La biologia marina a spinta italiana

Sul finire del 2020 due notizie hanno portato l’Italia alla ribalta della ricerca scientifica sulla biologia e gli ecosistemi marini. La prima riguarda il coinvolgimento del nostro Paese nel programma di ricerca dell’ONU sulla biologia dei mari, ‘Ocean Decade’. La seconda è il riconoscimento per il biologo marino Roberto Danovaro, di ‘top scientist’ mondiale nella ricerca sui mari e gli oceani nel decennio 2010-2020.
Romualdo Gianoli, 04 Febbraio 2021
Micron
Micron
Giornalista Scientifico

Tag

Tra inquinamento, cambiamenti climatici e sovrasfruttamento, gli oceani di tutto il mondo sono in pericolo. Così l’ONU ha lanciato un programma decennale per salvare la risorsa mare e l’Italia, con la Stazione Zoologica ‘Anton Dohrn di Napoli – Istituto Nazionale di Biologia, Ecologia e Biotecnologie Marine, è in prima fila in questo ambizioso progetto.

Ocean Decade (questo il nome del programma) è stato istituito nel 2017 dalla Commissione Oceanografica Intergovernativa dell’ONU e si svolgerà tra il 2021 e il 2030. Sarà dedicato alle scienze marine con particolare attenzione alla protezione degli oceani e a favorire uno sviluppo socio-economico globale più rispettoso degli equilibri ambientali. Ocean Decade coinvolgerà tutti quei soggetti che hanno responsabilità verso la gestione dei mari, a cominciare dalla comunità scientifica internazionale. Poi ci sono i decisori politici, gli industriali e la società civile nel suo insieme; una sinergia necessaria ad affrontare i complessi problemi che sono sul tavolo. Ciò che occorre è individuare risposte efficaci nel contrastare quei fattori che sono all’origine del degrado e della perdita di biodiversità degli habitat acquatici e costieri: cambiamenti climatici, inquinamento e acidificazione sopra tutti. Non si tratta ‘solo’ di ecologia, ma di fenomeni che mettono a rischio l’intero settore della Blue Economy, l’insieme delle attività legate ai mari e agli oceani che generano (e sempre di più lo faranno in futuro) una grossa fetta dell’economia mondiale.

Per aiutare la politica a fare le scelte giuste, 45 tra i più autorevoli esperti internazionali della ricerca marina hanno individuato gli obiettivi fondamentali che dovranno ispirare la ricerca biologica delle profondità marine e li hanno presentati nell’articolo ‘A decade to study deep-sea life’,  da poco pubblicato sulla rivista Nature Ecology & Evolution. È motivo di orgoglio per l’Italia, scoprire che l’unico italiano presente tra gli autori è Roberto Danovaro, biologo ed esperto di scienze del mare, attualmente presidente della Stazione ‘Anton Dohrn’ di Napoli, tra i più importanti centri di ricerca al mondo sulla biologia e l’ecologia marina.

Come spiega lo stesso Danovaro: «Le ricerche svolte dalla Dohrn stanno fornendo un importante contributo sia per ridurre gli impatti a mare delle infrastrutture e delle nuove fonti energetiche, sia per la protezione dell’ambiente, sia per il restauro degli ecosistemi marini. Tuttavia, il nostro Paese può e deve fare di più per valorizzare la ricerca marina che sarà centrale nel panorama globale del prossimo decennio».

Non è un caso, dunque, che l’Istituto napoletano stia sviluppando numerose e importanti iniziative proprio sul fronte della tutela della biodiversità degli ecosistemi marini. In vista di questi impegni (e grazie a fondi del Miur) la Stazione ‘Dohrn’ sta potenziando il polo di Ischia attraverso il reclutamento di nuovi ricercatori e l’acquisizione di nuove strumentazioni.

Sarà proprio il centro ischitano, infatti, a focalizzare nei prossimi anni i propri studi sulla risposta degli ecosistemi marini ai cambiamenti climatici. Danovaro ricorda ancora che «sono numerosi gli studi che portiamo avanti su quella che si potrebbe definire la ‘farmacia del mare’, ovvero la conoscenza di quell’autentico giacimento di proprietà che gli organismi marini possono offrire a difesa della nostra salute e del nostro benessere. Si tratta di sostanze naturali che stanno dimostrando di avere, ad esempio, potenzialità antitumorali. Una pubblicazione, uscita pochi giorni fa a cura di nostri ricercatori, ha dimostrato come alcune proprietà di una specie di alga siano in grado di inibire l’infezione da SARS-CoV2. Inoltre, selezionando e curando certi organismi, possiamo arrivare a individuare batteri efficaci per delle bonifiche, laddove l’approccio ingegneristico non riesce ad arrivare. Gli scienziati parlano in questi casi di ‘Nature Based Solutions’ che potrebbero giocare un ruolo importante in aree come Bagnoli. Insomma, il mare è una fonte straordinaria di prodotti ecosostenibili».

Proprio l’impegno in questi settori ha recentemente fruttato a Roberto Danovaro il riconoscimento di ‘top scientist’ mondiale nella ricerca relativa a mari e oceani nel decennio 2010-2020 da parte di Expertscape, la prestigiosa piattaforma che seleziona, verifica e certifica i migliori scienziati mondiali per settore di competenza, confrontando tutti i principali prodotti scientifici a livello internazionale. Per formulare le classifiche l’algoritmo di Expertscape sfrutta numerosi parametri, in primo luogo la qualità e quantità delle ricerche pubblicate e revisionate dalla comunità scientifica. 

Così, nel decennio 2010-2020, Danovaro è risultato il ricercatore più accreditato tra ben 87425 scienziati di tutto il mondo nell’area “Sea and Ocean Worldwide” (qui il link alla classifica), grazie alle sue ricerche su biodiversità, funzionamento degli ecosistemi marini e impatti dei cambiamenti climatici sugli oceani. È un importante riconoscimento per tutta l’Italia che, come ha affermato Danovaro, «dimostra di avere la capacità di svolgere ricerche di eccellenza a livello mondiale nell’ambito del mare, elemento tutt’altro che scontato. Se in tanti settori il nostro Paese si piazza bene senza primeggiare, siamo felici di ottenere questo primato nella ricerca marina. È un segnale positivo per il nostro Paese che vede la Stazione Zoologica ‘Anton Dohrn’ di Napoli tra le prime 20 istituzioni di ricerca marina al mondo, dominando su altri giganti della ricerca oceanica, strutture molto più grandi che contano su investimenti più consistenti. Il primato – continua lo scienziato – è stato ottenuto sfruttando al massimo le risorse a disposizione e lavorando su tematiche di grande rilevanza attuale e futura: tra queste le ricerche svolte negli abissi del pianeta, in quelle aree remote e difficilmente accessibili che richiedono un maggior bagaglio tecnologico e che in futuro saranno quelle più bersagliate e impattate delle attività umane potenzialmente distruttive, come l’estrazione di idrocarburi e minerali. Non dimentichiamo che per dimensione e complessità, le ricerche oceaniche sono confrontabili con quelle degli studi spaziali: nessun Paese può fare da solo perché le tecnologie necessarie sono troppo costose e richiedono grandi risorse economiche, per questo sarebbe necessario concentrare gli sforzi a livello nazionale e creare una rete di cooperazione internazionale. Dobbiamo considerare, infatti, che il 50% degli oceani è al di fuori dei confini giurisdizionali dei paesi, è un ‘mare di nessuno’ che deve essere protetto e gestito tramite una cooperazione globale che eviti che si crei un far-west privo di regole dove prevalgono gli interessi dei più forti».  

Commenti dei lettori


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

8 − 6 =

    X