Innalzamento dei mari: il pericolo viene dall’Antartide?

Altro che pochi centimetri: lo scioglimento dei ghiacci del Polo Sud alzerà le acque di un metro entro il 2100 e di 15 entro il 2500. Un nuovo modello matematico presentato su Nature dice che i calcoli precedenti sono tutti da rifare e che lo scenario futuro è più grave delle peggiori previsioni.
Micron
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Giornalista Scientifica

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Negli ultimi cinquant’anni non l’hanno persa di vista un attimo, analizzandola e monitorandola periodicamente, sia a distanza che sul posto. Eppure, la calotta glaciale antartica riesce oggi ancora a sorprendere i geologi e i climatologi che hanno tenuto gli occhi puntati sulle sue trasformazioni. Per gli scienziati che avevano preso per buone le conclusioni dell’Intergovernmental Panel on Climate Change del 2013, lo studio da poco pubblicato su Nature arriva quindi come una doccia fredda: i calcoli sono tutti da rifare e sono più negativi delle peggiori previsioni.
Nel “vecchio” scenario immaginato dall’Ipcc lo scioglimento del ghiaccio dell’Antartide sarebbe stato responsabile di un innalzamento contenuto del livello del mare, qualche centimetro al massimo. Ma adesso, grazie a sofisticati modelli matematici, gli autori di “Contribution of Antarctica to past and future sea-level rise”  tirano fuori proiezioni di tutt’altro tenore: l’Antartide sarà responsabile dell’innalzamento delle acque di più di un metro entro il 2100 e di più di 15 metri entro il 2500. Un contributo non da poco, che sommato a quello dovuto allo scioglimento di altre zone ghiacciate del pianeta, provocherà un aumento globale del livello degli oceani di circa due metri entro la fine del secolo. Con effetti che interessano tutto il pianeta e non solo l’emisfero australe.
Le nuove proiezioni quasi raddoppiano le stime precedenti che consideravano “minimo il contributo all’innalzamento dei mari dovuto all’Antartide”, ha commentato su Nature Rob DeConto, geologo dell’università del Massachusetts-Amherst e coautore dello studio firmato insieme a David Pollard, paleoclimatologo della Penn State University.
Il ghiaccio antartico, insomma, è molto meno stabile di quanto si immaginava. Va detto però che i segnali sospetti non erano mancati: il crollo nel 2002 di una parte consistente della gigantesca piattaforma glaciale Larsen B aveva già dato agli scienziati un assaggio di ciò che potrebbe accadere nei prossimi anni.
Una prova evidente che quello di cui tanto si parla da anni sta accadendo davvero.
Ora, DeConto e Pollard, sostengono con convinzione ancora maggiore che il destino di una delle più antiche barriere di ghiaccio del mondo, la Larsen B sopravvissuta per 10-12mila anni, sembra lo stesso di altre parti dell’Antartide, il continente più freddo e inospitale del pianeta: sciogliersi e scomparire. In un modo molto più drammatico di quello che si era ipotizzato. “Siamo di fronte a una rimappatura di come il pianeta appare dallo spazio”, dice Rob DeConto ha messo a punto il modello che simula la perdita di ghiaccio.
L’effetto è dovuto a due fenomeni: le correnti d’acqua riscaldata corrodono il ghiaccio dal basso mentre le temperature alte dell’atmosfera sciolgono gli strati più superficiali. Le due circostanze insieme danno origine alla tempesta perfetta: i laghi prodotti dal disgelo si infiltrano nei crepacci innescando una reazione a catena che spezza gli strati di ghiaccio e porta al crollo di intere aree, formando giganteschi iceberg.
Questa successione di eventi, con lo scioglimento della piattaforma, prima, e il crollo della scogliera di ghiaccio, poi, è impossibile da fermare una volta innescata ed è quasi irreversibile. “Quando gli oceani si riscaldano il ghiaccio perduto non si recupera finché le acque non si raffreddano nuovamente, un processo che potrebbe richiedere migliaia di anni. Si tratta veramente di un effetto a lungo termine”, dichiara De Conto.
L’attenzione degli scienziati è rivolta soprattutto al ghiacciaio Thwaites nel mare di Amudsen, la zona più remota dell’Antartide occidentale, considerata particolarmente vulnerabile. Forse perché ciò che succede laggiù può ripercuotersi in casa loro. E’ una questione di gravità: l’enorme massa dell’Antartide attira l’oceano verso di sé e quando questa massa si riduce le acque si spostano indietro verso la parte opposta del mondo.
“L’innalzamento del livello del mare non si farà sentire uniformemente sulla superficie di tutto il pianeta. Andrà molto male per New York, e Boston. Siamo al centro del mirino” avverte De Conto.
Il giornalista del New York Times che ha commentato queste previsioni avverte che la minaccia che corre la Grande Mela è concreta: “New York ha appena quattrocento anni, nel peggiore degli scenari ipotizzati dalla ricerca le sue possibilità di viverne altri quattrocento nella sua forma attuale sembrerebbero assai remote”.
La buona notizia è, però, che siamo ancora in tempo per evitare il peggio. Se le emissioni di gas serra saranno ridotte tanto da mantenere l’aumento medio della temperatura globale entro i 2° C, i danni saranno contenuti. E città come New York e Boston, ma anche Miami, Venezia, Londra e Shangai potranno tirare un sospiro di sollievo.
I due ricercatori, De Conto e Pollard, hanno testato l’affidabilità delle loro previsioni su due epoche geologiche del passato, quando i ghiacci si scioglievano a ritmi ancora più intensi di quelli attuali. Si tratta delle ere del Pliocene, un periodo caldo risalente a circa tre milioni di anni fa caratterizzato da concentrazioni di anidride carbonica simili alle nostre e dell’Eemiano, l’era interglaciale tra 13.000 e 150.000 anni fa, nella quale i livelli del mare erano per esempio circa 6-9 metri più alti rispetto a oggi e le temperature non erano molto al di sopra di quelle registrate ai nostri tempi.
Ebbene, quando venivano applicati a ritroso, i calcoli tornavano tutti e così gli scienziati si sono convinti di aver individuato un modello affidabile anche per prevedere il futuro.
Con le dovute precauzioni. “Non stiamo dicendo che tutto ciò sta effettivamente per accadere – ha dichiarato a Nature David Pollard – Ma stiamo avvisando che c’è un pericolo concreto e che questo merita molta più attenzione”.
Ma De Conto e Pollard ci tengono a sottolineare che il destino da loro ipotizzato non è ineluttabile. Il peggiore degli scenari, con una perdita di più di un metro di ghiaccio antartico, avverrebbe solo nel caso in cui l’anidride carbonica venisse rilasciata a più non posso nell’atmosfera insieme ad altri gas serra. Siamo ancora in tempo per fare in modo che questo non accada.

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