Il viaggio delle microplastiche nel Golfo di Napoli

Sebbene la presenza di microplastiche nei mari sia già ampiamente documentata, le conseguenze sugli ecosistemi marini e sulla catena alimentare sono ancora in gran parte sconosciute. Per colmare questo vuoto sono al lavoro gli scienziati della Stazione Zoologica ‘Anton Dohrn’ di Napoli, con uno studio che, per i metodi impiegati, rappresenta un unicum rispetto a ricerche analoghe.
Romualdo Gianoli, 12 Agosto 2019
Micron
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Giornalista Scientifico

Qualche tempo fa, sulle pagine di micron, ci siamo occupati di uno studio condotto da un gruppo di ricercatori dell’Istituto per i Polimeri Compositi e Biomateriali del CNR di Pozzuoli (NA) che ha svelato quale sarebbe la principale fonte di inquinamento da microplastiche primarie dei mari. La conclusione cui è giunta la ricerca, pubblicata su Nature Scientific Reports, è che all’origine del problema ci sarebbero le microfibre sintetiche di cui sono fatti molti dei capi d’abbigliamento comunemente usati, che vengono rilasciate durante i lavaggi domestici. Sebbene la presenza di microplastiche nei mari di tutto il mondo sia già ampiamente documentata, le conseguenze sugli ecosistemi marini e sulla catena alimentare, sono ancora in gran parte sconosciute e gli studi finora condotti insufficienti per trarre conclusioni certe.
Proprio per tentare di colmare questo vuoto sono al lavoro gli scienziati della Stazione Zoologica ‘Anton Dohrn’ di Napoli, soggetto capofila di un team internazionale coordinato dal biologo marino francese Christophe Brunet, impegnato in una ricerca sugli effetti delle microplastiche sull’habitat marino del Golfo di Napoli.
Il progetto (che ha coinvolto l’Istituto di ricerche marine e l’Istituto di oceanografia di Vigo in Spagna, le università Federico II di Napoli, Politecnica delle Marche di Ancona, di Trieste, Genova e i centri di ricerca del CNR di Capo Granitola in Sicilia e Pisa) è durato tre anni e i risultati preliminari sono stati recentemente presentati da Brunet in un seminario per ricercatori presso la Stazione ‘Dohrn’; i risultati definitivi saranno resi noti solo dopo l’estate.
Per le modalità con cui è stato condotto, che hanno permesso di ottenere risultati estremamente affidabili che non si sarebbero potuti ricavare in nessun altro modo, lo studio condotto a Napoli rappresenta un unicum rispetto a ricerche analoghe. Sono stati usati due gruppi di 3 reti cilindriche, ciascuna lunga circa 15 metri, collocate nelle acque del Golfo di Napoli, di fronte alla costa. In pratica, gli scienziati hanno potuto studiare quello che accadeva nelle 6 colonne d’acqua di 15 metri di profondità, contenenti la stessa fauna e flora del resto del Golfo.
Tali sistemi artificiali inseriti in contesti e condizioni naturali sono chiamati dagli scienziati ‘mesocosmi’. Il loro vantaggio è che si pongono a metà strada tra la totale controllabilità delle condizioni di laboratorio (tuttavia troppo approssimative o restrittive rispetto alla realtà) e la piena complessità del mondo reale, impossibile da riprodurre in laboratorio.
In questo modo, invece, è stato possibile confrontare nel tempo la ‘risposta’ dei due gruppi di mesocosmi, che sono stati trattati in modo diverso perché a uno sono state fornite soltanto le normali sostanze nutrienti, mentre nell’altro sono stati introdotti nutrienti con l’aggiunta di microplastiche. In pratica, in questo secondo gruppo, sono state aggiunte piccole quantità dei polimeri più comunemente usati come, tra gli altri, il PET e il PVC.
Come spiega Brunet, gli studi finora condotti non sono sufficientemente indicativi perché non hanno tenuto conto degli effetti lungo tutta la colonna d’acqua (in quanto di norma i prelievi sono fatti in superficie) e non hanno neppure preso in considerazione frammenti di plastica di dimensioni inferiori a 0,3 millimetri.
Entrambi questi elementi, invece, sono stati considerati nello studio napoletano.
Inoltre, per valutare gli effetti delle microplastiche sull’ecosistema marino, nel confronto tra i due habitat dell’esperimento di Napoli, sono stati presi in esame molti fattori diversi come le proprietà idrologiche dell’acqua, l’effetto sui metalli disciolti, la concentrazione degli azotati, gli effetti su virus, batteri, microalghe, zooplancton e fitoplancton, cioè sull’insieme di quei piccoli organismi acquatici (animali e vegetali) che vivono sospesi in acqua, trasportati dalle correnti. I dati ottenuti campionando l’acqua nei mesocosmi, a più riprese e a tre diverse profondità, mostrano che le microplastiche non si limitano a rimanere in superficie, ma una parte scende e già dopo un giorno è possibile ritrovarla tra i 5 e i 10 metri di profondità.
Dopo sei giorni, invece, una quantità di frammenti compresa tra il 50% e 90% raggiunge i 10 metri.
Questi risultati, per quanto preliminari, indicano tuttavia con sufficiente certezza la presenza di effetti diretti e indiretti delle microplastiche su tutto l’ecosistema marino, effetti che si manifestano sia a livello microscopico, sia macroscopico. Ad esempio, le microalghe tendono ad attaccarsi e a crescere sulle microplastiche, modificandone dimensione, densità e distribuzione spaziale nell’acqua. Così facendo, esse diventano più appetibili per i crostacei e i pesci che se ne nutrono, finendo per entrare nella catena alimentare. L’evidenza sottolineata da Brunet è che le microplastiche determinano l’alterazione dell’intero ciclo naturale delle piccole molecole presenti in acqua.
È quello che Brunet definisce ‘effetto cascata del Niagara’, a indicare la propagazione di conseguenze che coinvolgono tutti gli elementi dell’ecosistema, a partire dalle piccole molecole, fino ad arrivare agli organismi e ai sistemi più complessi.
L’altro risultato di rilievo è che gli effetti delle microplastiche sono tanto più grandi quanto più i protagonisti coinvolti sono piccoli, come nel caso del microplancton.
Tuttavia, come ricorda Brunet, le correlazioni tra i vari fenomeni sono così complesse e la quantità di dati ancora da interpretare è talmente elevata che, per avere risultati certi, sarà necessario attendere ulteriori analisi che impegneranno almeno per tutta l’estate scienziati di altre discipline come ecologi, statistici ed esperti di modelli.
Insomma, per avere il quadro completo della situazione, non ci resta che aspettare. Intanto, però, abbiamo già sufficienti elementi di preoccupazione da pensare seriamente che sia arrivato il momento di cambiare stile di vita, evitando di introdurre così tante microplastiche nell’ambiente come abbiamo fatto finora. Sperando che non sia già troppo tardi.

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