In Florida per il One Health

Riparte con un’intervista ad Ilaria Capua, ex deputata e ricercatrice di fama internazionale espatriata negli Stati Uniti, il viaggio di Galapagos, la rubrica di micron sulle esperienze degli scienziati che studiano, vivono e lavorano nei laboratori intorno al mondo.
Stefano Porciello, 11 Aprile 2017
Micron
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Relazioni internazionali e Studi europei

«Non mi piace essere definita una scienziata in fuga» racconta Ilaria Capua dal suo studio a Gainesville, nel One Health Centre of Excellence for Research and Training dell’Università della Florida, centro che dirige da giugno 2016 dopo essersi dimessa dalla Camera dei Deputati. «Io sono innanzitutto un cervello maturo, che se vuoi è anche peggio, perché un cervello maturo deve restituire, il cervello maturo ha conoscenze, ha agganci, ha uno status, ha studenti o ex-studenti che stanno dappertutto. Quindi è una risorsa preziosa per un Paese».
Ilaria è stata tante cose. Ricercatrice, insegnante, scienziata pluripremiata, «Mente rivoluzionaria» secondo Seed e tra i 50 migliori scienziati al mondo per Scientific American, politica. Un’indagata, tra gli altri capi d’accusa, per traffico illecito di virus. E parlando con Ilaria si ha la sensazione che tutte queste identità siano legate da un’unica storia; non si può parlare della Capua scienziata senza ricordarsi della politica, né della ricercatrice negli Stati Uniti senza capire i processi in cui è stata coinvolta. Il libro che ha appena pubblicato, Trafficante di virus – una storia di scienza e di amara giustizia, mette in relazione proprio questi diversi intrecci, ripercorrendo la sua passione per la ricerca e le conseguenze della tempesta in cui si è trovata coinvolta.IMG_0612

UNA QUESTIONE DI CREDIBILITÀ
«Ho deciso di trasferirmi negli Stati Uniti a causa di questa vicenda giudiziaria che non si sapeva quando si sarebbe conclusa», dice. Il suo processo, del quale ha scoperto l’esistenza nel 2014, la sorprese quando era deputata per Scelta Civica. Capi d’accusa pesantissimi: traffico illecito di virus, associazione a delinquere finalizzata alla corruzione, abuso d’ufficio, solo per citarne alcuni. Così, mentre il processo che la vedeva imputata veniva spacchettato da Roma a tanti diversi tribunali e la reputazione della Capua andava in pezzi, l’Università della Florida le ha offerto la direzione del One Health Center prima che venisse prosciolta da tutte le accuse. «Cosa faccio? – si è chiesta – Faccio il crocifisso in attesa di giudizio per 10 anni? […] Sono venuta via perché in questa università e in questo Paese la mia credibilità era rimasta intoccata».
Devono essere pochi, nel mondo, i ricercatori che si sono trasferiti all’estero per una vicenda simile, ma il caso della Capua ci ricorda un aspetto fondamentale del mondo della scienza: che la credibilità, come dice lei, è tutto. Anche (e soprattutto) per uno scienziato. E si costruisce «lavorando in maniera seria, ponendosi molte domande, seguendo il metodo scientifico, e non imbrogliando mai sui risultati», spiega Ilaria. «Io dicevo sempre ai miei ragazzi: se un risultato non ti torna, un motivo c’è – tu non lo sai, ma un motivo c’è. E quindi puoi ripetere l’esperimento, ma quel risultato va riportato così com’è».

ONE HEALTH: UN NUOVO APPROCCIO
È così che Ilaria Capua è tornata nel mondo della scienza. «Sono la direttrice di un centro di eccellenza in One Health, che è un approccio alla medicina integrata di uomo, animale e ambiente» racconta, parlando del suo nuovo incarico. «Solo di recente abbiamo avuto Ebola, abbiamo avuto Zika: non è che ci voglia tanto a capire che se non guardi quello che succede dall’altra parte del mondo, magari negli animali selvatici, te lo ritrovi dentro casa».
Dall’interno dell’Emerging Pathogen Institute, Ilaria e la sua squadra cercano di coniugare le diverse ricerche dei dipartimenti dell’Università della Florida all’interno di progetti comuni, così da riuscire a mettere in relazione tutti gli aspetti che contribuiscono a garantire la sanità dell’uomo e dell’ambiente che ci circonda. Per la Capua «One Health dovrebbe essere un problema sull’agenda dei leader internazionali», dice, come Climate Change. «Ma non lo è», spiega Ilaria: «Non lo è perché è rimasta troppo confinata alle discipline biomediche». Per questo, insieme alla sua squadra, sta cerando di far sì che a questa «visione di salute integrata si aggancino anche altre dimensioni come la dimensione economica, la dimensione industriale, la dimensione delle migrazioni dei popoli [e degli animali selvatici], della sostenibilità». Ad esempio, spiega, «stiamo lavorando sull’applicazione di studi di popolazione e di migrazione delle popolazioni all’epidemiologia di certe infezioni virali».
Per un concetto, quello del One Health, che è praticamente sconosciuto, Ilaria sembra possedere l’entusiasmo giusto per cercare di dare una scossa al settore. «È tutto da inventare», dice. Gli americani devono averla scelta anche per questo suo modo di aggredire le cose, essendo diventata famosa per aver depositato la sequenza dell’influenza aviaria in GenBank, un database open source, e aver sfidato lo status quo con una campagna internazionale per la trasparenza dei dati in caso di emergenza epidemica. In più, grazie alla sua esperienza in Parlamento «non parlo solo il linguaggio degli scienziato o dei ricercatori», dice: «parlo e comprendo anche il linguaggio dei politici». Una qualità che secondo lei è fondamentale per coniugare due mondi, quello della politica e quello della scienza, che quando si parlano, spesso finiscono per capirsi poco. «Anche per colpa degli scienziati», sostiene la Capua, che «non sanno spiegare le cose».
Un caso su tutti, ad esempio, è quello dei bambini non vaccinati, un problema internazionale e non solo italiano. «Pure qua c’è la gente che non vaccina i figli», ricorda la Capua, «in Inghilterra hanno fatto un disastro con l’epidemia di morbillo che c’è stata qualche anno fa, perché le mamme non hanno vaccinato i figli». Si tratta di un problema particolarmente spinoso perché questa coscienza collettiva «non basata su fatti scientifici richiederebbe una quantità di energia e delle risorse immense», dice, per essere ribaltata. Soprattutto perché si tratta di una fede che non tiene conto dei dati scientifici: «I vaccini hanno salvato la nostra vita», ricorda Ilaria, che come virologa ha ben chiare anche le conseguenze economiche e sanitarie della mancata vaccinazione. Perché gli «antibiotici ovviamente hanno un costo, oltre a essere presi – a volte –  senza che ce ne sia bisogno e quindi vanno poi soltanto ad aumentare il fenomeno dell’antibiotico-resistenza».

I CERVELLI DEVONO GIRARE
«Non si può evitare di andare fuori. Non si può evitare», mi risponde Ilaria quando le chiedo quanto sia importante fare esperienza all’estero per uno scienziato. «È fondamentale! Io ho passato i primi quindici anni – diciamo dal 2000 finché non sono andata in Parlamento – a girare per il mondo, a creare contatti, a scrivere progetti, a lavorare con persone di altra cultura, […] a far conoscere gli studi miei e dei miei ragazzi. Se non lo avessi fatto, non sarei da nessuna parte», dice. Non a caso, secondo Ilaria, bisognerebbe dare la giusta interpretazione a quella che per lei è una “circolazione” dei cervelli, perché se restiamo sempre ancorati alla narrativa della “fuga” finiamo per dimenticarci un aspetto fondamentale: i visiting scientists, gli studenti di dottorato e i post-doc che vanno in un altro laboratorio e poi ritornano diventano «un anello di congiungimento fra le due istituzioni». È sulle persone che si costruiscono le collaborazioni, anche le più importanti. In più, all’estero «uno impara una tecnica, la riporta a casa, e gli altri la usano per applicarla ad altre malattie, ad altri virus, ad altri progetti», e tutto il laboratorio finisce per essere coinvolto nella crescita personale e professionale del ricercatore che è partito.

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