Il prezzo della popolarità

Sin dagli albori della biologia della conservazione si è preferito dare risalto a specie carismatiche, animali su cui concentrare gli sforzi di conservazione che potessero diventare il simbolo di un intero ecosistema da proteggere: le cosiddette “specie bandiera”. Per lo più mammiferi con cui per noi umani è più facile entrare in empatia, come tigri, leoni, panda o giraffe. Ma oggi la popolarità di queste specie, infiltratesi ormai nella cultura pop, potrebbe paradossalmente diventare la loro stessa rovina.
Micron
Micron
Giornalista scientifica

Tutti conoscono il panda. O l’elefante, il leone e la tigre. Non serve neanche indicare il nome specifico che subito si prefigura un’immagine nella nostra mente. Ma in pochissimi, se non solo gli addetti ai lavori, conoscono le coloratissime chiocciole del genere Achatinella, endemiche dell’isola hawaiana di O’ahu, di cui rimangono solo un centinaio di individui per specie. O la Cicindela albissima, un coleottero dalle elitre bianche, endemico del Coral Pink Sand Dunes State Park nello Utah, di cui restano soltanto un migliaio di individui.
Questo perché sin dagli albori della biologia della conservazione si è preferito dare risalto a specie carismatiche, che attirassero l’attenzione del pubblico. Animali su cui concentrare gli sforzi di conservazione, che potessero diventare il simbolo di un intero ecosistema da proteggere: le cosiddette specie bandiera. Per lo più mammiferi, erbivori o carnivori, con cui per noi umani è più facile entrare in empatia. Ma la popolarità di queste specie, infiltratesi ormai nella cultura pop, potrebbe diventare la loro stessa rovina.
Tutta questa attenzione mediatica, infatti, avrebbe distorto la percezione del grande pubblico sulle reali possibilità di sopravvivenza di questi animali in natura. Tanto da far pensare che non siano più a rischio di estinzione. È quanto emerge da un lungo studio pubblicato su Plos Biology da un team internazionale di ricercatori. Il gruppo guidato da Franck Courchamp, direttore del CNRS dell’Università di Parigi, ha prima stilato una top 10 degli animali più carismatici che piacciono al pubblico. E lo ha fatto incrociando i risultati di un sondaggio online con questionari scolastici somministrati in Francia, Spagna e Regno Unito, e indagini sui siti web degli zoo delle 100 maggiori città del mondo e sui film d’animazione prodotti da Disney e Pixar.
Com’era prevedibile, sul podio sono finiti la tigre (Panthera tigris), il leone (P. leo) e l’elefante (Loxodonta africana, L. cyclotis e Elephas maximus). Seguiti da giraffa (Giraffa camelopardalis), leopardo (P. pardus), panda gigante (Ailuropoda melanoleuca), ghepardo (Acinonyx jubatus), orso polare (Ursus maritimus), lupo grigio (Canis lupus) e gorilla (Gorilla beringei e G. gorilla).
Tredici specie diverse che i ricercatori hanno riunito in 10 animali perché, per esempio, nell’immaginario collettivo “l’elefante” è uno solo. Mentre, in realtà, sono tre specie distinte. La top 10 comprende solo mammiferi terrestri, tutti molto noti e anche a rischio di estinzione per cause diverse. Ma la cosa che ha sorpreso il team è che, nonostante il pubblico adori questi animali, paradossalmente sembra del tutto ignaro di quanto siano realmente vicini all’estinzione. E crede che gli sforzi messi in campo per assicurare la loro sopravvivenza siano sufficienti.
Come mai? Secondo il team, la colpa risiede nell’onnipresenza di questi animali nella cultura di massa e nei mezzi televisivi. Sono diventati protagonisti di cartoni animati, di film e libri. Senza contare la quantità di giocattoli e peluche a loro dedicati. Ma soprattutto sono entrati nel marketing come mascotte, marchi e loghi di aziende, prodotti o squadre sportive. Sono diventati “animali immagine”, utilizzati a seconda di come li percepisce il pubblico: i panda e le giraffe sono “carini”, gli elefanti e i gorilla sono “magnifici e impressionanti”, mentre molti altri sono semplicemente “pericolosi”. Basti pensare al leone, diventato il simbolo di case automobilistiche, di banche e persino il testimonial di compagnie cinematografiche, come la Metro Goldwyn Mayer. O ancora all’orso polare testimonial di caramelle alla menta e bibite analcoliche, ormai utilizzato come sinonimo di “freschezza”.
Secondo gli autori, l’abbondanza di specie bandiera nella cultura pop e nei materiali di marketing può costituire una “popolazione virtuale”. Una presenza fittizia che può distorcere la percezione del pubblico sullo stato di questi animali in natura. Dando l’impressione che in realtà gli individui rimasti al mondo siano molti di più e che il problema dell’estinzione sia superato. E lo hanno dimostrato. Hanno chiesto a dei volontari di contare tutte le volte in cui capitava loro, anche sott’occhio, di osservare uno degli animali presenti nella top 10 in spot televisivi, loghi, marchi, ecc. Il risultato? I volontari hanno visto in media 72.4 animali in una settimana, con picchi di 118. Circa 1.600 leoni “virtuali” all’anno: una media di 4,4 al giorno. Due o tre volte di più di quanti ne siano rimasti in tutta l’Africa occidentale. E lo stesso vale per i giocattoli venduti. Per esempio, quasi la metà (il 48,6%) dei peluche venduti su Amazon negli Stati Uniti, a esclusione del famoso Teddy Bear, raffigura una delle 10 specie dell’elenco stilato. Mentre in Francia, solo nel 2010, sono stati venduti circa 800.000 giocattoli di “Sophie the giraffe”: più di otto volte il numero di giraffe che vivono in Africa.
Ma quando il team ha chiesto ai volontari di indicare se questi 10 animali erano a rischio di estinzione, la risposta di un volontario su due è stata, sorprendentemente, quella sbagliata: no. L’unica eccezione, per cui tutti hanno dato la risposta corretta, sono stati i panda, le tigri e gli orsi polari. «Inconsapevolmente, le aziende che utilizzano giraffe, ghepardi o altri animali carismatiche per scopi di marketing possono contribuire attivamente alla falsa percezione che queste specie non siano più a rischio di estinzione e che quindi non necessitino più di piani di conservazione» ha spiegato Franck Courchamp. «Quando invece la comunità scientifica, per alcune di esse, ha difficoltà persino a calcolare delle stime di popolazione».
Infatti, la maggior parte degli animali inseriti nella top 10 sono anche i più minacciati da parte dell’uomo e molti hanno subito un pesante declino negli ultimi anni. Ma uno dei problemi maggiori che incontra la biologia della conservazione, oltre alla carenza di fondi, è anche la mancanza di partecipazione del pubblico. Due facce della stessa medaglia: se non è importante per l’opinione pubblica, non si riesce a mobilitare neanche la politica. Se non in rari casi. E in effetti, spiegano gli autori, dal primo Earth Day celebrato nel 1970, in cui scesero in piazza a manifestare 20 milioni di Americani, non c’è stata mai più una simile mobilitazione. In pochi sanno come se la passano le specie animali e vegetali nel mondo e non hanno la percezione del baratro a cui vanno incontro per mano dell’uomo.
Se si guardano i dati, infatti, lo stato della maggior parte di queste 10 specie bandiera è allarmante. Di tigri in natura ne sono rimaste tra le 3.000 e le 5.000, quando solo due secoli fa erano più di 100.000. E almeno tre sottospecie – le tigri di Bali, di Giava e del Caspio – sono ormai estinte. «I leoni stanno diminuendo quasi ovunque in Africa, con popolazioni che, si stima, siano al di sotto dell’8%, rispetto ai livelli storici» ha spiegato William Ripple, coautore dello studio. «La stessa sorte è toccata agli elefanti africani della savana, minacciati da un intenso bracconaggio, mentre l’elefante africano della foresta è diminuito del 62% negli ultimi nove anni. I ghepardi, oggi, occupano solo il 9% di quello che era il loro areale storico e sono scomparsi da 29 paesi del continente africano. Anche i panda non se la passano bene: ne restano meno di 2.000 e il loro futuro è incerto a causa dei cambiamenti climatici».
Paradossalmente, quindi, mentre è cresciuta a dismisura la presenza di specie bandiera nel mondo mediatico, è aumentata l’inconsapevolezza del pubblico sul loro stato di conservazione.
Per rettificare questo effetto indesiderato della popolarità, i ricercatori hanno proposto un piano: le aziende che utilizzano l’immagine di specie minacciate per scopi di marketing dovrebbero contribuire a campagne di informazione sullo stato di conservazione degli animali ritratti. E che una parte dei proventi del marketing, spesso sostanziali, vengano destinati direttamente al finanziamento di progetti di conservazione delle specie che li rappresentano. Perché «se non agiamo subito e mettendo insieme le forze» conclude Ripple «l’unico modo di vederle, potrebbe essere presto solo nei media».

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