La fine dell’era “antibiotics-only”

La resistenza sviluppata dalle diverse specie batteriche nei confronti dei farmaci antibiotici si sta diffondendo in modo progressivo e apparentemente inarrestabile. Come verranno trattate dunque le malattie infettive di origine batterica al termine dell’era antibiotica?
Elisa Rampacci, 06 Marzo 2019
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La resistenza sviluppata dalle diverse specie batteriche nei confronti dei farmaci antibiotici si sta diffondendo in modo progressivo e apparentemente inarrestabile.
“Se non si farà nulla provocherà più morti del cancro entro il 2050”, tuona Karin Kadenbach, membro parlamentare europeo e componente della commissione ENVI per l’ambiente, salute pubblica e sicurezza alimentare. Entro questa data, le infezioni sostenute da batteri resistenti agli antibiotici provocheranno con tutta probabilità 10 milioni di morti l’anno, più della metà dei quali nella sola Africa e Asia, con un costo stimato di $100 trilioni.
Al presente, l’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che i costi legati all’assistenza sanitaria dovuta alla resistenza antibiotica superano $1,5 bilioni ogni anno nella sola Unione Europea. Ad incutere timore è l’evidenza che nessuna nuova classe antibiotica abbia visto la luce negli ultimi 30 anni di ricerca scientifica fino alla scoperta, annunciata dai ricercatori della Northeastern University di Boston, Massachusetts, del Teixobactin avvenuta nel 2015.
La molecola è prodotta in natura da un microorganismo tellurico, Eleftheria terrae. Nonostante le potenzialità del Teixobactin, le industrie farmaceutiche sono refrattarie ad investire nello sviluppo e produzione del farmaco, poiché consapevoli del fatto che la prescrizione sarà circoscritta a casi limite al fine di preservarne l’efficacia.
Come verranno trattate dunque le malattie infettive di origine batterica al termine dell’era antibiotica? Molecole farmaceutiche in grado di ripristinare la sensibilità batterica agli antibiotici sono da più parti considerate la nuova frontiera della cura antimicrobica.
Annoverati in questa categoria, gli inibitori delle pompe di efflusso (EPI – efflux pump inhibitors) sono in grado di inibire uno dei più importanti meccanismi di resistenza agli antibiotici: l’esclusione del farmaco dalla cellula batterica a causa dell’aumento di espressione di pompe di efflusso a livello di membrana esterna.
La classe dei composti fenotiazinici, primariamente impiegati come neurolettici ad attività antipsicotica, ha fornito derivati chimici in grado di inibire il sistema di efflusso batterico. Inoltre, la fitochimica ha permesso di identificare numerosi EPI naturali: flavoni, isoflavoni, feoforbide A e glicosidi acilati. Tuttavia, la sopravvivenza legata all’efflusso non è la sola arma di difesa sfoderata dai batteri e, sebbene l’azione degli EPI sia promettente, la produzione di possibili combinazioni antibiotico/EPI non è prevista in tempi brevi.
Un metodo ampiamente indagato ed apparentemente rapido per identificare nuovi agenti antimicrobici è il “drug repurposing”, espressione riferita alla valutazione, in seconda battura, di “vecchi” farmaci ad uso non infettivo per impiegarli nel trattamento di malattie sostenute da specie batteriche. Un esempio emblematico è l’Auranofin, farmaco impiegato per il trattamento dell’artrite reumatoide ri-proposto per la cura di Staphylococcus aureusresistente alla meticillina e Klebsiella pneumoniae. Sebbene tale approccio consenta un iter valutativo accellerato ed investimenti economici contenuti a motivo della disponibilità dei dati riguardanti la farmacocinetica e tossicità dei farmaci approvati, esistono degli impedimenti regolatori al drug-repurposing, principalmente legati alla proprietà legale ed intellettuale del farmaco.
Il declino dell’efficacia antibiotica ha inoltre rinnovato l’interesse per l’impiego dei batteriofagi, i virus batterici. In virtù di avanzate tecniche biotecnologiche, fagi ingegnerizzati e proteine litiche purificate dai fagi hanno dimostrato potenziale per essere impiegati come alternativa o coadiuvanti i farmaci antibiotici nelle infezione causate da batteri multi-resistenti. Tuttavia, le ricerche riguardanti gli esiti dell’interazione tra batteriofagi ed organismo umano o animale riportano dati controversi che necessitano di un approfondito esame a tutela da effetti collaterali imprevisti.
Ad onor del vero, non basterebbe un intero numero dedicato di micron per approfondire le innumerevoli alternative all’antibiotico studiate oggi dal mondo accademico, tra le quali, ma non esclusive, inibitori del quorum sensing, immunoterapia, inibitori liposomici delle citotossine batteriche.
Eppure, una nuova scuola di pensiero sta costruendo solide fondamenta, proponendo un approccio terapeutico che favorisce la tolleranza ospite-patogeno fintantochè il batterio non sarà stato debellato dalle difese fisiologiche dell’organismo. Altrimenti, in uno scenario paradossale, il microorganismo patogeno potrebbe divenire parte del microbioma commensale, colonizzare l’ospite senza provocare malattia né danni tissutali. Sebbene molte questioni debbano essere affrontate e chiarite, i risultati ottenuti ad oggi con l’impiego di certi enzimi regolatori fungono da stimolo affinchè questo percorso sperimentale continui ad essere tracciato.
Il verbo imperativo è una voce corale, poiché l’era ‘‘antibiotics-only’’ sta evidentemente giungendo al termine. Presa consapevolezza, la collaborazione tra accademia, industria e forze governative è ritenuta indispensabile al fine di attuare quella rivoluzione necessaria alla cura delle malattie infettive batteriche nel futuro ormai imminente, del quale l’approccio One Health per la salute unitaria dell’uomo, animali ed ambiente sarà la colonna portante.

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