Il radon, un nemico di cui si sa poco

Il radon è considerato, dopo il fumo, il secondo fattore di rischio ambientale secondo l'Oms. L'Epa stima che ogni anno esso sia responsabile di circa 21.000 vittime per tumori al polmone. Ma di radon in Italia si parla e si legge poco, almeno sulla stampa di carta e generalista. E si sa poco, almeno tra i comuni cittadini.
Tina Simoniello, 26 Dicembre 2015
Micron

Invisibile, silenzioso, non ha odore, colore o forma. È subdolo il radon, il gas radioattivo che miete più vittime del monossido di carbonio, che nel provocare il cancro del polmone è secondo solo al fumo di sigaretta. E che si associa a una stima del rischio di ammalarsi di tumore polmonare aumentata del 50% nell’arco di tempo che va dal 1990 al 2013, stando a un articolo pubblicato on line da The Lancet solo qualche settimana fa. Ma di radon in Italia si parla e si legge poco, almeno sulla stampa di carta e generalista. E si sa poco, almeno tra i comuni cittadini. Non è così ovunque: nel Regno Unito per esempio, un’ intera settimana del mese di novembre è stata dedicata alle campagne informative sui rischi del radon.
Il radon è un gas radioattivo di origine naturale generato dal decadimento del radio-226. Il suo isotopo più stabile è il radon-222, che nel giro di qualche giorno, emettendo radiazioni ionizzanti di tipo alfa, dà vita a polonio-218 e polonio-214. Nascondendosi ovunque nella crosta terrestre, ma soprattutto nelle rocce di origine vulcanica (lave, tufo, pozzolane…), il radon è la più significativa delle fonti di radioattività naturale. Leggiamo sul sito dell’Istituto superiore di sanità: «A livello mondiale… è considerato il contaminante radioattivo più pericoloso negli ambienti chiusi ed è stato valutato che il 50 per cento circa dell’esposizione media delle persone a radiazioni ionizzanti è dovuto al radon».
Insomma, parliamo di un inquinante di tutto rispetto, che si concentra negli ambienti confinati, soprattutto ai piani seminterrati e ai piani terra di case, uffici, scuole. Dal suolo penetraattraverso fessure, crepe, se la pavimentazione è poco isolata, se le pareti sono a contatto diretto con il terreno o se una cantina è poco ventilata o non pavimentata, se l’impianto di ventilazione aspira l’aria esterna da tubi interrati non a tenuta, o anche se l’impianto di riscaldamento è a diretto contatto con il terreno. Raggiunge anche l’acqua potabile, il radon, sebbene il rischio di ammalarsi in seguito a ingestione è sensibilmente più basso rispetto a quello associato al radon inalato.
Una volta in casa, attraverso l’inalazione il radon raggiunge i polmoni. Qui emette particelle alfa, che possono danneggiare il DNA delle cellule circostanti e aumentano in maniera statisticamente significativa, secondo i dati a disposizione, il rischio di tumore polmonare: l’Iss stima che, dei nostri 31 mila casi annuali, il 10% – oltre 3000 – è attribuibile al radon. Che infatti l’International Agency of Research on Cancer dell’OMS inserisce nel gruppo 1, tra le sostanze di accertata cancerogenicità per l’uomo. Inoltre, l’esposizione al radon moltiplica il rischio di tumore dovuto al fumo di sigarette, e viceversa: inalare il radon risulta molto più pericoloso per i fumatori che per i non fumatori.
Per quanto riguarda il nostro Paese, la maggior parte della popolazione è esposta in casa a concentrazioni di radon minori di  100 Becquerel per metro cubo (Bq/m3), ma il 4% degli italiani a concentrazioni medie maggiori di  200 Bq/m3 e circa l’1% a concentrazioni medie superiori a 400 Bq/m3. Lombardia, Lazio, Friuli-Venezia Giulia e Campania sono tra le regioni con i livelli medi più elevati di radon ma aree e singoli edifici con livelli elevati si trovano in tutte le regioni. Il rischio aumenta con la concentrazione ma anche con la durata dell’esposizione: secondo un’analisi effettuata su studi epidemiologici condotti in 11 Paesi europei tra cui il nostro, chi è esposto al radon per circa 30 anni, ha un incremento del rischio pari a  circa 16 per cento ogni 100 Bq/m3 di concentrazione.

Ma ci sono livelli sicuri di Radon?
«Trattandosi di un cancerogeno non ci sono livelli “sicuri” e quindi i livelli di radon vanno ridotti ma è purtroppo impossibile azzerarli» spiega Francesco Bochicchio, direttore del Reparto radiazioni ed effetti sulla salute dell’Iss e coordinatore del Piano Nazionale Radon, un piano coordinato di azioni finalizzate a ridurre il rischio radon nel nostro Paese, predisposto nel 2002 su iniziativa del Ministero della Salute, un pool multidisciplinare di esperti di diverse istituzioni, tra cui Regioni, INAIL, ISPRA, Istituto superiore di Sanità. L’Oms però, nel rapporto WHO Handbook on Indoor Radon: A Public Health Perspective invita i Paesi a considerare come riferimento, cioè come valore da non superare, 100 Bq/m3 o comunque non più di 300 Bq/m3(http://apps.who.int/iris/bitstream/10665/44149/1/9789241547673_eng.pdf sintesi in www.epicentro.iss.it/problemi/radon/oms2009.asp).

Veniamo alla normativa in Italia
«Non abbiamo attualmente in Italia una normativa sulla protezione da radon per le abitazioni. Ce l’abbiamo per i luoghi di lavoro: il Decreto Legislativo n. 241/2000, col quale è stata recepita la Direttiva 96/29/Euratom sulla radioprotezione. Dal febbraio 2014 abbiamouna nuova direttiva europea, la 2013/59/Euratom, che dobbiamo recepire entro il 2018. Si tratta di un documento complesso, che sostituisce ben 5 direttive precedenti, e che per quanto riguarda il radon si occupa per la prima volta anche alle abitazioni», riprende Bochicchio. «La nuova direttiva – dice – prevede che i Paesi membri stabiliscano un “livello di riferimento” non superiore a 300 Bq/m3, sia nei luoghi di lavoro che nelle abitazioni: sopra questo livello bisogna ridurre la concentrazione di radon. Nei luoghi di lavoro la nuova direttiva obbliga alla misurazione del radon nei piani interrati, seminterrati e nei piani terra delle zone, identificate dai paesi membri dove sono attese concentrazioni di radon superiori al livello di riferimento. Per le abitazioni non vi sono obblighi specifici ma si lascia ai Paesi decidere le azioni da inserire in un Piano nazionale radon, che la direttiva rende obbligatorio. Per tutte le nuove costruzioni sono invece richieste modalità di edificazione che minimizzino l’ingresso di radon».  

Questo è il futuro, dunque. E il presente?«La normativa attuale, secondo la quale il valore da non superare è di 500 Bq/m3, è stata applicata parzialmente: prevede che la concentrazione di radon sia misurata in tutti i luoghi di lavoro sotterranei, e, nelle zone più soggette all’inquinamento da radon, anche in tutti gli altri. È andata però che le regioni, in assenza dei criteri che una commissione (mai convocata) avrebbe dovuto dare, non hanno definito le zone a rischio. Per quanto riguarda le abitazioni, in diverse indagini campionarie sono state monitorate 40 mila abitazioni in tutta Italia. A queste vanno aggiunte le misurazioni su richiesta dai singoli cittadini. Dalle indagini stimiamo che siano 350 mila abitazioni che superano i 300 Bq/m3, e 900 mila i 200. Il lavoro per trovare e risanare è chiaramente solo all’inizio – dice l’esperto: sono stati eseguiti oltre 400 interventi, prevalentemente in scuole e abitazioni. Molto di più andrà fatto».

Anche nell’informazione? La sensazione è che tutti in Italia sappiano più o meno cos’è il monossido di carbonio, ma pochi cosa è, e di cosa può essere responsabile il radon… «Date le limitate risorse, anche di personale, ci siamo concentrati sul web – conclude l’esperto – rendendo coerenti le informazioni presenti sui siti istituzionali, in modo che chi vuole conoscere e approfondire il problema abbia la possibilità di farlo in modo corretto. Ma con il recepimento della nuova direttiva si dovrà necessariamente riuscire ad informare di più la popolazione e le imprese, evitando però di caricare solo su di loro la gestione del rischio radon».

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