Il costo ecologico del muro di Trump

Quando si costruiscono muri non si dividono solo i popoli, ma si creano una serie di enormi impatti sull’ambiente, sulla fauna e la flora dell’area interessata. Figurarsi una barriera di ferro e cemento lunga oltre 2.000 chilometri e alta tra i 12 e i 15 metri come quella promessa dal presidente USA, il cui costo ecologico supererebbe anche quello per la sua costruzione. Un costo che pagheremmo tutti noi, cittadini del mondo.
Micron
Micron
Giornalista scientifica

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È stato lo shutdown più lungo della storia americana: 35 giorni di fermo delle attività amministrative, dal 22 dicembre 2018 al 25 gennaio 2019. Tutta colpa del braccio di ferro innescatosi tra il presidente Donald Trump e i democratici per approvare la legge di bilancio: motivo della discordia sono stati i 5,7 miliardi di dollari richiesti dal tycoon per finanziare quel muro al confine con il Messico, cavallo di battaglia della campagna elettorale. A febbraio il Congresso degli Stati Uniti, cioè Camera e Senato, ha trovato un accordo: il governo sarà finanziato fino a settembre, ma per il muro “anti-invasione” sono stati stanziati solo 1,3 miliardi sui 5,7 richiesti, che pare saranno utilizzati per costruire un tratto di oltre 100 chilometri.
Una piccolissima parte, dunque, della barriera di ferro e cemento lunga oltre 3.000 chilometri e alta tra i 12 e i 15 metri promessa da Trump, che dovrà ancora aspettare (fortunatamente). The Donald, però, non ha rinunciato a ottenere quei soldi e ha scatenato una nuova bagarre. Per tener fede alle promesse fatte agli elettori ha dichiarato lo stato di emergenza nazionale al confine meridionale in modo da ottenere i fondi per la barriera, scavalcando il Congresso. Vorrebbe quindi dirottare parte dei fondi degli aiuti governativi destinati alla Florida, al Texas, alla California e ad altri stati del sud per la riparazione dei danni subiti da terribili alluvioni e incendi o per altri progetti di sviluppo.
L’atto di forza è in linea con la solita dialettica dai toni sopra le righe che alimenta le paure, che contraddistingue il presidente a stelle e strisce, ma stavolta sta incontrando parecchi ostacoli. Infatti, finora ben 16 Stati hanno fatto ricorso contro la decisione del presidente ed è probabile che si finirà davanti alla Corte Suprema. Trump, infatti, continua a ribadire che l’unica soluzione all’arrivo di clandestini e di droga è il muro. E lo ha affermato anche dopo l’ultima visita in Texas, proseguendo la sua campagna pro muro su Twitter e cercando una legittimazione alla sua costruzione. «Al nostro confine meridionale c’è una crisi umanitaria, la situazione è molto peggiore di quanto quasi tutti possano immaginare, un’invasione» ha scritto. Poi ha aggiunto: «la barriera avrebbe dovuto essere costruita dalle precedenti amministrazioni, molto tempo fa. Non lo hanno mai fatto, lo farò io. Senza, il nostro Paese non può essere al sicuro».
La storia è dunque ben confezionata per i suoi sostenitori: c’è un problema di sicurezza dovuto a un’invasione, che si può risolvere costruendo un muro e sarà lui ad avere il merito di completare ciò che i governi precedenti non hanno avuto il “coraggio” di fare. La costruzione del muro anti-immigrazione, infatti, è iniziata quasi trent’anni fa, nel 1990 sotto la presidenza di George Bush, e il primo tratto – oltre una ventina di chilometri tra Tijuana e San Diego – venne completato nel 1993.
A oggi “the wall” conta circa un migliaio di chilometri: in pratica un terzo del confine è già stato recintato con barriere in ferro, filo spinato, cemento, dissuasori vari. In alcuni punti impedisce solo il passaggio delle auto, in altri è già alto circa una decina di metri, come sulla spiaggia tra San Diego e Tijuana. Ha già devastato paesaggi, spaccato famiglie, creato danni ambientali, dovuti anche alla realizzazione di nuove strade e infrastrutture per la sua costruzione. Dunque la promessa di Trump è quella di completare il muro, sia in estensione che in altezza e un primo tratto è già stato finito nell’ottobre del 2018. Ma per ultimare “l’opera” si dovrebbero costruire almeno altri 2.000 chilometri di recinzioni. Il confine tra i due stati corre infatti per oltre 3.100 chilometri, una distanza pari a quella che intercorre tra Napoli e San Pietroburgo. Di fatto, un’impresa che qualora venisse realizzata sarebbe anche costosissima da sorvegliare.
Il costo di questa opera controversa, secondo il presidente statunitense, si aggira intorno a i 10 miliardi di dollari. Ma, stando a una stima più accurata fatta dalla MIT Technology Review, un muro di cemento armato e acciaio lungo 1.600 chilometri e alto 16 metri costerebbe intorno ai 38 miliardi di dollari. Senza contare le spese derivanti dall’acquisto dei terreni privati su cui dovrebbe passare il muro e quelle di sorveglianza e di manutenzione.
Al di là dei costi economici e dei pesanti risvolti umanitari, qualora venisse realizzata la barriera invalicabile che si estende per tutta la frontiera avrà un impatto devastante anche sull’ambiente. E purtroppo è una certezza: i danni arrecati da quel migliaio di chilometri di muri e recinzioni già presenti al confine tra Stati Uniti e Messico e completati negli ultimi tre decenni sono stati ben documentati. Vanno dalla distruzione dell’habitat, all’isolamento di intere popolazioni di quelli che sono alcuni degli animali più rari e meravigliosi del Nord America, come il giaguaro; fino all’inasprimento dei danni dovuti alle alluvioni: le barriere si sono comportate come dighe, impedendo all’acqua di defluire e aggravando il bilancio. Per esempio, le improvvise inondazioni verificatesi nell’agosto del 2018 a Nogales o nell’Organ Pipe Cactus National Monument in Arizona hanno causato danni per milioni di dollari e due morti, anche a causa delle piene che hanno trovato la recinzione ad ostacolare il loro deflusso.
Il muro, poi, si porta dietro anche un reticolo di chilometri di strade create nel nulla per raggiungere le aree di costruzione, che a loro volta hanno avuto un impatto negativo. Ora le mire di Trump puntano al Texas: il nuovo pezzo di frontiera da costruire attraverserebbe parchi nazionali, riserve indiane e per sino una grossa sezione del Rio Grande, che sfocia nel Golfo del Messico ed è il terzo fiume più grande degli Stati Uniti, con tutte le aree protette e le zone umide annesse. E si preannuncia un nuovo disastro. Il prossimo passo, poi, potrebbe essere la sostituzione di quel tratto di muro storico, quanto vergognoso, tra San Diego e Tijuana. Qui il fiume Tijuana incontra l’Oceano Pacifico: l’estuario è anche una delle aree più ricche di biodiversità dell’intero stato della California.
Ma il discorso vale per tutta la linea di confine, disseminata di parchi e di luoghi naturali quasi incontaminati. Un muro invalicabile per gli uomini lo è anche per tutta quella fauna che si muove a piedi o a nuoto, o per chi non è un grande volatore. Dividerà in due l’areale di molte specie americane, alcune già in pericolo di estinzione. Molti animali selvatici che abitualmente attraversano il confine in cerca di acqua, cibo, nuovi spazi e territori non potranno più farlo e questo porterà alla frammentazione della loro popolazione.
La barriera interromperà di fatto il flusso genetico tra individui, che è alla base di quella variabilità genetica che garantisce alle specie maggiori possibilità di sopravvivenza a lungo termine. La resilienza degli ecosistemi attraversati dal Trump wall verrà pesantemente intaccata. Chiunque mastichi un minimo di ecologia sa che la connettività del paesaggio tra aree naturali è un punto fondamentale per la tutela della natura: c’è addirittura un’intera branca dell’ecologia che si dedica proprio allo studio degli impatti delle costruzioni umane e alla loro mitigazione. Una strada è per esempio già un confine invalicabile per moltissime specie, figuriamoci un muro alto diversi metri.
Inoltre, alla costruzione della barriera si dovrà aggiungere il dedalo di strade che saranno aperte per proseguire i lavori e per consentire poi alle forze dell’ordine di sorvegliare l’area. E, a tal proposito, si dovrà considerare anche un altro elemento: in alcune aree i fari saranno accesi costantemente e questo sarà un disturbo in più che potrebbe inficiare la sopravvivenza di tutte quelle specie che di notte cacciano o magari migrano. La costruzione del muro e delle relative infrastrutture, come strade, luci e basi operative, porta quindi alla distruzione o al degrado della vegetazione naturale, provoca la frammentazione e la perdita di habitat per molte specie, riduce la connettività degli habitat, erode il suolo e può aumentare i danni provocati dai fenomeni idrogeologici. Per non parlare dell’anidride carbonica che verrà prodotta per erigere il muro. Sempre secondo la MIT Technology Review, 1.600 chilometri di muro – solo per la loro costruzione – rilascerebbero in atmosfera 7,4 milioni di tonnellate di anidride carbonica.
Trump però non sembra preoccuparsi di tutto ciò. Del resto, il riscaldamento globale per il presidente non esiste e non sembra curarsi neppure del fatto che la sua opera senza scrupoli attraverserebbe oltre 3.000 chilometri di catene montuose, fiumi e deserti. Spaccherebbe a metà il famoso deserto di Sonora, il Rio Grande, i canyon del parco nazionale di Big Bend, il massiccio montuoso delle Sky Islands che si estende tra Arizona e Messico. Taglierà quindi aree protette, santuari della biodiversità, e innumerevoli zone umide, minacciando la fauna e la flora locale.
Per avere un’idea di quali e quante sono queste specie basta sfogliare il report “Trump wall” redatto nel 2016 dall’IPaC (Information for Planning and Conservation), uno strumento online sviluppato dall’U.S Fish & Wildlife Service che fornisce l’elenco di tutte le specie presenti nell’area selezionata dall’utente. Il report include oltre 200 specie della flora e della fauna americana, di cui più della metà sono già inserite nella Red List dell’IUCN (Unione internazionale per la conservazione della natura). Tra le più note e già a rischio ci sono il giaguaro (Panthera onca), l’ocelot (Leopardus pardalis), il lupo grigio messicano (Canis lupus baileyi), il lamantino dei caraibi (Trichechus manatus), l’aquila di mare dalla testa bianca (Haliaeetus leucocephalus), la farfalla monarca (Danaus plexippus). O ancora il yaguarondi della costa del Golfo (Herpailurus yagouaroundi cacomitli), l’antilocapra americana di Sonora (Antilocapra americana sonoriensis), ma anche anfibi, molte specie di uccelli migratori, lumache di terra, tartarughe marine, pesci, persino pipistrelli e diverse specie di cactus.
Altri studi, come quello uscito nel 2011 su Diversity and Distribution hanno esaminato l’impatto dei muri già presenti e delle possibili future barriere, concentrandosi solo su anfibi, rettili e mammiferi non volatori. E i risultati non sono poi molto diversi: l’aggiunta di nuove barriere lungo il confine incrementerà il numero di specie considerate a rischio per l’IUCN secondo i criteri della riduzione dell’habitat. Cosa che, come ribadito dagli autori dello studio, è già successa a 45 specie e tre sottospecie che si sono viste tagliare l’areale in due proprio dal muro di frontiera già costruito. Il dimezzamento dell’areale potrebbe essere letale per i grandi mammiferi cacciatori che solcano foreste e deserti per chilometri, come i lupi e i giaguari. Oggi ci sono meno di 150 lupi grigi tra gli Stati Uniti e il Messico. Gli ultimi censimenti hanno rivelato che la maggior parte di loro, oltre 110, sono tra l’Arizona e il New Mexico e un’altra trentina a sud, in Messico. Ma separarli metterebbe fine alla variabilità genetica di una già minuscola popolazione e potrebbe rendere impossibile il suo recupero, vanificando completamente gli sforzi di conservazione fatti finora per recuperare questa sottospecie. Lo stesso vale per il giaguaro, di cui non si hanno stime di popolazioni precise. La popolazione al confine, circa 80-120 individui, vive per lo più nello stato messicano di Sonora, ma spesso attraversa il confine con incursioni in Arizona e in New Mexico, per lo più.
Il problema più grosso, però, non risiede nel numero o nella tipologia delle specie che subiranno i danni derivati dalla messa in opera del progetto. Ma è a monte ed è costituito dalle modalità con cui il muro, o altri suoi pezzi, verranno eretti. L’opera, infatti, infrange l’articolo 7 dell’Endagered Species Act, che fondamentalmente dichiara che qualsiasi opera o progetto debba essere valutata dall’U.S. Fish and Wildlife Service per quanto concerne la conservazione delle specie a rischio di estinzione. Insomma, la barriera dovrebbe avere una sorta di corrispettivo delle nostre VIA, VAS e VINCA: le diverse valutazioni di incidenza e di impatto ambientale con cui si stabiliscono anche le operazioni di mitigazione. Ma così non è e non sarà per il Trump wall. Stavolta non è un vezzo del presidente americano, da sempre poco sensibile alle tematiche ambientali, ma è un bias della legge americana: il DHS, ovvero il dipartimento per la sicurezza nazionale (Department of Homeland Security) ha l’autorità per scavalcare qualsiasi legge rallenti il suo intervento che, si immagina, debba essere sempre il più tempestivo possibile. È più o meno lo stesso concetto per cui, per il codice stradale italiano, l’ambulanza a sirene e lampeggianti spiegate – in situazioni di emergenza – non è tenuta a osservare rigidamente gli obblighi, i divieti e le prescrizioni relative alla circolazione.
Perciò il DHS si troverà a violare l’Endangered Species Act (ESA) e la National Environmental Policy Act (NEPA), rinunciando all’analisi dell’impatto ambientale, allo sviluppo di strategie costruttive meno dannose e alla mitigazione dell’impatto. Tutte valutazioni e rimodulazioni del progetto che di fatto rallenterebbero la realizzazione della barriera alla frontiera.
È accaduto lo stesso con i tratti di muro costruiti in passato. L’Endagered Species Act è stato varato nel 1973, vent’anni prima della costruzione delle prime barriere. Ma anche all’epoca gli esperti non hanno avuto la possibilità di valutare in anticipo quale sarebbe stato l’impatto delle recinzioni su fauna e flora, sul paesaggio o sulle piane alluvionali. Si è riusciti solo a fare la conta dei danni post-opera.
Così, proprio su questo punto fondamentale ha fatto leva uno studio uscito nel 2018 su BioScience e firmato da un team di ricercatori statunitensi e messicani, che hanno lanciato un appello firmato poi da oltre 2.600 scienziati di 43 paesi di tutto il mondo. “Nature divided, scientists united: US–Mexico border wall threatens biodiversity and binational conservation” – questo il titolo del paper – dimostrava in soli tre punti perché il muro anti-immigrazione non “s’ha da fare”. Uno: viola le leggi in materia ambientale, come detto. Due: il muro al confine tra Usa e Messico attraversa sei ecoregioni che includono zone costiere, deserti, foreste temperate e boschi, praterie e pianure, boscaglie subtropicali, zone umide di acqua dolce e paludi salmastre. Questi ambienti si estendono su porzioni di territorio enormi e, secondo lo studio, il muro anti-immigrazione taglierebbe dunque l’areale di 1.500 specie animali e oltre 400 vegetali: molte più di quante inserite nel report “Trump wall”. E, sempre secondo i calcoli, potrebbe limitare i movimenti del 34% di queste specie in spazi che saranno grandi meno della metà del loro areale originario, aumentando così il numero di specie da inquadrare nelle Red List dell’IUCN. Terzo e ultimo punto: il muro ostacola la ricerca scientifica e sminuisce il lavoro di conservazione fatto finora. Molte specie a rischio di estinzione per la degradazione dell’habitat sono state salvate – e ci si sta ancora lavorando – solo grazie a collaborazioni bi-nazionali, come è stato per l’antilocapra americana del deserto di Sonora, per lo yaguarondi della costa del Golfo o anche per la farfalla monarca. Il muro mette a rischio tali investimenti, minando i loro obiettivi: in questo clima è difficile continuare la collaborazione per gli scienziati.
Ci sarebbe poi un quarto punto, non menzionato, che è la deturpazione del paesaggio. Al Sabal Palm Sanctuary, un’area protetta in Texas proprio sulle sponde del Rio Grande, la muraglia è già stata costruita anni fa e, da quel momento, il numero di visitatori è calato a picco. Immaginate di andare a Yellowstone o magari nel Grand Canyon per godere della pace e dello spettacolo della natura e di trovarvi di fronte a un muro, in cemento e ferro. Gli attivisti nel mondo dell’ambientalismo hanno già dato luogo a proteste, ma questo non è un problema che va confinato alle manifestazioni dei cittadini.
L’opera e il suo impatto vanno valutati da esperti scienziati, e in molti hanno già detto la propria. Anche perché quando si va ad alterare in modo così improvviso e invasivo l’equilibrio di un ecosistema, basta un solo “mattoncino” andato perso per avviare un effetto domino e far cadere tutti gli altri. Una dinamica nota in ecologia come “effetto cascata” che si verifica quando una specie definita “chiave” (keystone species) viene eradicata o sensibilmente ridotta. Molto spesso però noi umani non abbiamo chiare neanche tutte le dinamiche che ci sono all’interno di un ecosistema e non riconosciamo il valore di ciò che abbiamo perso o di ciò che stiamo per perdere. Possiamo provare a dare un valore economico a un esemplare, forse a una specie, oppure anche a un servizio ecosistemico basandoci su ciò che ci fornisce. Ma già capire quanto valga la bellezza di un paesaggio da contemplare non è così semplice, anzi. Né valutare la fertilità del suolo, magari dovuta in larga parte alla presenza di un certo composto magari prodotto da una specie animale.
Attribuire un valore a tutto ciò che con la costruzione del muro verrà tolto a noi tutti, cittadini del mondo, e non solo messicani o americani, è davvero difficile. Quel che è certo è che se volessimo convertire il costo ecologico del Trump wall in cifre, questo supererebbe di gran lunga le spese per la sua costruzione. Per evitare un simile disastro, d’altronde, basta poco, anzi nulla. È sufficiente non costruirlo.

[Pubblicato in originale a marzo 2019 sul n.42 di micron]

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