Interferenti endocrini: vale la pena informarsi

Tra le sostanze nemiche della nostra salute, gli interferenti endocrini o EDC rappresentano una delle categorie più subdole. Maestre dell’arte dell’inganno, eludono il controllo di legislatori e scienziati, celandosi in molti oggetti di uso quotidiano. Come vengono controllati e come possiamo difenderci?
Simona Re, 23 Marzo 2016
Micron
Micron
Giornalista scientifica

Tag

Tra le sostanze nemiche della nostra salute, gli interferenti endocrini o EDC (Endocrine Disrupting Chemicals) rappresentano una delle categorie più subdole. Maestre dell’arte dell’inganno, eludono il controllo di legislatori e scienziati, celandosi in molti oggetti di uso quotidiano. La loro scaltrezza è qualcosa di innato. Infatti, la principale azione consiste nel mimare l’effetto di molecole naturalmente presenti nel nostro organismo, nella fattispecie gli ormoni. Le molecole più discusse includono il bisfenolo A (BPA), utilizzato in biberon e rivestimenti interni delle lattine, e gli ftalati, presenti in prodotti per la pulizia, cosmetici e centinaia di prodotti in plastica.
Secondo recenti studi, gli EDC potrebbero favorire l’insorgenza di importanti malattie tra cui tumori, malattie neurologiche e anomalie a carico dell’apparato riproduttivo. D’altra parte, a giudicare dalle reazioni delle istituzioni e dai frequenti dibattiti in atto tra i ricercatori e il mondo dell’industria, il raggiungimento di un accordo sulla pericolosità di queste sostanze sembra ancora distante.

COSA SONO GLI EDC E COME VENGONO CONTROLLATI
Gli EDC sono sostanze in grado di produrre eventi avversi attraverso l’interazione con il sistema ormonale. Da qui la definizione di “interferenti endocrini”. Caso storico fu quello del DDT che, in uno studio del 1950, si scoprì inibire lo sviluppo di testicoli, cresta e bargigli nel gallo.
I composti chimici oggi riconosciuti come EDC sono ormai centinaia e la loro presenza è stata rilevata in solventi industriali, pesticidi, farmaci e in svariati prodotti di uso comune, dal packaging degli alimenti ai cosmetici, dai giocattoli ai prodotti per la casa. Considerati gli impedimenti etici alla sperimentazione umana di queste sostanze, la maggior parte delle conoscenze deriva da osservazioni ambientali, modelli animali, studi in vitro e ricerche epidemiologiche. In particolare, diversi studi suggeriscono l’esistenza di un legame tra l’interferenza endocrina e l’insorgenza di una lunga serie di malattie come il tumore della mammella e della prostata, patologie delle ovaie e della tiroide, infertilità, morbo di Alzheimer, schizofrenia, problemi nello sviluppo neurologico, diabete, obesità e alterazioni del sistema immunitario. Secondo una recente analisi, i costi del potenziale impatto degli EDC sulla nostra salute potrebbero ammontare a oltre 100 miliardi di euro ogni anno nella sola Unione Europea. La situazione è davvero così grave? Vediamo cosa ne pensano le istituzioni.
Le principali agenzie a livello internazionale concordano nel considerare l’esposizione agli EDC un potenziale importante rischio per la nostra salute.
Dal WHO a livello mondiale all’UNEP ed EFSA in Europa, NIEHS, FDA ed EPA negli Stati Uniti. Per quanto riguarda le misure di controllo messe in atto nel territorio europeo, alcuni EDC sono effettivamente soggetti a restrizioni e limitazioni, in quanto considerati tossici o pericolosi sulla base dei criteri dettati dal regolamento REACH sulle sostanze chimiche. Tuttavia, per molti EDC non disponiamo ancora di evidenze scientifiche che consentano di definirne i limiti di sicurezza. Così, in assenza di criteri ufficiali, la maggior parte di questi composti non risultano oggi sottoposti ad alcuna regolamentazione. Per favorire l’integrazione e l’aggiornamento degli specifici strumenti normativi, l’Unione Europea promuove da anni la ricerca sugli EDC. Sebbene, a conferma delle importanti accuse rivolte dalla Svezia nei confronti della Commissione Europea, una recente sentenza del Tribunale dell’Unione Europea sembrerebbe affermare il contrario. Nel frattempo, la carenza di criteri condivisi di valutazione è al cuore di accesi dibattiti che vedono schierati i ricercatori e le industrie.

INDUSTRIE VERSUS RICERCATORI
Un articolo comparso su Science lo scorso settembre descrive questa situazione in modo emblematico. Oggetto del recente scontro è stata la pubblicazione da parte dell’Endocrine Society della dichiarazione scientifica EDC-2. Redatta da un pannello internazionale di esperti capitanati da Andrea Gore,
Docente di Farmacologia e Tossicologia dell’Università del Texas, l’EDC-2 costituisce un aggiornamento sullo stato dell’arte della ricerca sugli interferenti, frutto dell’analisi di oltre 1.300 studi. Gli scienziati dichiarano che i recenti sviluppi compiuti dalla ricerca debbano ora tradursi in maggiori ed efficaci strumenti di tutela della salute pubblica. Secondo Gore, nelle precedenti dichiarazioni scientifiche i ricercatori non disponevano di evidenze sufficienti per affermare la causalità tra gli EDC e la lunga serie di patologie. Ma oggi la ricerca ha fatto passi da gigante, sostiene la ricercatrice. Queste affermazioni hanno destato l’attenzione dell’American Chemistry Council, la maggiore associazione americana delle industrie nel settore chimico, i cui rappresentanti lamentano l’assenza di prove dirette del legame tra l’esposizione agli EDC e la comparsa delle patologie, difendendo la presunta innocuità dei bassi dosaggi delle sostanze.
La storia si ripete inesorabile, verrebbe da dire. Salvo alcuni esempi, diverse vicende sembrano infatti confermare una certa riluttanza delle grandi aziende rispetto alla preoccupazione dei ricercatori sugli EDC. Un esempio è dato dalla reazione dell’Association of the British Pharmaceutical Industry all’appello del Professor Richard Owen, tossicologo dell’Università inglese di Exeter. Lo scontro riguardava il problema della presenza dell’etinilestradiolo (EE) nei corsi d’acqua. Contenuto in molte pillole anticoncezionali e diffuso nell’ambiente attraverso i reflui degli scarichi sanitari, l’EE si associa a fenomeni di femminilizzazione nei pesci d’acqua dolce. Riguardo alla definizione di un impegno per la messa in sicurezza delle fonti idriche, le compagnie affermarono che «seppure la femminilizzazione nelle popolazioni di pesci sia stata osservata in diverse indagini ambientali, il grado di danno prodotto sulle popolazioni resta ancora da stabilirsi. Riteniamo che interventi di tale portata sul trattamento delle acque siano da considerarsi prematuri». Sul tema della presunta sicurezza dei bassi dosaggi, un’altra vicenda riguarda la posizione dell’American Chemistry Council in merito all’impiego di BPA nella plastica per uso alimentare. In particolare, il rappresentante Steven Hentges afferma che le osservazioni sulla pericolosità del BPA, in quanto riferite ai modelli animali, non attestano il rischio per l’uomo, e che i consumatori risultano in ogni caso esposti «solamente a bassissimi dosaggi di BPA attraverso la dieta».
Secondo gli scienziati è necessario dare priorità alla definizione di adeguati controlli delle sostanze prima della loro messa in commercio. Come segnala l’EDC-2, la maggior parte delle sostanze chimiche industriali attualmente diffuse nell’ambiente non sono mai state sottoposte ad analisi del potenziale di interferenza endocrina. Parliamo di decine di migliaia di diversi composti, per i quali vale il principio secondo cui una sostanza è considerata sicura fino a quando non si dimostra il contrario – esemplificativo è il recente caso del bisfenolo S. Sulla contestata definizione degli eventi avversi, gli esperti replicano che le patologie correlate richiedono anni o decenni prima di manifestarsi nell’uomo, e non escludono le conseguenze a lungo termine dei bassi dosaggi e delle miscele di esposizione. Rispetto al BPA Nancy Wayne, Professoressa di Fisiologia presso l’Università della California di Los Angeles, replica allo scetticismo del Chemistry Council evidenziando che «dal momento che i principi etici impediscono agli endocrinologi di esporre embrioni umani e neonati alle sostanze chimiche, è improbabile che riusciremo a ottenere maggiori evidenze sui potenziali danni causati da queste sostanze». Tornando indietro di alcuni anni, le posizioni dei ricercatori ricalcano quella assunta nella Dichiarazione di Praga del 2005.
Firmato da oltre duecento esperti a livello internazionale, in questo documento i ricercatori affermarono: «a fronte della magnitudo dei potenziali rischi, siamo fortemente convinti che l’incertezza scientifica non debba ritardare gli interventi precauzionali di riduzione del rischio». Come sostenne l’inglese Owen rispetto ai limiti delle evidenze sugli effetti dell’EE, «questi non escludono la possibilità di riscontrarne l’impatto nel futuro. Ma vogliamo davvero aspettare di osservare gli effetti sull’uomo», «o preferiamo agire prima che il danno si verifichi?».
Tra le voci dei ricercatori non mancano i rimproveri rivolti alle istituzioni. Ne sono esempio le critiche ufficiali rivolte dall’Endocrine Society alla FDA sull’impiego del BPA. Per finire, lo scorso febbraio, evidenziando le difficoltà nel reperimento di fondi per lo studio degli effetti del BPA negli USA, Wayne ha affermato «Il BPA è un enorme business, enorme. Alle volte mi domando chi il governo stia rappresentando».

COME DIFENDERCI?
I ricercatori enfatizzano i principi di precauzione e prevenzione. Le industrie chiedono maggiori evidenze scientifiche e precise direttive. Gli organi istituzionali si collocano nel mezzo, impegnati nel gestire le attuali misure di controllo e nel promuovere la definizione di criteri condivisi. Sul grande palco resta da definirsi un ultimo ruolo. Quello del pubblico.
Come possiamo difenderci dalla quotidiana esposizione alle innumerevoli sostanze potenzialmente dannose per il nostro sistema ormonale? Secondo i ricercatori, l’educazione del pubblico è un fattore critico per la prevenzione delle esposizioni. A questo proposito, nel 2012 il Ministero dell’Ambiente e l’Istituto Superiore di Sanità hanno presentato un decalogo per i cittadini che riassume alcuni semplici consigli per limitare l’esposizione agli EDC nella vita di tutti i giorni. Vale la pena dargli un’occhiata.

Bibliografia

Burlington H, Lindeman VF (1950) Effect of DDT on testes and secondary sex character of white leghorn cockerels. Proceedings of the Society for Experimental Biology and Medicine 74:48-51
– Kollipara P (2015) Links between health problems and endocrine-disrupting chemicals now stronger, statement argues. Science, Sep 28, 2015. DOI: 10.1126/science.aad4641
– Gore AC, Chappell VA, Fenton SE, et al (2015) Executive Summary to EDC-2: The Endocrine Society’s Second Scientific Statement on Endocrine-Disrupting Chemicals. Endocrine Reviews 36(6):593–602
– Diamanti-Kandarakis E, Bourguignon JP, Giudice LC, et al (2009) Endocrine-disrupting chemicals: an Endocrine Society scientific statement. Endocr Reviews 30:293–342
– McKie R (2012) £30bn bill to purify water system after toxic impact of contraceptive pill. The Guardian, Jun 2, 2012. http://www.theguardian.com/environment/2012/jun/02/water-system-toxic-contraceptive-pill Accessed Mar 6, 2016
– AA.VV. (2005) The Prague Declaration on Endocrine Disruption. Environ Sci Pollut Res Int 12(4):188. http://allianceforcancerprevention.org.uk/wp-content/uploads/2012/02/The-Prague-Declaration.pdf Accessed Mar 6, 2016

Commenti dei lettori


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

    X