mappe poco sopra. Ma possiamo ribaltare il punto di vista e dire che non investire oggi in adattamento permette – al netto dello scarto che inevitabilmente intercorre tra il modello economico studiato sulla carta e la realtà dei fatti – di vedere quanto PIL si perderà in futuro. Toccando, così, non soltanto ambiti come la conservazione della biodiversità, la tutela dell’ambiente e via discorrendo, ma anche le tasche di potenze economiche come Cina, Giappone ed Europa. Un ulteriore motivo, da aggiungere a tutti quelli già emersi in questi ultimi anni, per spingere nell’angolo i decisori politici e farli agire concretamente non per fermare il surriscaldamento globale, ma per cercare di limitare gli effetti – anche economici – che sicuramente avrà nei prossimi decenni.

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