In Italia per studiare i brillamenti solari: tra viaggi, ricerca dei finanziamenti e Brexit

Alcuni ‘cervelli’, invece di volar via oltre i confini italiani, arrivano. Come nel caso di David, scozzese con una borsa post-doc a Firenze. Prosegue il viaggio della rubrica Galapagos alla scoperta delle storie dei giovani ricercatori che fanno esperienza al di fuori dei confini del proprio paese.
Stefano Porciello, 01 Giugno 2016
Micron
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Relazioni internazionali e Studi europei

La fuga dei cervelli è un fenomeno dei nostri tempi. Esiste, non si può negare, ma alcuni ‘cervelli’, invece di volar via oltre i confini italiani, arrivano. Uno di questi è David Graham, 29 anni, scozzese. “Fisico solare”, si presenta così. Cinque anni all’Università di Glasgow, in Scozia, e un Ph.D sulle radiazioni ultraviolette sprigionate dai brillamenti solari – facendo la spola tra Italia, USA e Regno Unito – lo hanno portato all’Osservatorio Astrofisico di Arcetri: una collina immersa nel verde a due passi da Firenze, nella stessa zona in cui sorge l’ultima dimora di Galileo.
Dave resterà in Italia fino a settembre, quando scadrà la sua borsa post-doc. Fino a quel momento continuerà a scaricare e studiare i dati che arrivano direttamente dal satellite IRIS, della NASA, osservando l’atmosfera solare durante i brillamenti. «Sono esplosioni enormi. Spiegandoli brevemente: viene rilasciata dell’energia e l’atmosfera solare può essere scaldata da 10.000 a, diciamo, 10 milioni di gradi nel giro di pochi minuti. La questione essenziale è come questo avvenga», dice.
Sentirlo parlare della sua ricerca è affascinante, anche per il forte impatto che i brillamenti hanno sulla Terra: le radiazioni sprigionate possono cambiare la ionizzazione della nostra atmosfera, interferire con i satelliti GPS o delle telecomunicazioni. E possono creare problemi anche a qualche essere umano: «Se ci sono astronauti nelle stazioni spaziali, devono prendere delle precauzioni, perché le radiazioni sono estremamente pericolose».
Dave è tra i ricercatori del progetto F-CHROMA, che vede coinvolti sette istituti di ricerca in altrettante città europee sparse tra Regno Unito, Repubblica Ceca, Polonia, Italia e Norvegia. L’obiettivo è osservare, analizzare e interpretare i dati sui brillamenti e crearne un archivio, anche grazie ai finanziamenti che l’Unione Europea ha elargito attraverso il 7th Framework Programme.
Il principio fondamentale è collaborare: forse poiché nessuna scoperta sarà facilmente sfruttabile economicamente, la competizione tra istituti è limitata. «Conosci o tendi a conoscere tutti, o la maggior parte delle persone, e sai su cosa stanno lavorando» mi spiega Dave, «così cerchi di non pestare i piedi a nessuno, provi a lavorare insieme». Non solo il gruppo di ricerca si riunisce annualmente e si incontra alle «moltissime conferenze che riuniscono persone da ogni dove», ma nel quotidiano «lavori con persone con cui hai necessità di stare in contatto il più regolarmente possibile. Se non sai qualcosa, vai da qualcuno che la sa: hai un esperto da qualche parte e sei sempre in relazione in un gruppo del genere».
Con il Regno Unito in cima alle classifiche delle mete dell’emigrazione italiana, trovare uno scienziato che fa questo viaggio nella direzione opposta sembra sorprendente. E la domanda più semplice è: perché proprio l’Italia? «Si tratta di una cultura molto diversa e affascinante per me. È un’avventura, suppongo. Parte dell’attrattiva nel fare scienza è che puoi viaggiare parecchio». Per Dave il “viaggio” sembra essere parte integrante dell’attività di ricerca. «È difficile evitarlo: sai, è un campo molto internazionale, e i fondi sono limitati. Quindi, se vuoi continuare la ricerca che stai facendo, quel progetto specifico, allora devi andare dove puoi trovare i soldi. Dove c’è un istituto disposto a ospitarti, un posto [libero], i finanziamenti. Ma è importante anche a formarti come ricercatore, devi lavorare con altre persone, devi condividere nuove idee».
A parte le battute sulla qualità del caffè, per Dave non c’è molta differenza tra lavorare in America, in Scozia o in Italia. Quel che cambia di più è la dimensione sociale dello scienziato, il suo rapporto con le persone e con il gruppo di colleghi, che a suo parere è di miglior qualità in Europa. E c’è un altro aspetto da non dimenticare: quello culturale, che fornisce gli stimoli, l’aspettativa necessaria a trovare la grinta di cui si nutre la scoperta. «C’è molta storia della ricerca qui, e a Firenze specialmente» mi ricorda Dave, che parafrasando significa: lavorare nelle stesse terre di Enrico Fermi o Galileo Galilei è una motivazione tutt’altro che banale per un astrofisico straniero.
Secondo Dave, le opportunità di mobilità che offre il mondo della ricerca hanno un impatto diretto sulla vita di chi viene coinvolto: «Diventi meno legato a una sola cultura: realizzi che puoi vivere in un altro posto, che puoi sopravvivere in Italia, negli Stati Uniti, ovunque!». È da questa prospettiva che Dave guarda alla Brexit, il referendum sull’uscita dall’Unione Europea che si terrà il prossimo 23 giugno e sta tenendo il (nostro) mondo col fiato sospeso. «Penso che sia un’idea orribile. Tanto per essere franchi», dice. Bisogna considerare il rischio di perdere le opportunità di finanziamento, la facilità di viaggiare e di interagire «con le persone e le diverse istituzioni senza problemi», e anche il patrimonio dei tantissimi ricercatori europei che lavorano nel Regno Unito. Il giudizio di Dave è categorico: «Penso che [la Brexit] farebbe male alla scienza nel Regno Unito, questo senz’altro».

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