Il dopo Expo? Un progetto ambizioso ma la strada è lunga

Qual è l’eredità di Expo 2015 nel dibattito scientifico italiano? Che cosa rappresenta Human Technopole Italia 2040 per il futuro della ricerca in Italia? A pochi giorni dalla presentazione, non senza critiche, del progetto per il nuovo grande polo scientifico targato IIT, abbiamo intervistato Claudia Sorlini, Presidente del Comitato Scientifico per Expo, sull’opportunità che la ricerca italiana ha di fronte a sé.
Giuseppe Nucera, 02 Marzo 2016
Micron
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Videomaker e Comunicatore della Scienza

Qual è l’eredità di Expo 2015 nel dibattito scientifico italiano? Che cosa rappresenta Human Technopole Italia 2040 per il futuro della ricerca in Italia?
A pochi giorni dalla presentazione, non senza critiche, del progetto per il nuovo grande polo scientifico targato IIT, che occuperà una parte del sito dell’esposizione universale, abbiamo intervistato Claudia Sorlini, Presidente del Comitato Scientifico per Expo, sull’opportunità che la ricerca italiana ha di fronte a sé.


Dopo la scelta del governo italiano di affidare all’Istituto Italiano di Tecnologia, una Fondazione di diritto privato, il progetto Human Tecnhopole Italia 2040, quale rapporto si evince tra ricerca pubblica e quella privata in Italia?

Il rapporto tra ricerca pubblica e ricerca privata dovrebbe essere un rapporto di collaborazione, anche se è sempre molto difficile che venga attuata concretamente. In questo caso era comunque importante scegliere l’eccellenza ovunque si trovasse. Il problema reale sta nell’aver scelto un solo centro e di non aver considerato tutte le eccellenze esistenti nel sistema universitario e della ricerca italiana. Credo sia un peccato perché così si parte valorizzando solo alcune risorse e non il sistema nel suo complesso.
D’altra parte, pur avendo al loro interno dei centri eccezionali riconosciuti a livello internazionale, le università italiane sono troppo spesso delle monadi, poco coordinate nelle loro attività di ricerca. Una frammentazione che non aiuta a valorizzare il potenziale straordinario che la ricerca avviata nelle università pubbliche potrebbe fornire concretamente allo sviluppo del Paese.

Secondo Lei, con il progetto Human Technopole la scienza è posta al centro dello sviluppo del nostro Paese o è ancora marginale?
Sicuramente la scelta è un segnale molto importante e in linea con Expo: parlare dell’apporto che la scienza potrebbe dare all’umanità in termini di benessere è uno stimolo fondamentale e indispensabile per la ricerca. Se poi pensiamo che tutto ciò parte dall’Italia, negli ultimi anni un fanalino di coda in termini di investimenti pubblici per la ricerca, è ancora più significativo. Un segnale positivo sicuramente.
Non va dimenticato, però, che gli investimenti messi a disposizione non sono tali da far pensare a un centro mondiale di grande impatto. Saremo ancora nella situazione di doverci adeguare a ciò che sarà possibile fare con le risorse messe in campo: è un segnale piccolo, utile ma distante e ancora insufficiente per un miglioramento sostanziale delle condizioni della ricerca, un sistema che a mio avviso meriterebbe un riconoscimento maggiore.

L’eredità di Expo

Lo Human Tecnhopole si pone come un grande centro di ricerca a livello mondiale. Saremo in grado di vincere la sfida dell’internazionalizzazione delle ricerche?
L’esposizione universale ci ha lasciato come eredità, prima di tutto, la volontà di sviluppare la ricerca scientifica in modo tale che anche l’Italia assuma un nuovo ruolo internazionale. Devo dire che l’Expo ha consentito di creare molte relazioni, oltre a quelle che già esistevano, tra le università e i centri di ricerca del mondo. Molti accordi sono stati siglati tra le università italiane, soprattutto lombarde e milanesi, ma anche tra molte università del mondo, le quali hanno riconosciuto interessi comuni e possibili sviluppi futuri nel settore dell’agroalimentare.
Tutto questo sarà riscontrabile nello Human Technopole, sicuramente in termini di maggiore internazionalizzazione della ricerca italiana, cosa che va di pari passo a una maggiore internazionalizzazione degli studenti delle nostre università.
Dopo Expo ci aspettiamo non solo un aumento delle inscrizioni alle nostre università, ma anche una internazionalizzazione dei percorsi formativi e di ricerca. Un terzo dei visitatori che hanno visitato l’esposizione è composto da stranieri, fra cui moltissimi giovani, che hanno potuto conoscere direttamente le proposte di formazione e di ricerca degli atenei italiani.

Siamo davanti a un primo seme per un sistema di ricerca su base europea?
E’ molto difficile dire che cosa sarà esattamente questo nuovo Centro, essendo tutto ancora in preparazione, ma che sia di interesse europeo questo è certo, avendo identificato dei temi ritenuti centrali nel futuro non solo degli italiani, ma della popolazione globale. Inoltre, potrebbe essere uno stimolo per incrementare la ricerca di base anche a livello europeo, spesso orientata maggiormente su ricerche applicate; dall’altra parte sarà un ente che agirà per risolvere alcuni grandi problemi che l’Europa ha principalmente in campo alimentare e della salute.
Credo che possa rappresentare una buona proposta e un primo stimolo alla Commissione europea, organo che più di altri eroga finanziamenti ancora oggi, con la speranza che possa nascere qualcosa di più grande in termini di sistema di ricerca europea.

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