La fauna antartica sotto la minaccia dell’uomo

Un team di ricercatori del Centro di ricerca sulla salute degli animali (IRTA-CReSA) e dell'Istituto di ricerca sulla biodiversità dell'UB (IRBio) avverte che sta diventando più facile introdurre agenti infettivi di origine umana in regioni remote dell'emisfero sud del pianeta. Attraverso uno studio pubblicato su Science of The Total Environment , gli esperti hanno rilevato batteri infettivi intestinali umani negli uccelli marini degli ecosistemi antartici.
Chiara Grasso, 26 Dicembre 2018
Micron

Le zoonosi sono malattie trasmissibili uomo-animale, animale-uomo. Pensiamo alla rabbia, alla malaria, alla zika, all’ebola. Molte volte queste malattie sono asintomatiche per gli animali (come nel caso dell’Ebola per gli scimpanzé) e mortali invece per noi, e viceversa, come nel caso dell’Herpes virus, praticamente asintomatica per l’Homo sapiense potenzialmente mortale per i primati.
Un recente studio, pubblicato sulla rivista Science of the Total Environment, ha osservato gli effetti dell’impatto antropico sulle popolazioni di fauna dell’Antartide. Nello specifico, sono stati raccolti campioni di feci di 666 uccelli adulti di 24 specie diverse nell’Oceano Antartico, tra cui pinguini rockhopper (Eudyptes chrysocome), albatri dal naso giallo dell’Atlantico (Thalassarche chlororhynchos), petrellgiganti (Pagodroma nivea) e skua (Stercorarius parasiticus).
La microbiologa Marta Cerdà  Cuéllar del Centro di ricerca per la salute animale a Barcellona, voleva indagare l’ipotesi secondo cui anche in Antartide potesse esistere la zoonosi inversa.
Hanno così raccolto i campioni fecali degli animali dal 2008 al 2011 in quattro località: Livingston Island, al largo della penisola antartica, Marion Island, Gough Island e Isole Falkland, che si trovano su molte rotte migratorie degli uccelli marini.
Recentemente, purtroppo, gli uccelli e gli esseri umani in queste zone sono entrati in contatto crescente,a causa dei centri di ricerca e al crescente numero di turisti.
Dai campioni raccolti, gli scienziati  hanno identificato le specie batteriche e le hanno confrontate con i ceppi negli esseri umani e negli animali domestici. In particolare, alcuni campioni hanno mostrato campylobacter jejuni, una causa comune di intossicazione alimentare negli Stati Uniti e in Europa, compresi i genotipi che raramente o mai stati trovati negli uccelli selvatici prima d’ora. Altri contenevano campylobacter lari, comune negli stercorari e nei gabbiani.
Tuttavia, il team ha trovato che questi ceppi erano resistenti agli antibiotici umani e veterinari comunemente usati ciprofloxacina ed enrofloxacina, che suggerisce la contaminazione da esseri umani o animali domestici.I ricercatori hanno anche trovato un ceppo di salmonella solitamente rilevato in uccelli spazzini che vivono in aree urbane. Anche se questi batteri non sono associati con alti tassi di mortalità negli animali, la loro presenza mostra che altri agenti patogeni più pericolosi potrebbero arrivare sul continente.
“La cronologia e i potenziali percorsi per le zoonosi inversa in questi ecosistemi sono complessi e difficili da studiare, ma sembra che possano essere chiaramente correlati alla vicinanza della fauna nelle aree abitate sub-antartiche e alla presenza di basi scientifiche antartiche”, avverte González –Solís,biologo ambientale ed evolutivo dell’Università di Barcellona e tra gli autori dello studio.
“I batteri possono diffondersi ampiamente anche in ambienti polari, e anche se Salmonella e Campylobacter non dovrebbero uccidere la maggior parte della fauna infetta,i patogeni potrebbero avere conseguenze “devastanti” sulle colonie di uccelli dell’Antartide, perché questa è la prima volta che la maggior parte degli uccelli è stata esposta a questi ceppi”, ha spiegato González-Solís.
Lo studio mostra, inoltre che il rischio di zoonosi inversa è maggiore nelle aree vicine alle aree geografiche più abitate, come le isole Malvinas o l’arcipelago di Tristán da Cunha.
“Se questi agenti patogeni sono stati in grado di arrivare, lo saranno anche altri”, ha scritto Cerdà-Cuéllar in un’e-mail alla CNN.
Ancora una volta, l’interazione diretta o indiretta dell’uomo con gli animali selvatici non fa che creare danni.Danni ecologici, salutari, etologici e di benessere.
E sono proprio autori dello studio a lanciare un appello ai governi e alle organizzazioni scientifiche a fare di più per limitare l’impatto umano in Antartide. “Ad esempio, dovrebbero applicare le norme esistenti sul trasporto di rifiuti umani– che possono diffondere i batteri” afferma l’ecologista marino e polare Thomas Brey dell’Istituto Alfred Wegener di Bremerhaven: “Una ragione per cui l’Antartide rimane ampiamente protetta è dovuta allobbismo da parte di gruppi turistici e scientifici. Mentre dovremmo fare il possibile per ridurre la trasmissione, è difficile credere che fermeremo il turismo in questi siti, e quindi è difficile credere che gli esseri umani non continueranno a trasmettere agenti patogeni”.

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