Internet: la “tecnologia della liberazione” non libera tutti

L'espansione mondiale di Internet è associata a un aumento della trasparenza, dei diritti politici, e della democrazia. Tuttavia non è così per tutti. Un articolo, appena pubblicato su Science, documenta un forte e persistente pregiudizio politico nella ripartizione della copertura web tra i gruppi etnici in tutto il mondo.
Tina Simoniello, 12 Settembre 2016
Micron
Micron
Giornalista freelance

Dalla democrazia alla trasparenza, dai diritti civili all’autodeterminazione, dalla partecipazione alla cittadinanza attiva. Internet viene associata a tutto questo. A concetti positivi, a valori di libertà. Di diffusione della libertà. E non può che essere così: impossibile dimenticare il ruolo che nel 2010-2011 hanno avuto le tecnologie digitali nelle primavere arabe. Tuttavia, se è vero che l’accesso al web favorisce la democratizzazione, ed è vero che Internet può essere definita (e lo è stata, in effetti) la “tecnologia della liberazione”, è vero altresì che non tutti i gruppi sociali hanno uguale accesso alla rete e, soprattutto, che a non averlo siano – facile paradosso – proprio quelli che da eventuali processi di democratizzazione trarrebbero maggiore vantaggio.
Il digital divide o disuguaglianza digitale tra individui e gruppi di individui nell’accesso alla ICT (Information and Comunication Technology) è cosa di cui molto si scrive e si discute, anche nei Paesi sviluppati. Le  categorie più minacciate dall’esclusione da Internet sono state ampiamente individuate: gli anziani (in questo caso si parla di digital divide intergenerazionale), le donne – e in particolare quelle non occupate (digital divide di genere), gli immigrati (digital divide linguistico-culturale), tutti quelli che hanno ricevuto una formazione e una istruzione limitate, e comunque le persone socialmente, culturalmente, economicamente svantaggiate.
Un recente studio pubblicato il 9 settembre dal titolo Digital discrimination: political bias in Internet service provision across ethnic groups si inserisce in questo contesto di discussione.
Ma anche lo arricchisce, perché gli autori – ricercatori tedeschi spagnoli svizzeri e greci – nell’ambito della riflessione sull’ineguaglianza digitale analizzano, e lo fanno a livello globale, il bias politico nella fornitura dell’accesso alla Rete dei gruppi etnici. Più chiaramente, lo scopo dell’indagine appena pubblicata è stato quello di indagare se i gruppi etnici politicamente più svantaggiati fossero deprivati in maniera sistematica della possibilità di connettersi.
Gli autori esordiscono con una affermazione: internet rafforza la trasparenza e il senso di responsabilità dei governi non democratici nel mondo, ma questa speranza, o aspettativa – dicono – si basa innanzitutto sul presupposto che gli attivisti politicipassano contare su un sufficiente accesso.
È noto che storia socioeconomica, culturale, di genere, l’età anagrafica eccetera influenzano l’utilizzo delle ICT, e che i Paesi democratici e con un alto livello di sviluppo hanno tassi di penetrazione della Rete più alti degli altri. Non sappiamo però – riprendono gli autori dell’indagine – come varia la fornitura dei servizi di accesso alle ICT e come sia guidata, indirizzata, dalla politica. «Questa è una informazione chiave se si vuole valutare se Internet può davvero emancipare le popolazioni politicamente marginalizzate».
In effetti, sono gli stessi governi a fornire l’accesso a Internet nella maggior parte dei Paesi in via di sviluppo, Paesi però dove, in molti casi, le classi politiche seguono linee legate all’appartenenza etnica.
Di conseguenza, in alcuni contesti nazionali i gruppi politicamente marginalizzati possono rimanere vittime di un limitato accesso alla rete Internet a causa del cosiddetto favoritismo etnico (il o i gruppi etnici al potere tendono a favorire il progresso anche tecnologico della loro regione di origine). Naturalmente, oltre al favoritismo etnico, nella marginalizzazione tecnologica può giocare un ruolo attivo anche, semplicemente, un favoritismo politico, anzi meglio: uno “sfavoritismo” politico. I gruppi governati potrebbero escludere dall’accesso a Internet gruppi di opposizione che potrebbero provocare mobilitazione politica e disordini. A prescindere da appartenenze origini.
Attraverso metodi di indagine sofisticati (e complessi, per la verità, per i non addetti) che hanno utilizzato, tra gli altri, lo studio delle sottoreti e i dati EPR, Ethnic Power Relation*, gli autori hanno verificato che la penetrazione di internet nelle popolazioni è aumentata negli anni in tutti i gruppi etnici, e ovunque, sebbene nei Paesi democratici e sviluppati lo sia stato a un tasso più alto, e questo anche se il gap digitale tra chi è dentro e chi è fuori, cioè tra quelli che gli autori chiamano gruppi inclusi e gruppi esclusi, stia aumentando. A livello globale, dunque, gli esclusi stanno recuperando, sebbene lentamente.
Valutare quanto la scarsa rappresentanza politica pesi sull’esclusione dalle ICT non è facile. I dati naturalmente vanno corretti, ripuliti per così dire da altre situazioni o variabili (sociali, culturali, geografiche eccetera) che possono inficiare, “sporcare” i risultati (chi non ha voce politica potrebbe avere scarse possibilità di accesso alla Rete anche perché, magari, vive in un piccolo villaggio rurale, per fare un esempio). Ma, pur avendo corretto i dati, gli autori hanno concluso che, a parità di altri fattori, un gruppo politicamente incluso, in un Paese con un livello medio di penetrazione di internet, riceverebbe solo il 30% di quel livello di penetrazione se non fosse un gruppo incluso ma escluso.
Le cose vanno così ovunque? Anche nelle democrazie? Ovviamente no… ma anche sì. «Questo modello non fornisce la prova che la democrazia riduca gli effetti negativi dell’esclusione politica sulla penetrazione di Internet – leggiamo – piuttosto indica che quando le democrazie escludono politicamente un gruppo, il loro livello di discriminazione digitale è paragonabile a quello delle non-democrazie. Il fatto è (e intendiamoci non è affatto marginale ma molto sostanziale a nostro giudizio, ndr) che le democrazie hanno un percentuale di popolazione esclusa molto più bassa di quella presente nelle non-democrazie (6% contro 21% stando ai dati EPR) (…)». Insomma semplificando, anche le democrazie discriminano, lo fanno poco, perché i discriminabili e i discriminati sono pochi.
Nonostante Internet abbia potenzialmente la capacità di promuovere l’azione collettiva e i cambiamenti politici, i governi hanno la possibilità di prevenire questo effetto visto il ruolo chiave che hanno nel collocare e controllare la comunicazione digitale. E questo è dunque un fatto, stando allo studio. Un fatto che ha ricadute importanti: per la ricerca e per la politica.
Chi studia gli effetti politici delle tecnologie digitali – avvertono gli autori della pubblicazione – deve tenere conto di quali siano le circostanze nelle quali la Rete può catalizzare la mobilitazione collettiva, facendo più attenzione al ruolo dei governi e alla disparità della fornitura dei servizi digitali. Le politiche di sviluppo e di promozione della pace e di  democratizzazione attraverso Internet dovrebbero tenere in maggiore conto la disuguaglianza nella fornitura dei servizi digitali. Solo colmando questa differenza è possibile aspettarsi che le ICT contribuiscano allo sviluppo politico ed economico.
Infine, è opinione comune che l’ineguale distribuzione delle tecnologie digitali si può contrastare allocando risorse e incentivi.
Ma anche qui: bisogna considerare con attenzione il ruolo della politica locale nella gestione di questo processo. Se la distribuzione dei servizi digitali è uno strumento per premiare chi è fedele ai governi e contrastare gli oppositori, incrementare l’accesso alla rete potrebbe non essere nell’interesse dei governi, i quali quindi, semplicemente, potrebbero evitare di farlo. O farlo soltanto per gli amici.

Commenti dei lettori


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

    X