La comunicazione ai tempi del Coronavirus

In questi tempi di crisi sanitaria, abbiamo visto che la Comunicazione scientifica deve trovare il modo di emergere con autorevolezza e informazione completa nel mare magnum di disinformazione, allarmismo, fake news, bufale, indicazioni contrastanti.
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Istituto di Fisiologia Clinica del CNR a Pisa
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Istituto Fisiologia Clinica Cnr - Pisa

Diversi operatori delle agenzie ambientali, delle strutture sanitarie e degli assessorati di molte regioni hanno partecipato alla formazione promossa dal progetto del Ministero Salute rete di epidemiologia ambientale EpiAmbNet-CCM , sul “Documento guida sulla comunicazione del rischio ambientale per la salute”.
Il passaggio dall’informazione alla comunicazione assicurando la partecipazione connota un sempre maggiore grado di interazione e complessità, che si accentua nelle circostanze di crisi come quella che stiamo vivendo.

Nel documento-guida vengono riproposti e analizzati i tre diversi contesti di comunicazione proposti da Lundgren e McMakin (1998), per orientare i pianificatori e consentire alle strutture responsabili di preparare strategie e strumenti da mettere in atto quando necessario:

– la comunicazione che accudisce, protegge e si preoccupa (o anche fa preoccupare) – la care communication (inarrivabile potenza della lingua inglese), che spesso si occupa di contaminanti emergenti, cioè ancora non noti ai più, o che non preoccupano chi invece dovrebbe mettere in atto misure di protezione;

– la comunicazione che mira al consenso perché parte da una situazione di effettivo o potenziale conflitto – la consensus communication, storicamente gli OGM, la collocazione di un impianto pericoloso o di antenne di telefonia in città (contesti locali su cui è necessario un continuo aggiornamento);

– la comunicazione in situazione di emergenza o crisi – la crisis communication – in caso di terremoti, attacchi terroristici, esplosioni (che dovrebbero in molti casi avere già piani di sicurezza); una comunicazione centralizzata e organizzata, che richiede pianificazione e deve essere preparata “in tempo di pace”.

Per ciascun contesto vengono illustrati diversi esempi italiani, che sono utili ad analizzare i problemi e le soluzioni pratiche adottate dai protagonisti dei casi studio. L’attuale caso del Coronavirus rientra nel primo o nel terzo “modello” di comunicazione? Attori sono gli amministratori pubblici e il governo, il sistema delle istituzioni pubbliche sanitarie e ambientali, il mondo della ricerca che fornisce le conoscenze, i soggetti economici, il terzo settore e l’associazionismo dei cittadini, e i media.
Quando si analizza l’epidemia in corso appaiono con evidenza alcuni fattori chiave: il tempo, la qualità delle conoscenze, la scala delle decisioni e gli attori in gioco.

È chiaro che, prima dell’arrivo di Covid19 in Italia, una comunicazione che accudisce, protegge, si preoccupa e introduce qualche elemento di preoccupazione avrebbe potuto preparare il terreno dei diversi attori in gioco, ciascuno dei quali poteva cominciare a pensare come si sarebbe comportato in caso di arrivo del virus e come rapportarsi con gli altri.

In effetti poteva succedere, il materiale di riferimento c’era già, almeno a leggere i documenti prodotti da diversi progetti che hanno affrontato il tema delle emergenze sanitarie, come “TELLME: Comunicazione trasparente nelle epidemie: lezioni apprese dall’esperienza per trasmettere messaggi efficaci e fornire prove scientifiche” (Transparent communication in Epidemics: Learning Lessons from experience, delivering effective Messages, providing Evidence). Un progetto, completato nel 2014 con una conferenza a Venezia, che sul sito web elenca nove progetti europei, in diversa maniera orientati al migliore utilizzo dei dati, alla gestione di fenomeni epidemici, alla sorveglianza, alla comunicazione, e dopo quella data molte altre esperienze si saranno sviluppate. Sicuramente conosciuti almeno dagli addetti ai lavori, ma come sempre difficili da mettere in pratica al momento del bisogno, specie quando si presenta con caratteristiche inattese, ed anche su questo bisognerà riflettere.

Invece, non appena planato il COVID-19 nel nostro paese, si è precipitati in una crisi in cui la comunicazione ha funzionato a scoppio alternato, creando vortici centrifughi, mostrando attori che fornivano notizie in ordine sparso che, amplificate, hanno creato continue fratture. Dopo circa dieci giorni è emersa una strategia di crisis communication, che ha provato faticosamente a farsi strada.
Non è ancora il tempo di fare valutazioni, che andranno eventualmente sviluppate assieme ai molti attori che hanno fatto parte del “gioco”, ma si possono proporre alcuni primi elementi di discussione.

I tempi sono stati rapidissimi, anche perché la Cina ha nascosto quanto ha potuto lo scoppio dell’emergenza nel paese, quindi la care communication non si è riuscita ad attivare. Rimane l’interrogativo se si sarebbe potuta realizzare, e se avrebbe contribuito a una migliore gestione.
Una volta esplosi i primi casi di Coronavirus in Italia poi, gli attori responsabili della gestione del rischio hanno preso decisioni e le hanno comunicate secondo lo schema – ben conosciuto in comunicazione del rischio – DAD, Decidi, Annuncia e Difendi. Ciò significa che viene presa una decisione, che non prevede rimesse in discussione, si comunica a chi deve obbedire e di seguito si difende con ogni argomentazione ciò che si è stabilito. Se ci sono conflitti tra istituzioni di diverso livello e tra gli esperti in campo questa modalità di comunicazione “dall’alto verso il basso” non solo perde di efficacia ma aumenta il disagio e l’incertezza tra chi “subisce” le decisioni.

Bene inteso, le opinioni diverse tra scienziati sono in larga misura inevitabili e sintomo di vivacità del dibattito. Tuttavia, in situazioni critiche, quando gli esperti sono chiamati a dire la loro e sono essi stessi soggetto e oggetto di spettacolarizzazione, il disaccordo dovrebbe essere gestito in modo adeguato, in particolare da parte degli scienziati che operano nelle istituzioni pubbliche. In ballo c’è la fiducia del pubblico verso le istituzioni, incluse quelle scientifiche.
Il ruolo del ricercatore è delicato perché è portatore di conoscenza scientifica ma ha anche le sue opinioni (esperto e cittadino) e nell’arena della comunicazione viene tirato in ballo sui temi di cui non è competente, mentre le stesse conoscenze scientifiche sono tirate per i capelli da una o dall’altra parte politica. Qui l’esperto che opera nelle istituzioni, pagato sulla fiscalità generale per svolgere un ruolo pubblico, deve decidere con responsabilità che ruolo vuole ricoprire, nella consapevolezza che le sue dichiarazioni hanno un peso, e che possono contribuire a aumentare conoscenze e fiducia, o al contrario, confusione e sfiducia.
È chiaro che non siamo di fronte a un problema di comunicazione, ma di gestione del rischio ma più propriamente di risk governance.

La governance è un sistema complesso, cui l’Unione Europea associa i principi di trasparenza, partecipazione, responsabilità, efficacia, coerenza. La governance del rischio è oggetto di studi e costituisce una vera e propria disciplina, che connette diverse competenze scientifiche, destinate a supportare la produzione di conoscenze e i percorsi decisionali, per definire responsabilità e interazioni tra gli attori coinvolti.

Nel modello proposto dall’International Risk Governance Center di Losanna, in Svizzera, la risk governance è un ciclo iterativo che va dall’identificazione del rischio, alla sua caratterizzazione sia quantitativa (scientifica e fattuale) che qualitativa (con strumenti sociologici), alla gestione. Al centro del ciclo ci sono: la comunicazione, il coinvolgimento di tutti gli attori rilevanti e l’analisi del contesto, cioè la definizione degli attori, degli interessi, dei ruoli e delle responsabilità. Uno schema di questo tipo consente a chi deve tenere le fila della risk governance di tenere diverse variabili sotto controllo e conservare la flessibilità di un sistema sensibile ai mutamenti di contesto e all’apporto di nuovi elementi di conoscenza. (Introduction to the IRGC Risk Governance Framework; EPFL, 2017).

Durante i percorsi formativi sopra menzionati sul Documento guida sulla comunicazione del rischio ambientale per la salute, assieme alle strutture sanitarie e ambientali di diverse regioni italiane si è discusso a lungo sulla comunicazione e le sue modalità di attuazione nei diversi territori.
Le singole agenzie ambientali e il sistema SNPA hanno sottolineato in più occasioni la centralità della comunicazione e la necessità di aumentare la cultura sul tema. La costruzione di una competenza in comunicazione dei funzionari delle ARPA può contribuire all’identificazione dei bisogni informativi e di comunicazione sul territorio e alla definizione delle priorità per le single agenzie.
Non solo, c’è la necessità di consolidare le conoscenze scientifiche sia nel lavoro quotidiano che nella vita sociale per rafforzare la capacità della comunità nel suo insieme e della società di affrontare emergenze come quella in corso.

Ciascuno nel suo ruolo di funzionario pubblico delle Arpa e del servizio sanitario nazionale si può sentire coinvolto per contribuire a costruire la EHL, Environmenal Health Literacy, una alfabetizzazione su ambiente e salute, definita come “una combinazione di procedure e principi ricavati da ricerche in comunicazione e comunicazione del rischio, scienze ambientali, protezione e sicurezza e alfabetizzazione sanitaria”. Sulla EHL, non intesa come sommatoria della alfabetizzazione sanitaria più quella ambientale ma mirata alla relazione ambiente-salute, torneremo a scrivere a breve giro.

Commenti dei lettori


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  1. Eva Benelli
    Un bel contributo largamente condivisibile. Vorrei aggiungere un tema al dibattito: come fare perché questo sapere diventi davvero patrimonio condiviso anche con i decisori? Sono tanti anni che seguo questi temi e lavoro con le istituzioni e onestamente non vedo mai cambiare niente...
  2. Ivana Dettori
    Complimenti per la chiarezza espositiva, che sarebbe molto utile venisse mutuata anche dalla comunicazione istituzionale. La comunicazione, come da voi chiarito molto bene, è un utile strumento per aumentare la consapevolezza e la conoscenza di una situazione di allarme sanitario ma proponendone, nel contempo, soluzioni su atteggiamenti di prevenzione corretti. Grazie per aver così efficacemente sottolineato l'importanza del binomio ambiente e salute e dell’importanza di un coordinamento istituzionale tra operatori delle ARPA e del Sistema Sanitario. Il mondo scientifico non ha brillato per capacità di gestione del confronto di opinioni tra loro diverse (come bene sottolineato da voi è sintomo di vivacità), è stato a dir poco disdicevole assistere a litigi pubblici per affermare una verità su un’altra. Credo che abbiano fatto un grave danno alla comunicazione e abbiano posto in seria difficoltà i decisori politici. Ottimo articolo, dobbiamo diffonderlo il più possibile.
  3. Fulvia Signani
    Mi auguro che articoli come qyesto contribuiscano a considerare quanto la comunicazione del rischio debba rientrare strutturalmente nei piani di organizzazione delle risposte ai nuovi rischi
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