La “cassaforte del giorno del giudizio” garantirà un futuro all’umanità?

La biodiversità vegetale e il patrimonio genetico delle piante sono messi a rischio dai cambiamenti climatici. Saremo in grado di preservare questo inestimabile capitale e tramandarlo alle generazioni future? Forse la risposta a questa domanda si trova su un’isola a 900 Km dal Polo Nord.
Romualdo Gianoli, 08 Luglio 2017
Micron
Micron
Giornalista Scientifico

Prendete un remoto arcipelago quasi disabitato nel Mar Glaciale Artico, dove le temperature d’estate non superano i 5 °C ma d’inverno possono scendere anche a -40. Ora immaginate di scavare, nel fianco di una montagna, una lunga galleria protetta da porte blindate, che conduce a un deposito conosciuto come la “cassaforte del Giorno del Giudizio”. Nel deposito sono conservate centinaia di migliaia di semi di piante che, un giorno, potrebbero assicurare la sopravvivenza dell’umanità in caso di catastrofi globali. Ecco, ora avete il perfetto scenario per un film o un romanzo di fantascienza post-apocalittico, in cui l’ultima speranza per l’umanità è custodita in un remoto deposito artico, nelle gelide viscere di una montagna ghiacciata.
Ci sono, però, alcuni elementi che corrono il rischio di rovinare la trama e di cui bisognerebbe tenere conto se si volesse scrivere questa storia. Prima di tutto lo scenario descritto non è fantascientifico ma reale, perché il deposito sotterraneo esiste davvero. Secondo: i ghiacci che dovrebbero proteggerlo per sempre sembrano tutt’altro che eterni e, terzo, non è detto che in caso di necessità la cosa funzioni davvero. Ma andiamo con ordine.

UN DEPOSITO CHE SFIDA IL TEMPO
Nel febbraio del 2008, il governo norvegese ha inaugurato sull’isola di Spitsbergen, a soli 900 Km dal Polo Nord, lo Svalbard Global Seed Vault, il Deposito Mondiale dei Semi, una struttura scavata a 120 metri di profondità nel fianco di una montagna a 130 metri sul livello del mare. Il cuore di questa installazione è costituito da tre grandi magazzini lunghi 27 metri, larghi 10 e alti 6, dove la temperatura è costantemente controllata e mantenuta tra i -20 e i -30 °C. A questi tre ambienti (che costituiscono il deposito vero e proprio) e a quelli di servizio si accede attraverso un tunnel di 100 metri, il cui ingresso è protetto da porte d’acciaio a prova di esplosione, così come il resto della struttura che è stata realizzata per resistere anche a un’eventuale guerra nucleare.
Anche il luogo scelto riflette i requisiti di sicurezza e durata richiesti al progetto: l’isola di Spitsbergen, ad esempio, non presenta attività tettonica e la montagna di arenaria in cui è stato ricavato il deposito è perennemente ricoperta da uno strato di permafrost, che garantisce il mantenimento delle basse temperature all’interno. Ma per proteggere adeguatamente il prezioso contenuto del deposito, occorre refrigerare ulteriormente i magazzini, per mantenere la temperatura compresa tra -20 e -30 °C, come raccomandato dagli standard internazionali per la conservazione delle sementi. La presenza del permafrost esterno, tuttavia, resta un requisito fondamentale, perché serve a impedire che la temperatura all’interno del deposito superi i -3,5 °C, anche in caso di guasto dei sistemi di raffreddamento.

UN FORZIERE PER IL GIORNO DEL GIUDIZIO? NON PROPRIO
All’interno del sito i semi sono conservati in migliaia di speciali sacchetti di alluminio a quattro strati, sigillati termicamente e collocati in apposite scatole numerate, chiamate “black box”.
Al momento il deposito custodisce i semi di circa 930.000 varietà di 4000 specie vegetali, tra le quali alcune considerate essenziali per l’alimentazione umana come i fagioli, il riso e il grano. I semi conservati, poi, sono campioni che duplicano quelli presenti nelle banche genetiche nazionali, regionali e internazionali già esistenti in tutto il mondo, secondo un criterio di ridondanza che rivela lo scopo dello Svalbard Global Seed Vault: costituire una riserva di emergenza per un patrimonio genetico fondamentale per l’intera umanità. Insomma, un’ultima spiaggia per il futuro alimentare del mondo se le cose si dovessero mettere davvero male in futuro.
Questo è senz’altro l’aspetto che più ha affascinato e solleticato la fantasia dei media e del pubblico da quando è stato inaugurato il Seed Vault. Si tratta, però, in buona misura, quasi di un equivoco, di una suggestione diffusa dalla stampa e rafforzata anche dalle parole (forse un po’ troppo enfatiche) pronunciate d’allora Presidente della Commissione Europea, José Manuel Barroso, durante la cerimonia d’inaugurazione del sito: «E’ un giardino dell’Eden ibernato, un luogo dove la vita può essere mantenuta in eterno, qualsiasi cosa succeda nel mondo».
In realtà l’installazione norvegese è prima di tutto una rete di salvataggio per quello che è stato definito il “patrimonio genetico tradizionale”, ovvero l’insieme della biodiversità vegetale, sempre più minacciata da molti fattori di rischio. Prendendo in prestito un concetto dell’informatica, si potrebbe paragonare il Seed Vault a una copia di backup del patrimonio genetico vegetale, una risorsa da tenere da parte per mettersi al riparo da perdite (accidentali o meno) dovute a vari motivi: ricerche condotte in maniera sbagliata, disastri naturali, guerre, cambiamenti climatici e finanche tagli ai fondi e politiche economiche sbagliate.
A chiarire l’equivoco sulla corretta interpretazione del deposito, ci ha pensato Cary Fowler, direttore del Global Crop Diversity Trust dal 2005 al 2012 che, a proposito del Seed Vault, ha dichiarato: «Perché l’abbiamo costruito? Non è stato per qualche apocalisse in arrivo, ma perché sapevamo che le banche genetiche stanno perdendo esemplari e questo sta succedendo per motivi stupidi: tagli ai fondi, problemi alle apparecchiature ed errori umani. Prima del Seed Vault stavamo perdendo diversità. Sono convinto che stavamo perdendo una varietà al giorno, silenziosamente. Un’estinzione goccia a goccia. Abbiamo messo fine a ciò, almeno per 865.000 varietà».

COME FUNZIONA IL GLOBAL SEED VAULT
Sebbene realizzata dalla Norvegia, il Seed Vault è un’iniziativa al servizio di tutto il mondo e come tale è il frutto della partecipazione di molti soggetti: primi tra tutti il Governo norvegese e il Global Crop Diversity Trust. L’intero progetto, infatti, è stato avviato e totalmente finanziato (per la costruzione del sito) dal Governo norvegese che ne cura anche la gestione attraverso il suo Ministero dell’agricoltura. Con 45 milioni di dollari il Governo norvegese è stato il principale finanziatore, seguito da Stati Uniti, Regno Unito e Australia. Un importante sostegno finanziario è arrivato anche dalla Bill & Melinda Gates Foundation che si è impegnata con circa 30 milioni di dollari a sostenere il Global Crop Diversity Trust. Nel complesso, dal 2004 in poi, il Fondo Mondiale per la Diversità delle Colture ha potuto disporre di 410 milioni di dollari, che sono stati usati per la realizzazione e gestione non solo del Seed Vault, ma anche di altre banche genetiche in varie parti del mondo.
Per quanto riguarda gli aspetti operativi, il Ministero dell’agricoltura scandinavo coordina le attività di stoccaggio e conservazione dei semi nel deposito, avvalendosi della collaborazione del Global Crop Diversity Trust, del Nordic Gene Resource Centre e di un council internazionale appositamente creato, di cui fanno parte la FAO, la sua Commission on Genetic Resources e il FAO International Treaty on Plant Genetic Resources.
Ora, se qualcuno pensasse che gestire una struttura come il Global Seed Vault sia una cosa semplice, è bene chiarire subito che non è così. Non si tratta semplicemente di prendere le cassette con i semi, trasportarle fino al sito e metterle nel deposito. La questione è notevolmente più complessa perché coinvolge aspetti giuridici e legali, anche internazionali, particolarmente delicati. Per esempio: chi potrà accedere fisicamente al materiale depositato, visto che la struttura è di proprietà norvegese, ma i semi provengono da tutto il mondo? Chi è (o diventa) proprietario legale dei semi? E che uso è autorizzato a farne?
Riguardo questi aspetti, è bene precisare che tra i soggetti che depositano i semi e il proprietario della struttura vi è lo stesso rapporto che esiste tra una banca e un cliente che deposita i suoi beni in una cassetta di sicurezza.
Come la banca è proprietaria del caveau in cui si trovano le cassette di sicurezza, così il governo norvegese è proprietario dello Svalbard Global Seed Vault, mentre i soggetti depositanti restano legalmente proprietari del contenuto depositato. Nel caso del Seed Vault i depositanti possono essere governi esteri e tutti le banche genetiche che sono alla ricerca di un deposito sicuro in cui conservare esemplari, magari unici e preziosi, dei propri semi.
L’atto del depositare i semi, dunque, non costituisce in alcun modo trasferimento legale della proprietà degli stessi al proprietario della struttura. Questo è uno degli aspetti più importanti e delicati di tutta la gestione del deposito, che è regolata da una lunga lista di condizioni da rispettare anche durante la fase di stoccaggio.
Già all’arrivo del carico all’aeroporto di Longyearbyen (con duemila abitanti la “capitale” delle Svalbard), le cassette vengono passate ai raggi X ma nessun addetto alla sicurezza è autorizzato ad aprirle, per alcun motivo, al pari di valigette diplomatiche. Una volta usciti dall’aeroporto, i semi vengono trasportati via terra alla struttura, poco distante, che viene aperta solo tre volte all’anno.
Tutte le operazioni si svolgono alla presenza di funzionari autorizzati e pochi membri dello staff tecnico che, dopo aver registrato le cassette mediante codici a barre, le collocano nei magazzini sotterranei. Da quel momento potranno accedere al materiale depositato soltanto i relativi proprietari, secondo una condizione voluta dai paesi e dalle banche genetiche depositanti, timorose che le potenti multinazionali del settore biotech, potessero impadronirsi delle preziose risorse genetiche per fini commerciali. Viceversa, i soggetti depositanti, per essere autorizzati a utilizzare il sito, devono assicurare, in base ai regolamenti internazionali, che i campioni di semi spediti alle Svalbard, siano comunque disponibili per gli agricoltori e i ricercatori. In altre parole non possono essere immagazzinati semi di specie o varietà non più disponibili per il normale uso nei Paesi di provenienza.

UTILITÀ E PROBLEMI DEL SEED VAULT
Il primo deposito effettuato nel Seed Vault, dal forte significato simbolico, è stato fatto nel febbraio del 2008 dall’attivista ambientale keniota e Premio Nobel per la pace, Wangari Maathai, che ha consegnato una scatola di semi di riso. Subito dopo è stata la volta di tre cassette contenenti migliaia di semi di abeti rossi e pini scozzesi che crescono nelle foreste in norvegesi e finlandesi, portate dai tre ministri dell’agricoltura di Norvegia, Svezia e Danimarca, anche questo un gesto simbolico a rappresentare la determinazione dei paesi scandinavi nel realizzare il deposito internazionale. Oggi, passata la fase dei gesti simbolici e a distanza di quasi dieci anni dall’apertura, il Seed Vault è una realtà concreta che custodisce semi di oltre 900.000 varietà vegetali con molti Paesi che continuano a inviare altri campioni, mentre nuove nazioni si aggiungono alla lista di quelle già presenti.
Durante questi anni il Global Seed Vault ha già avuto modo di dimostrare la sua utilità perché vi è stato uno tra i Paesi depositanti, che ha dovuto effettuare un “prelievo”. Il 15 settembre 2015, il Centro Internazionale per la Ricerca Agricola in Aree Asciutte di Aleppo, ne avevamo già parlato su queste stesse pagine, ha fatto richiesta di una parte dei propri semi custoditi alle Svalbard, perché quelli conservati in patria erano andati distrutti o dispersi durante la guerra civile e l’occupazione delle milizie dell’ISIS. Fortunatamente, dopo che una parte dei semi di frumento, orzo e altre erbe adatte alle regioni aride era stata piantata in Marocco e in Libano, è stato possibile riprodurre le piante i cui semi, recentemente, sono stati nuovamente spediti alle Svalbard, per ricostituire la riserva.
Resta ancora da capire, però, se questo primo e riuscito intervento del Global Seed Vault sarà in grado di far pendere la bilancia a suo favore nell’accesa battaglia che si è scatenata prima e dopo la sua realizzazione. Sebbene avesse l’appoggio di molti paesi e istituzioni scientifiche mondiali, il progetto norvegese, infatti, non è stato (e non è ancora) accettato da tutti come soluzione definitiva al problema della conservazione della biodiversità vegetale perché sulla questione si sono date battaglia due scuole di pensiero opposte.
Per la prima il modello da seguire è un approccio istituzionale e centralizzato, come nel caso del Seed Vault, fatto di accordi tra governi, grandi industrie del settore e organizzazioni che finanziano le ricerche in questo campo. Per la seconda, invece, sarebbe preferibile lavorare sul campo, con le piccole comunità agricole diffuse sul territorio, per proteggere la biodiversità, evitando accentramenti nelle banche genetiche, per il timore che governi o multinazionali biotech senza scrupoli possano sottrarre agli agricoltori il patrimonio genetico dei semi depositati.
Alla fine, essendo impossibile percorrere entrambe le strade per mancanza di fondi, sembra aver vinto il modello centralizzato delle banche genetiche il che, anche senza ricorrere a teorie complottiste, espone pur sempre i semi a un evidente e gravissimo pericolo: e se qualcosa nei pochi depositi mondiali (o, peggio ancora, nell’unico deposito) andasse storto e non tutto funzionasse come previsto? Che fine farebbero i semi e, con essi, la nostra polizza sul futuro?
Recentemente ha fatto parecchio rumore la notizia del parziale allagamento che ha interessato l’ingresso del Seed Vault. In pratica, il rapido aumento della temperatura globale ha provocato un evento che non era stato previsto dai progettisti: lo scioglimento del permafrost che ricopre la montagna in cui è scavato il deposito ed è stato necessario correre ai ripari con un sistema di pompe per asportare l’acqua. I responsabili della struttura si sono affrettati a spiegare che la sicurezza del “forziere del Giorno del Giudizio” non è mai stata a rischio eppure, sapere che una struttura presentata come eterna e fatta per garantire una risorsa vitale in un futuro incerto è affidata al buon funzionamento di qualche pompa, non è del tutto rassicurante.
A questo punto solo il tempo potrà dire quale approccio sia il migliore per preservare e tramandare alle generazioni future l’inestimabile patrimonio genetico delle piante. Noi, però, siamo sicuri di voler puntare tutto su un’unica opzione?

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