La fauna selvatica nelle città e la convivenza con l’uomo‎

La presenza di animali selvatici nelle città o in altri ambienti prettamente urbani è un problema sempre più attuale. Ma di cosa parliamo quando parliamo di specie sinantropiche o “urbanizzate”? Quali rischi corrono loro e noi e cosa è possibile fare?
Christian Lenzi, 23 Marzo 2019
Micron
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Comunicatore della scienza

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Nell’ambito della gestione dei conflitti tra esseri umani e gli altri animali un elemento che va assolutamente tenuto in considerazione è la presenza sempre più diffusa di animali selvatici nelle città o in altri ambienti prettamente urbani.
Per approfondire tale questione appare necessario soffermarsi sul fenomeno del sinantropismo, secondo il quale alcune specie selvatiche animali o vegetali riescono ad adattarsi in maniera efficace a diverse tipologie di ambienti antropici (centri abitati, zone industriali, strade, giardini), probabilmente ottenendo un successo evolutivo pari o superiore a quello che avrebbero in ambiente naturale. Per quel che riguarda gli animali, quali specie possono essere definite sinantropiche o “urbanizzate”? Solitamente si parla di commensali, abili simbionti che senza arrecare troppi danni sono capaci di approfittare dei vantaggi che gli ambienti antropici possono offrire, ad esempio, in termini di protezione dai predatori, possibilità di trovare ottimi siti di nidificazione, riparo, temperature mitigate e fonti di cibo piuttosto facili da reperire. Tra i casi più noti nel territorio italiano è possibile citare, tra gli altri: falchi pellegrini, daini, piccioni, ratti, gabbiani, volpi, cinghiali, corvidi, blatte, gechi e lupi.
Ma, parlando di specie sinantropiche, andrebbero fatte almeno tre considerazioni. Innanzitutto, anche se una specie manifesta una certa propensione all’adattamento verso gli ambienti antropici, questo non vuol dire necessariamente che tutti gli individui di quella specie vivono in zone urbane.
Ciò è possibile, ad esempio per alcune specie di insetti che si sono particolarmente specializzati fino a vivere quasi esclusivamente nelle nostre case, ma in generale solo alcune popolazioni di una data specie vivono in ambienti antropici mentre le altre continuano ad essere presenti in habitat più o meno naturali, per quanto possibile.
Un’altra considerazione che va fatta è che quando un individuo, una popolazione o addirittura un’intera specie si adatta all’ambiente urbano, praticamente “convivendo” con gli esseri umani, questo non vuol dire vi sia un’associazione con il fenomeno della domesticazione. La domesticazione, infatti, è generalmente un processo co-evolutivo che si è sviluppato nel corso di migliaia di anni a cui si è aggiunta, in molti casi, una completa o parziale selezione artificiale da parte dell’Uomo. Sarebbe importante tener conto di questa distinzione quando ci si approccia alle specie sinantropiche, che rimangono pur sempre selvatiche e che quindi mantengono una caratteristica indole di “selvaticità”.
Un’ulteriore considerazione è che la natura, in generale, risulta sempre più antropizzata.
Diventa sempre più difficile, infatti, cercare di differenziare gli ambienti naturali da quelli antropici o urbani. L’Homo sapiens è riuscito a colonizzare buona parte del nostro pianeta, spesso lasciando un’impronta devastante sull’ambiente e sugli ecosistemi, arrivando anche nelle zone più incontaminate. Appare quindi difficile studiare l’influenza degli esseri umani o degli ambienti antropici sulla fauna selvatica ed è quindi necessario utilizzare alcuni parametri (come il volontario avvicinamento degli animali a città, villaggi o agglomerati urbani) per distinguere le vere specie sinantropiche dalle altre, facendo le opportune riflessioni.
La presenza di animali selvatici negli ambienti antropici è un problema sempre più attuale. Solo recentemente ha fatto molto discutere il caso di alcune volpi “umanizzate” che frequentavano strade e parchi urbani nella città di Bari. Alcuni quotidiani hanno riportato la storia di Okinawa, una volpe che veniva avvicinata e alimentata con würstel da un paninaro un po’ troppo “generoso”. Il fatto più preoccupante è stato che nel giro di poche settimane si sono susseguiti diversi avvistamenti di volpi urbanizzate nel barese: due sono state investite per strada da autovetture, una stata prelevata da un parco cittadino e rilasciata in un bosco e un’altra sembra che continui ad essere alimentata con dieta da “fast food” (ma non è detto che si tratti della stessa Okinawa).
Una situazione certamente preoccupante, frutto di comportamenti incoscienti e poco rispettosi verso la fauna selvatica, che mette in serio pericolo la salute di questi animali e l’incolumità dei cittadini.
Tanti sono i casi di cronaca simili a quello di Bari. Piuttosto famoso ed emblematico è quello dei cinghiali presenti nelle zone urbane a sud di Roma, quasi certamente attirati dalla possibilità di trovare facilmente scarti di cibo umano e che ancora oggi causano grossi problemi in termini di sicurezza, viabilità e incidenti stradali.
A peggiorare la situazione nelle nostre città vi è la presenza di specie esotiche invasive, che in molte aree geografiche della nostra penisola caratterizzano da decenni il paesaggio naturalistico. Nutrie, parrocchetti dal collare, scoiattoli grigi, minilepri o addirittura procioni mostrano una straordinaria capacità di adattarsi agli ambienti antropici, riuscendo ad ottenere un ulteriore vantaggio rispetto alla specie autoctone.
Di fronte a questo scenario allarmante, quali possono essere le cause dirette che portano alla presenza di animali selvatici in città e soprattutto cosa possiamo fare per cercare di risolvere il problema?
Sicuramente alimentare in maniera volontaria le specie selvatiche nelle città o lasciare immondizia e resti di cibo nei pressi dei centri abitati possono essere fattori determinanti per far sì che gli animali si avvicinino in maniera pericolosa alle aree urbane. Seppur in buona fede, si rischia di provocare conseguenze inaspettate, generando pericoli per la salute degli animali (spesso i cibi umani possono essere tossici o dannosi per la fauna) e mettendo in serio rischio la loro incolumità e quella delle persone.
È invece auspicabile un approccio più rispettoso agli animali selvatici, che tenga conto della loro “selvaticità” e delle loro necessità etologiche specie-specifiche. In questo senso, sarebbe opportuno prestare particolare attenzione a non lasciare scarti alimentari in giro e ricordarsi di tenere gli animali domestici sempre in sicurezza, soprattutto nelle ore notturne. È stato infatti osservato che i lupi, come altre specie selvatiche, vengono attirati proprio dalla possibilità di predare fauna selvatica urbanizzata e abituata all’Uomo. Inoltre, sempre nelle zone urbane, per i lupi è molto facile attaccare bestiame non custodito oppure trarre vantaggio da carcasse, avanzi e scarti di produzione che vengono abbandonanti senza alcuna precauzione. Bisogna anche considerare che in alcuni casi i nostri animali domestici rappresentano dei potenziali partner riproduttivi per la fauna selvatica, con il forte rischio di generare ibridi interspecifici con conseguenti problematiche a livello di conservazione e sicurezza pubblica.
In conclusione, quindi, si può dire che la migliore strategia per gestire la situazione degli animali selvatici presenti nelle zone urbane è quella di saper porre dei limiti tra la fauna e gli esseri umani, evitando ogni pratica dettata puramente da un egoismo antropocentrico.
Questi limiti non devono essere un modo per differenziarci o per elevarci come “entità superiori” rispetto alle altre specie animali, ma piuttosto dovrebbero servire per capire quanto il rispetto degli animali selvatici porti a reali benefici non solo alle singole specie ma anche all’ambiente, agli ecosistemi e a tutti noi.

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