Il treno del clima si è fermato?

Dopo l’Accordo adottato alla CoP21 di Parigi – con tutto il suo clamore mediatico – poco si è parlato della successiva CoP22, e di quella di novembre di Bonn che pare ancora avvolta in un imperscrutabile tecnicismo. In realtà si muove molto più di quanto sembri. In sostanza, si sta raggiungendo una comprensione realistica delle responsabilità che ogni segmento sociale e settore produttivo può assumere nella lotta e nell’adattamento al riscaldamento globale.
Micron
Micron
Diplomatico italiano

Lo scorso mese di novembre si è tenuta a Bonn la COP 23. Leggendo i molti resoconti disponibili, la prima impressione che potrebbe avere un non specialista è che il treno si è fermato per manutenzione: dopo l’Accordo adottato alla COP 21 di Parigi – con tutto il suo clamore mediatico – poco si è parlato della successiva COP 22 di Marrakech, e quella appena conclusa pare avvolta in un imperscrutabile tecnicismo. L’impressione di spinta persa per strada si acuirebbe leggendo i lavori alla luce dei dati diffusi durante la COP stessa dall’Organizzazione Meteorologica Mondiale, secondo cui nel corso del 2016 la presenza di CO2 nell’aria ha raggiunto quota 403,3 parti per milione (ppm) di concentrazione, contro le 400 ppm registrate nel 2015. Si tratta di un aumento, nel giro di soli dodici mesi, particolarmente forte e dunque preoccupante, visto che nello scorso decennio l’aumento medio è stato di 2,1 ppm ogni anno.
Qualcosa si muove? Eppur si muove, e molto più di quanto sembri, soprattutto perché si sta raggiungendo una comprensione realistica delle responsabilità che ogni segmento sociale e settore produttivo può assumere nella lotta e nell’adattamento al riscaldamento globale, e questa idea di ripartizione dei ruoli possibili per ciascun attore del mondo reale è molto più costruttiva di una suddivisione di “pesi” fra Stati.
Facciamo un passo indietro: a Parigi non si è raggiunto l’accordo quantitativo che avrebbero auspicato alcuni: un accordo per decidere come ripartirsi fra paesi il “sacrificio” di sottrarre 18 gigatonnellate equivalenti di carbonio dalle emissioni proiettate, irraggiungibile proprio perché la ripartizione di “quote di sacrifici” scatena inestricabili autodifese. Invece, a Parigi si è in sostanza deciso che ciascuno avrebbe fatto del suo meglio alla luce delle proprie condizioni, forze e debolezze: e lo sforzo di ciascuno determinato secondo questi criteri sarebbe confluito nei cosiddetti Contributi Nazionali Volontari – Nationally Determined Contributions, o NDCs.
Può essere parso ad alcuni una gran perdita di obbligatorietà e sostanza nello sforzo corale, ma la considerazione di un “meglio possibile” nel contesto delle sfaccettate realtà interne a ciascuno Stato o regione del globo ha aperto la porta al concorso di nuovi soggetti e settori che possono contribuire molto – accanto al comparto energetico tradizionalmente considerato fino a Parigi – entro un più solido legame fra l’urgenza di ridurre le emissioni di CO2e le vicende umane reali che ne derivano, compresa l’opportunità di sviluppo più giusto e moderno che ciò offre: una logica molto distante dalla ripartizione dei “sacrifici”.
Certo, il linguaggio dei testi negoziati è ancora quello degli “impegni”, sia pur volontari, degli Stati.
Ma questi Stati, confrontandosi con situazioni e ripercussioni nei loro popoli e territori, sono stati spinti a integrare il dato umano: non si tratta più solo di ridurre l’uso dei combustibili fossili, ma di come fare in modo che le comunità e i territori reali – famiglie, villaggi, isole, città, mari, fattorie, ecc. – possano concorrere a un’economia decarbonizzata e trarne un’opportunità di giustizia e modernizzazione.
Questa promettente complessità aveva fatto irruzione nel negoziato – fino ad allora quasi solo focalizzato sul settore energetico – già alla scorsa COP di Marrakech, ove il fil rouge che legava ogni evento era il collegamento fra il clima e gli obbiettivi di sviluppo più urgente: quelli dell’Agenda per lo Sviluppo Sostenibile 2030.
Così a Marrakech, accanto al negoziato tecnico di attuazione, i lavori si erano organizzati in “giornate d’azione” dedicate ciascuna a un fattore o a un soggetto dello sviluppo: non più il clima come variabile sregolata a sé stante, bensì clima e cibo, clima e acqua, clima e uguaglianza di genere, e via dicendo.
Ciò ha iniettato un impercettibile ma potente mutamento di mentalità del negoziato. Ancora nascosta dall’inerzia di un linguaggio che per vent’anni si è riferito a Stati e comparti industriali, questa nuova prospettiva è esplosa a Bonn: accanto a una “coalizione” per superare il carbone come fonte energetica – pur sempre necessaria e a cui l’Italia ha aderito – si è imposto così all’attenzione, fra gli altri, il ruolo dell’agricoltura, dei popoli indigeni, o quello delle donne.
Vari governi hanno intrapreso impegni unilaterali di finanziamento: nuovi 50 milioni dalla Germania, cui si sommano 7 milioni italiani, per un Fondo per l’Adattamento.
La Francia si è impegnata a sostituire integralmente il mancato contributo economico all’IPCC da parte dell’amministrazione Trump e la decisione di organizzare un vertice mondiale dedicato alla finanza sul clima, a Parigi, il 12 dicembre 2017. L’Italia, inoltre, ha avviato nuove azioni per finanziare il capacity-building dei Paesi più poveri. Accanto a questi, il finanziamento per sostenere definizione e conseguimento degli NDCs dei Paesi in via di sviluppo, ritrae un’atmosfera di slancio in crescita e più solidale.
I “soldi” – che alcuni vedrebbero come l’unico e vero terreno di concretezza della mobilitazione – quindi ci sono stati.
Ma la finanza racconta solo una parte della storia e, in questo caso, quella meno significativa.
Dice di più l’approvazione del Gender Action Plan, un programma permanente che mira a valorizzare il ruolo delle donne nelle azioni di mitigazione ed adattamento.
Racconta un nuovo approccio più il varo della Piattaforma sull’azione climatica dei popoli indigeni e delle comunità locali: «un tema importante per i paesi dove vi sono popoli indigeni in senso stretto, che – scrive Stefano Caserini nel suo blog Climalteranti – vivono (o vivevano) normalmente con uno stile di vita a bassissime emissioni (sia nei consumi che nella produzione, ad esempio praticando caccia e pesca con metodi tradizionali), colpiti però per primi dagli impatti del cambiamento climatico sulle foreste, gli ecosistemi marini, ecc. Ma si tratta di un risultato rilevante anche per l’Italia, dove le comunità locali possono trasmettere e rinnovare modalità produttive più sostenibili (agricoltura biologica, bio-edilizia, ecc.)».
Ed essenziale, quasi una svolta di identità nel negoziato, è stata l’attenzione data all’agricoltura. E non è stata solo retorica: aumentare gli investimenti nell’azione climatica in agricoltura, come settore chiave per realizzare gli obiettivi dell’accordo di Parigi, è stato ad esempio il messaggio principale emerso dalla Giornata per l’azione climatica, e un messaggio concreto che si innesta su evoluzioni reali espressi dalle realtà che devono avere voce quando ciascun Paese è chiamato a fare del proprio meglio secondo le proprie forze e debolezze: gli impatti del cambiamento climatico stanno limitando la disponibilità di risorse naturali, riducendo la possibilità di rispondere alla domanda di cibo da parte di un numero crescente di persone nel mondo.
I Piani Nazionali definiti dai singoli Paesi per raggiungere gli obiettivi di Parigi enfatizzano ormai l’importanza dell’agricoltura per sostenere azioni di mitigazione del cambiamento climatico e resilienza al suo impatto. Il settore agricolo è stato menzionato come prioritario per le politiche di mitigazione da 126 Paesi e per le politiche di adattamento da 104 paesi.
Ben 32 paesi, nei loro Piani, fanno specifico riferimento alla Climate Smart Agricolture, un approccio che mette in connessione l’aumento sostenibile della produttività e, dove possibile, le misure di adattamento e mitigazione. Questa è la promettente complessità che si annida nel dialogo lanciato dalla Presidenza delle Fiji per dare sempre più sostanza agli impegni volontari e che – guardando oltre i normali contrasti negoziali – è il percorso in cui ciascuno trova spazio per dare quel meglio che può.

PARIGI DEVE ESSERE UN PUNTO DI PARTENZA…
La COP21 passerà alla storia mediatica come il momento della svolta. Peccato che i media non si siano accorti della svolta successiva avvenuta fra Marrakech e Bonn, ove il clima è stato ridefinito come una problematica di sviluppo equo e sostenibile, come una questione umana e di equilibrio dell’ecosistema prima che produttiva.
Occorre comprendere meglio questa evoluzione nelle sue straordinarie potenzialità.
A causa dell’impatto umano, l’ecosistema potrebbe giungere a un punto di svolta e rapidamente collassare. Le specie si estinguono a un ritmo preoccupante – oltre cento volte più rapido rispetto ai periodi normali. I cambiamenti climatici stanno accelerando; si degradano e muoiono 12 milioni di ettari di terre ogni anno; negli ultimi cento anni è stato perso l’80% della biomassa ittica, e la tendenza è in accelerazione, poiché il 60% è venuto meno negli ultimi quarant’anni.
Questi sono solo alcuni dei fronti su cui si manifesta il degrado dell’ambiente, e non sono fronti separati. La preoccupazione maggiore è che queste dinamiche si alimentano a vicenda – la perdita di biodiversità, ad esempio, aggrava i cambiamenti climatici e questi, a loro volta, favoriscono la perdita di biodiversità. Anche all’interno di ciascuno di questi fenomeni, presi uno per uno, rischiamo di oltrepassare una soglia cruciale, oltre la quale il degrado si autoalimenta a ritmi sempre più accelerati. Lo dicono numeri, tra l’altro, per il riscaldamento globale. Ognuno dei 14 mesi trascorsi, senza eccezioni, ha battuto i record di temperatura media da quando questa viene registrata; con questo trend, diventa difficile evitare di oltrepassare la soglia “di sicurezza” dei 2 gradi centigradi di riscaldamento medio massimo, indicata dagli scienziati: e si tratta di una questione cruciale, poiché al di là andrebbero fuori controllo dei cicli cumulativi, insiti al sistema biofisico terrestre, che porteranno in tempi molto brevi a un riscaldamento planetario drammatico, oltre i 4 gradi. Ad esempio, oltre i 2 gradi prenderebbe velocità il ciclo dello scioglimento del permafrost: più del 10% delle terre emerse perennemente ghiacciate dai tempi dell’ultima glaciazione. Sciogliendosi per il riscaldamento globale, il permafrost libera metano, un gas che ha un potenziale di intrappolare calore molte volte superiore rispetto all’anidride carbonica.
Questo ciclo cumulativo – più si scalda l’aria, più si scioglie il permafrost, più si libera metano, più si riscalda l’aria e via dicendo – potrebbe da solo far aumentare la temperatura fino a 3,5 gradi come media globale entro pochi decenni: uno scenario che sconvolgerebbe l’ecosistema e destabilizzerebbe le società.
Appunto, la società: il collasso dell’ambiente è anche un problema per l’umanità.
Ci sentiamo a volte separati dalla natura, ma tutte le nostre società si sono organizzate contando sulla prevedibilità dei suoi cicli e dei servizi che essa ci offre. Se questi vengono meno, dovremo adattarci – cioè riorganizzare le società e la produzione, e in diversi casi migrare verso terre sicure – cosa che sta già succedendo: parte del dramma dei migranti cui assistiamo è dovuto ai cambiamenti climatici. Ma è difficile che questo adattamento si raggiunga senza lotte e sofferenze: sono già 78 i conflitti che hanno fra le cause i cambiamenti climatici; e questi tendono a concentrarsi nelle regioni più povere e nelle aree di provenienza dei recenti e drammatici movimenti migratori. I loro popoli dipendono più direttamente dalla salute della natura e dalla vitalità dei suoi servizi, sulla cui abbondanza e prevedibilità si sono strutturate tutte le società e le economie: la fertilità della terra, e quindi anche la produttività agricola, anzitutto; ma pure servizi di purificazione svolti dalle zone umide, di varietà biologica, di stabilità dei climi locali, di equilibrio bio-sanitario, fino a servizi di identità culturale legati ai territori. Il riscaldamento avanza – ed erode i servizi ecosistemici – nei Paesi in via di sviluppo più che altrove e, nelle regioni povere, un mancato raccolto o una foresta che avvizzisce, non sono solo una sfida economica ma un drammatico problema di diritti umani, laddove fanno la differenza fra tenere o meno una bambina sui banchi di scuola. Il degrado della natura mina così alla base la coesione e la stabilità delle comunità rurali meno solide e ciò si riverbera sulle aree urbane: crea insicurezza, conflittualità e spinte ai movimenti forzati di popolazioni.
Assistiamo cioè a un minaccioso ciclo cumulativo fra degrado dell’ambiente, ingiustizia, e peggioramento delle condizioni umane. Ma la buona notizia è che questo ciclo può essere invertito, che l’interdipendenza fra umanità e ambiente può essere messa in moto per risolvere il problema in tempi rapidi – di tempo ne abbiamo poco per evitare un collasso generale – e che ciò non comporta sacrifici e rinunce. Al contrario, quello che la natura ci chiede per salvarsi è che tutti facciamo quello che veramente ci fa stare bene.
Questa nuova idea supera il timore che avevamo di un insanabile conflitto fra natura e sviluppo: visto che la produttività dell’ecosistema non è infinita – si pensava – ciò avrebbe imposto un freno al progresso. Scopriamo invece una risonanza positiva fra salute dell’ambiente e benessere umano, che Papa Francesco – nella sua Enciclica Laudato Si’ – ha spiegato parlando di “ecologia integrale”. Ma c’è una condizione: questa risonanza positiva non funziona se scegliamo come benessere e qualità della vita solo la ricchezza materiale. Farne un idolo assoluto effettivamente ci porta a dire che i limiti della natura pongono dei limiti alla crescita economica. Se invece scegliamo come idea di benessere l’insieme dei bisogni umani – non solo cose, ma anche pace, città sicure, salute, tempo per la famiglia – scopriamo che proteggendo la natura lei diventa un propulsore del progresso e non un freno e che, viceversa, un progresso che tutela l’essere umano nella totalità dei suoi bisogni diventa un alleato della natura invece di un suo nemico.
L’idea di un ciclo costruttivo e risuonante fra vero benessere umano e del pianeta comincia ad essere applicata dalla politica: ed ha fatto una silenziosa ma decisiva irruzione nel negoziato climatico dopo Parigi.

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