Il giro del mondo del dottorato, partendo dall’Italia

Galapagos si trasforma e da oggi vi racconterà il dottorato nelle diverse realtà del mondo. Oltre a una guida pratica Paese per Paese, raccoglieremo i consigli e le storie di chi s’è avventurato all’estero per fare un Ph.D. Ma come si arriva a fare il dottorato? Che cosa vi aspetta se passate il concorso? Partiamo da qui, dall'Italia, per lanciarci alla scoperta delle università del mondo.
Stefano Porciello, 18 Giugno 2018
Micron
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Relazioni internazionali e Studi europei

C’è un momento nella vita di ogni universitario in cui si comincia a prendere in considerazione l’idea di un dottorato. Per alcuni diventa lo stimolo più importante per portare a termine nel migliore dei modi la propria carriera universitaria, per altri è l’occasione per staccarsi una volta per tutte da un’università, da una città, o da un Paese come l’Italia che sono improvvisamente diventati troppo piccoli. Alle volte, invece, il dottorato sembra un rischio più che un’opportunità, perché storie di borse inesistenti, sfruttamento e gerarchie esasperate gli hanno dato le tinte fosche delle brutte avventure. Le voci dicono che all’estero, in Inghilterra o “in America”, le cose siano diverse. Ma sono appunto delle voci, tutte da verificare nelle prossime uscite di questa rubrica. Per ora, cerchiamo di capire come funziona il dottorato in Italia.

COS’È IL DOTTORATO
Il dottorato di ricerca è un titolo di studio che esiste in tutta Europa – e in molti altri Paesi del mondo – e corrisponde al massimo livello d’istruzione che si possa raggiungere. Usando i termini del “Processo di Bologna”, che ha cercato di armonizzare i percorsi universitari dei 48 Paesi dello Spazio europeo dell’istruzione superiore, si tratta del terzo ciclo degli studi universitari. Per questo motivo un dottorando è, in realtà, ancora uno studente.
Per poter accedere a un corso di dottorato in Italia bisogna obbligatoriamente passare un concorso pubblico dopo aver conseguito la laurea magistrale (o conseguirla, dopo essere stati già selezionati, entro il 31 ottobre dell’anno in cui scade il bando). Il concorso è aperto a tutti senza limitazioni di cittadinanza e deve ovviamente rispettare la legge.
Chiunque abbia fatto un’esperienza universitaria sa che anche con i concorsi di dottorato si parla spesso di commissioni truccate o di vincitori individuati ancor prima di pubblicare il bando. Tuttavia, farsi scoraggiare dalle denunce sui giornali o semplicemente quel che si racconta sull’argomento potrebbe essere la scelta più infelice della vostra carriera universitaria: se farete delle ottime prove di concorso sarà molto difficile, anche per una commissione che ipoteticamente ha già un candidato vincitore, non riconoscervi ciò che vi spetta. Quindi, se state cercando un dottorato, potete andare a trovare quello che fa per voi tra tutti i bandi italiani pubblicati sul sito del MIUR, e presentarvi ovunque vi interessi partecipare.

QUANTO VALE UNA BORSA DI DOTTORATO?
Una borsa di dottorato in Italia, per legge, non può essere inferiore ai 15.343,28 euro all’anno. Fino a dicembre 2017, la borsa valeva molto di meno: 13.638,48 euro. L’aumento è stato decretato dal ministro Valeria Fedeli attraverso il DM 40/2018, ed è applicato dal 1° gennaio 2018. Con questi soldi tuttavia, bisogna pagare sia le tasse universitarie, che variano da ateneo ad ateneo, sia un terzo dei contributi previdenziali dell’INPS, cioè l’11,41% della borsa (i restanti due terzi vengono coperti dall’Università). L’Associazione dottorandi e dottori di ricerca italiani (ADI) ha calcolato che le nuove borse di dottorato vi porteranno in tasca un netto mensile di almeno 1132,72 euro, cioè 125,86 euro al mese in più di quelle precedenti. Non sarete ricchi, ma avrete di che vivere.
Da questi soldi, come dicevamo, vanno tolte le tasse universitarie. E qui il discorso di fa duplice: da una parte bisogna capire quanto sia, ateneo per ateneo, l’ammontare delle tasse universitarie, dall’altra quanti dottorandi hanno comunque diritto a non pagarle. I dati del MIUR riportano che nell’A.A. 2015/16 il 72,3% dei dottorandi è stato esonerato completamente dal pagamento dei contributi universitari. In ogni caso, come ha evidenziato l’ultima indagine dell’ADI, le tasse che le università fanno pagare ai loro dottorandi variano mediamente tra i 100 e i 1.350 euro all’anno, con contributi massimi che possono comunque superare i 2000 euro. Facendo i conti, il peso sullo stipendio è, in media, relativamente contenuto.
Passando a parlare di diritti, è importante sapere che la maternità delle dottorande è riconosciuta e garantita. Coloro che resteranno incinte durante il loro dottorato potranno avvalersi di 5 mesi di sospensione della borsa e consegnare la loro tesi con 5 mesi di ritardo. Durante la maternità sarà l’INPS a prendersi carico delle future mamme, erogando un assegno di maternità pari all’80% della borsa. Ironicamente (ma è un’ironia davvero amara), le dottorande senza borsa non hanno diritto all’indennità dell’INPS, visto che per via della loro posizione non versano i contributi previdenziali. Sull’argomento, l’ADI ha preparato una guida alla maternità, che vi consigliamo di leggere.

I DOTTORATI SENZA BORSA
Il dottorato senza borsa non è un problema solo italiano ed esistono posti di dottorato senza borsa anche in altri Paesi del mondo (e gli Stati Uniti, ad esempio, sono tra questi). Come dice il proverbio, mal comune mezzo gaudio, e c’è poco da rallegrarsi. Non è nemmeno il caso di prendere il problema meno seriamente: fare il dottorato di ricerca senza borsa è indubbiamente una situazione scomoda. Non solo manca quel minimo riconoscimento del proprio lavoro dato da un (piccolo) salario, ma molto più concretamente manca la serenità economica che deriva dal sapere che ogni mese, per almeno tre anni, saprete con quanti soldi potrete vivere. Tuttavia, ci sono degli aspetti da prendere in considerazione: potreste riuscire a fare qualche esperienza all’estero, vincere una borsa Erasmus, e ottenere un titolo di studio che in Italia, sebbene poco riconosciuto socialmente, è sicuramente raro. I dottorandi in Italia sono soltanto 1 ogni 2000 abitanti (dati ADI, 2015) e una volta ottenuto il titolo godono di un tasso di disoccupazione relativamente basso (del 9%, dati AlmaLaurea 2017).
Ci sono, comunque, alcune buone notizie sui dottorati senza borsa. Innanzitutto, sono sempre di meno: se nel 2010 quasi 4 dottorandi su 10 non avevano la borsa, oggi le cose stanno diversamente. La VII indagine ADI mostra che già da qualche anno i dottorati senza borsa sono sensibilmente diminuiti in proporzione a quelli finanziati, e nel 2017 erano già stati dimezzati al 17% dei posti banditi. Inoltre, la legge di stabilità approvata a dicembre 2016 (Art.1 comma 262) ha finalmente esentato i dottorandi non borsisti dal pagamento delle tasse e dei contributi universitari, perlomeno nelle università statali.
Anche con un dottorato senza borsa avrete diritto ai fondi per la ricerca, che sono stanziati dal dipartimento e ammontano al 10% della borsa annuale. Allo stesso modo, potreste avrete diritto al contributo per i periodi di soggiorno all’estero, che può arrivare a valere il 50% della borsa di dottorato, e che spesso viene garantito anche ai non borsisti.

SI PUÒ ANDARE ALL’ESTERO MENTRE SI FA UN DOTTORATO?
Un’altra buona notizia, infatti, è che potrete andare all’estero durante il vostro dottorato. Una volta ottenuto il posto, le opzioni per passare un periodo di studio o di ricerca all’estero sono principalmente due. La prima, è farsi dare l’autorizzazione dal collegio dei docenti ogni volta che vi recherete a studiare in un altro Paese per un determinato periodo di tempo. In questo modo, per ogni giorno passato in “missione” di ricerca all’estero riceverete una maggiorazione che può arrivare a valere il 50% della normale borsa di dottorato. Generalmente c’è un limite massimo, tuttavia, di 180 giorni.
L’altra opzione che avete è farvi finanziare da una borsa Erasmus+. Grazie alle modifiche introdotte nel 2014, il nuovo programma Erasmus+ permette di partire per un massimo di 12 mesi per ogni ciclo universitario. Quindi, anche se siete già stati in Erasmus in triennale, in magistrale o in entrambi i cicli, avete comunque diritto a 12 mesi di borsa per studiare in un altro Paese durante il dottorato. Si tratta di un’opportunità non molto sfruttata: nell’A.A. 2016/17, infatti, soltanto 635 dottorandi hanno partecipato a una mobilità Erasmus.
Come sa chi ha già usufruito di questo genere di borse, nemmeno questa volta vi ritroverete ad essere improvvisamente ricchi. Anzi, in molti Paesi europei la borsa potrebbe non essere sufficiente a coprire nemmeno il costo dell’affitto. Tuttavia, se accoppiata alle missioni autorizzate dal collegio dei docenti, potreste riuscire a partire con una discreta disponibilità di denaro, e permettervi uno stile di vita più che dignitoso.

SI PUÒ LAVORARE MENTRE SI SVOLGE UN DOTTORATO?
Sebbene il DM 45/2013 sostenga che «l’ammissione al dottorato comporta un impegno esclusivo e a tempo pieno» (Art. 12.1), le linee guida pubblicate dal MIUR nel 2014 (punto 6: “Sostenibilità del corso”) hanno sottolineato che questo impegno «va disciplinato nell’ambito del regolamento di dottorato di Ateneo, atteso che compete al collegio dei docenti autorizzare il dottorando a svolgere attività retribuite verificandone la compatibilità con il proficuo svolgimento delle attività formative (didattiche e di ricerca) relative al corso». Questo significa che sì, è possibile ottenere il permesso di lavorare mentre si svolge un dottorato, purché l’attività lavorativa non vada a incidere sulla vostra capacità di portare a termine proficuamente studi e ricerche. Nel caso siate borsisti, tuttavia, «le attività retribuite devono essere limitate a quelle comunque riferibili all’acquisizione di competenze relative all’ambito formativo del dottorato». Per i dottorati senza borsa, invece, il collegio dei docenti deve valutare concretamente l’incompatibilità del lavoro con le attività dello studente, visto che – tra l’altro – impedire a una persona di lavorare potrebbe ledere il suo diritto costituzionale a raggiungere i più alti livelli degli studi, anche se priva di mezzi. Non sussistono in questo caso le restrizioni relative all’ambito formativo del dottorato: potrete fare davvero qualsiasi tipo di lavoro.

ALLA SCOPERTA DEL MONDO, FACENDO UN PH.D.
Galapagos, a partire da oggi, tornerà all’estero, ma per indagare il mondo dei dottorandi. Non solo per ogni Paese vi offriremo una guida pratica per spiegarvi passo dopo passo come arrivare ad ottenere un dottorato all’estero, ma vi racconteremo come funziona il mondo universitario e vi proporremo le storie e i consigli di chi è già partito per un Ph.D. in un altro Paese. Volete sapere come funziona? Che vita vi aspetta con una borsa in America o in Giappone? L’appuntamento con il primo capitolo è tra due settimane. Prima tappa: gli Stati Uniti.

Per approfondire
Ascolta il podcast di micron Hertz, il programma di Radiophonica e micron su “La ricerca in Italia” con ospite Giovanni Cinti, responsabile della sezione di Perugia dell’ADI, e con gli interventi di Giuseppe Montalbano, Segretario nazionale dell’ADI
ascolta la registrazione della puntata

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