Importare deforestazione

Perché l’aumento dei boschi italiani può non essere una buona notizia? In che senso l’Italia “importa deforestazione”? Quanto è esteso il fenomeno del taglio illegale di alberi e come possiamo combatterlo? Ne abbiamo discusso con Antonio Brunori, Segretario Generale di PEFC Italia.
Stefano Porciello, 02 Agosto 2019
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Relazioni internazionali e Studi europei

«L’Italia ha una responsabilità – messa tra virgolette – nel fatto che noi importiamo tanta deforestazione». È quanto afferma Antonio Brunori, Segretario Generale di PEFC Italia, che incontriamo al Campus “L’ambiente vive di legalità”, il 17 luglio all’isola Polvese. «La spiego in questi termini», dice: «Non è per colpevolizzare la nostra industria, perché la nostra industria fa le cose per bene. Il problema è a monte, in queste aree dove c’è tanto taglio illegale e dove le carte vengono, diciamo, aggiustate. Quindi chi fa importazione lo fa inconsapevolmente».
I boschi italiani sono cresciuti a un ritmo sostenuto: la superficie boschiva del paese è raddoppiata negli ultimi 100 anni, copre ormai più di un terzo del territorio nazionale e nel 2018, per la prima volta dal Medioevo, possediamo più bosco che terreno agricolo.
«È evidente dai numeri che in Italia si taglia molto poco», spiega Brunori, secondo cui il fenomeno – che a prima vista sembra essere un’ottima notizia per l’ambiente e per la lotta contro il cambiamento climatico – vada in realtà studiato in relazione allo stato dell’industria del legno e all’uso che facciamo di questa risorsa. «L’Italia è il primo importatore al mondo di legna da ardere, è il secondo importatore [europeo] di legno tropicale», sintetizza: «Quindi stiamo parlando di una nazione che taglia poco o pochissimo, ma utilizza molto legno».
Ed ecco spiegata “l’accusa” da cui siamo partiti: da qualche parte questo legno arriva, e in buona parte potrebbe essere stato strappato alle foreste del pianeta in maniera criminale.

COMBATTERE CONTRO IL TAGLIO ILLEGALE
Solo una decina di anni fa, a livello europeo si stimava che almeno il 19-20% di tutto il legname importato nel continente fosse di origine illegale, mentre il recente ‘Rapporto sullo stato delle foreste e del settore forestale in Italia’ afferma che nel nostro paese questo dato potrebbe oscillare tra il 10 e il 20% del totale (derivati del legno inclusi). «Ma noi sappiamo che alcune zone come in Amazzonia, bacino del Congo, Est Europa, Asia, i livelli di illegalità raggiungono il 60, 70, l’80% del taglio» aggiunge Brunori.
Così, il taglio illegale di legname ci colpisce negativamente in due modi diversi: non solo gioca un ruolo di primo piano nel distruggere l’ambiente contribuendo ad alimentare fenomeni come la deforestazione e il cambiamento climatico, ma genera anche un’economia malata: mettere in vendita legname sotto costo “droga il mercato”, colpendo «chi l’economia la fa per bene, cioè tagliando con piani di gestione, pagando le tasse, con operai che hanno i dispositivi di sicurezza», spiega Brunori.
Ma combattere contro il taglio illegale di alberi è possibile: «Uno strumento per ridurre questo problema della deforestazione nei paesi tropicali e per aumentare l’uso corretto dei nostri boschi è la certificazione forestale», afferma Brunori, che da Segretario Generale dell’Associazione PEFC in Italia è tra i responsabili della certificazione di circa il 9% dei territori boschivi del paese.
E dà una stima di quanto valga, in termini economici, la certificazione forestale: «Nel 2017 c’è stato un problema enorme di incendi», racconta: «Nelle aree certificate solo un decimo [dei boschi], rispetto ai non certificati, sono bruciati. […] Se poi addirittura contiamo che la prevenzione costa un ottavo della lotta agli incendi abbiamo fatto bingo, perché abbiamo una valorizzazione della nostra risorsa e non buttiamo via soldi per la lotta agli incendi».

POCO E MEGLIO, LOCALE, A BASSO IMPATTO AMBIENTALE
La lotta all’illegalità, sostiene Antonio Brunori, avviene sotto due aspetti: «Uno normativo: ecco che quindi il regolamento legname il 995 del 2010 che impone a tutte le aziende del legno di [accertare] la legalità dell’origine del legname – è fondamentale. Ma il secondo aspetto è la cultura», dice. Perché la chiave per “capovolgere il paradigma” è custodita nella consapevolezza del consumatore: bisogna comprare da aziende di cui ci si fida, dice, acquistare prodotti locali di cui si conosce l’origine, leggere l’etichetta e assicurarsi che il legname, o la carta, siano certificati. E secondo Brunori bisogna avere perlomeno la consapevolezza che comprare a un prezzo troppo basso può significare una sola cosa: che quella differenza di prezzo è stata comunque pagata da qualcuno o in termini di sfruttamento di una popolazione locale e dell’ambiente, o di diminuzione della biodiversità nei luoghi d’origine.

ITALIA: AUMENTA LA SENSIBILITÀ MENTRE IL BOSCO AVANZA
«Il Sistema Italia da alcuni anni è più sensibile al tema degli acquisti verdi, e quindi all’uso del legno e della carta certificata dentro le politiche responsabili. Fatto sta che siamo il primo paese in Europa che ha fatto una legge con i criteri ambientali minimi dentro le politiche di acquisto», spiega Brunori, riferendosi alla legge 221 del 2015. «Negli altri paesi europei, però c’è maggiore attenzione al controllo, mentre da noi abbiamo fatto la legge e c’è poco controllo. Quindi dobbiamo ancora maturare: le prospettive sono positive, ma dobbiamo incrementare […] il monitoraggio sugli acquisti verdi degli enti pubblici», sostiene.
Nel frattempo, però, anche un altro dato ci distanzia dal resto d’Europa: l’Italia abbatte tra il 18 e il 37% degli alberi che crescono contro una media europea superiore al 60% (dati 2018), mentre il bosco avanza ai danni delle aree agricole abbandonate (che si riducono, d’altro canto, anche per la crescita delle città). Per questo, ci dice Antonio Brunori, «L’Italia che non taglia, da un certo punto di vista, è [una notizia] negativa».
Perché se da una parte l’avanzare dei boschi migliora la capacità di assorbimento dell’anidride carbonica, dall’altro non si tratta di «un aumento dovuto a un razionale volere il bosco: è un abbandono», sostiene Brunori. «E di conseguenza da lì si generano le frane e gli incendi. Quindi è meglio tagliare consapevolmente con tagli di gestione forestale, sostenibili e certificati, che non tagliare abbandonando [il bosco]».

MA PIANTARE ALBERI NON PUÒ AIUTARCI A COMBATTERE IL CAMBIAMENTO CLIMATICO?
«Certo, piantare alberi è un aspetto molto positivo per il pianeta» ci spiega Brunori, che però sottolinea che «come tutti i problemi legati all’ambiente, anche il tema della riforestazione o afforestazione è un tema che va affrontato con competenza». Perché non tutti gli alberi sono adatti a risolvere i problemi del pianeta, e l’approccio dei diversi paesi del mondo non è sempre lo stesso. Talvolta «la foresta è vista come un nemico nei confronti del terreno agricolo», racconta, mentre «in altri piantare foreste è negativo semplicemente perché è fatto a discapito delle foreste primarie». Perché piantare alberi che crescono più velocemente (o che producono tanta cellulosa e tanto legno) distruggendo un ecosistema naturale, magari meno produttivo, rischia di abbattere irrimediabilmente la biodiversità in quei territori.
Quindi, sì, aumentare la superficie boschiva aiuta sicuramente a combattere il cambiamento climatico, ma si tratta di un’azione che va svolta con una prospettiva strategica, preservando gli ecosistemi naturali e basandosi sulle conoscenze scientifiche.
Nel frattempo, tra i nemici delle foreste, Brunori non esita a indicare il mondo «dell’agricoltura industriale, quella della canna da zucchero, della soia», dice. Ma tra i nemici non va dimenticato il fenomeno globale del cambiamento climatico, che provocando la diminuzione delle piogge, l’aumento della siccità e quello delle temperature, sta «riducendo la resilienza delle nostre foreste. […] E questo vuol dire che se continuiamo così, noi con il nostro stile di vita […] non c’è speranza per le generazioni future».
E quindi il responsabile della deforestazione chi è? Secondo Brunori, siamo anche noi: «Noi e forse la nostra generazione», dice. «E fa bene Greta Thunberg a lanciare l’allarme, fa bene il papa Bergoglio con la sua enciclica a dire: attenzione perché la casa comune è in fiamme. Ed è la nostra generazione che ha il potere di cambiare le cose».

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