La lotta al deserto che avanza

Non è un problema dell’era moderna: la desertificazione esiste da sempre, ma attualmente procede con una velocità di oltre 30 volte superiore a quelle registrate in passato. Circa due miliardi di persone dipendono oggi da ecosistemi che si trovano nelle dryland, aree a rischio di desertificazione, e il 90% di loro vive in paesi in via di sviluppo. E se il fenomeno si concentra, almeno a livello geografico in alcune regioni del globo, le sue conseguenze si estendono anche ai cinque continenti.
Pietro Greco, 07 Dicembre 2019
Micron
Foto di Free-Photos da Pixabay
Micron
Giornalista e scrittore

Non è un problema dell’era moderna: la desertificazione esiste da sempre, ma attualmente procede con una velocità di oltre 30 volte superiore a quelle registrate in passato. Circa due miliardi di persone dipendono oggi da ecosistemi che si trovano nelle dryland, aree a rischio di desertificazione, e il 90% di loro vive in paesi in via di sviluppo. E se il fenomeno si concentra, almeno a livello geografico in alcune regioni del globo, le sue conseguenze si estendono anche ai cinque continenti.

Il deserto che avanza è, forse, il più subdolo tra i rischi ambientali. Perché è lento e silenzioso, ma implacabile. E, per quanto possa sembrare strano – perché si pensa che il deserto sia disabitato – questo rischio interessa centinaia di milioni di persone. È anche per questo che il National Geographic ha rilanciato l’idea espressa da molti studiosi che sia anche «the greatest environmental challenge of our time»: la più grande sfida ambientale del nostro tempo. E il cambiamento del clima, secondo il Climate Change and Land, il recente rapporto dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) sull’effetto serra e il suolo, sta rendendo la sfida ancora più aspra e più ardua.

I dati forniti dagli esperti dell’IPCC, d’altra parte, parlano chiaro: una volta definite le cinque tipologie di suolo del pianeta (iperaride, aride, semi-aride, secche sub-umide e umide) è relativamente facile verificare che le prime due (aride e iperaride o desertiche) coprono il 46,2% delle terre emerse del pianeta e sono abitate da 3 miliardi di persone, che saliranno ad almeno 4 miliardi entro il 2050. Certo, sostengono gli esperti dell’IPCC, non c’è alcuna evidenza scientifica che le terre aride stiano aumentando di superficie. In alcune zone effettivamente si estendono, ma in altre arretrano e il bilancio è incerto.

C’è invece una tendenza, che molti ritengono netta ed evidente: all’interno delle terre aride aumentano i deserti. L’UNCCD, l’organismo delle Nazioni Unite che si occupa di desertificazione, sostiene che ogni anno 12 milioni di ettari si trasformano da terre produttive in deserti. Terre che sarebbero potenzialmente in grado di produrre, annualmente, 20 milioni di tonnellate di grano. Meno del 10% delle terre aride è in questo momento interessato al processo di desertificazione. Ma nelle aree dove il deserto sta avanzando abita più del 20% della popolazione residente nelle zone aride. Una popolazione cresciuta notevolmente negli ultimi settant’anni, essendo passata dai circa 172 milioni di persone del 1950 agli oltre 630 milioni attuali. La gran parte di queste persone vive nel Sud Est dell’Asia, nel Nord Africa e in Medio Oriente. L’IPCC valuta che le persone esposte al rischio desertificazione aumenteranno con l’aumentare della temperatura media del pianeta. Se riusciremo a mantenere tale aumento entro 1,5 °C rispetto all’epoca pre-industriale, le persone a rischio saranno all’incirca 930 milioni; se invece la temperatura crescerà di 2 °C, le persone a rischio saranno duecento milioni in più; se raggiungerà i 3 °C, le persone esposte saranno quasi 1,3 miliardi.

L’aumento dei deserti determina un aumento della povertà: nelle zone più secche e più a rischio di ulteriore desertificazione dell’Africa sub-sahariana il 42% della popolazione vive in condizioni di estrema povertà. Contro il 12% nelle zone aride dell’Asia. In ogni caso, si tratta di percentuali più alte della media mondiale, che è del 10%. L’impatto economico della desertificazione è stato scientificamente valutato più volte e in diversi paesi. In Niger, per esempio, il costo della degradazione dei suoli si stima determini la perdita dell’11% del Prodotto interno lordo (PIL). In Argentina, l’erosione dei terreni e la perdita dei servizi naturali offerti dagli ecosistemi determina ogni anno un taglio addirittura del 16% del PIL. A questo si devono aggiungere i danni provocati dalle tempeste di sabbia. Il deserto ne produce in gran quantità e sia i cambiamenti del clima sia quelli nell’uso dei suoli ne stanno accelerando la frequenza e la potenza. Secondo alcuni studi, tra la fine dell’Ottocento e oggi le tempeste di sabbia sono aumentate del 25%; un aumento ben documentato in Medio Oriente. Ebbene, la sabbia trasportata dal vento causa enormi danni e persino la distruzione delle infrastrutture che ne sono colpite: pensate solo alle conseguenze per il sistema ferroviario. Ma queste tempeste rappresentano anche e soprattutto un pericolo mortale diretto per un gran numero di persone: si calcola che ogni anno oltre 400.000 persone perdano la vita a causa delle complicazioni cardio-vascolari indotte dalla sabbia spinta dal vento.

Le cause della desertificazione sono diverse. La prima è relativa ai cambiamenti climatici: in molte zone il climate change è alla base di questo processo, sia perché aumenta la temperatura e, di conseguenza, l’evaporazione dal suolo, sia perché diminuiscono (in quelle zone) le piogge. Ma non bisogna sottovalutare la forza della pressione della crescente urbanizzazione o quella delle cattive pratiche agricole, che producono tra l’altro salinizzazione e perdita di nutrienti delle terre coltivate a causa di un pessimo sistema di irrigazione. Per non parlare delle attività minerarie e dell’allevamento, con l’estensione dei pascoli. A causa di tutto ciò – e di altro ancora – si calcola che l’erosione dei suoli determini, a scala globale, la perdita di 42 milioni di tonnellate di azoto e di 26 milioni di tonnellate di fosforo ogni anno. Per compensare queste perdite, gli agricoltori tendono a utilizzare una quantità crescente di fertilizzanti che è tra le cause, appunto, della salinizzazione (l’aumento della presenza di sali minerali nel terreno) oltre che dell’acidificazione dei suoli.

Ma la desertificazione non produce solo calo della produttività agricola e povertà. Produce anche una riduzione della biodiversità: si calcola che, tra il 1980 e gli anni 2000, il 9,2% delle terre aride ha subito una forte diminuzione della propria ricchezza biologica. Mentre, per un paradosso che è solo apparente, il deserto che avanza si mostra un luogo particolarmente accogliente per le specie invasive aliene. L’avanzata dei deserti non riguarda solo l’Africa o l’Asia. Interessa nel complesso 100 paesi, compresi alcuni europei tra cui l’Italia. Secondo l’Atlante mondiale della desertificazione elaborato di recente dal Joint Research Centre (JRC) dell’Unione Europea, sono 13 gli stati europei dell’Unione, soprattutto in area mediterranea, ma anche lungo le coste del Mar Nero, già alle prese con processi di desertificazione dai costi economici non banali: Bulgaria, Cipro, Croazia, Grecia, Italia, Lettonia, Malta, Portogallo, Romania, Slovacchia, Slovenia, Spagna e Ungheria. Per i paesi più esposti non si tratta di un problema marginale. Si calcola, infatti, che in Spagna è a rischio desertificazione il 44% del territorio, in Portogallo il 33%, in Grecia e in Italia il 20%. In Italia i rischi maggiori sono nel Mezzogiorno, ma ormai il deserto rischia di avanzare anche al Centro e nel Settentrione.

Sebbene si tratti però di un rischio elevato, non ne esiste ancora la consapevolezza. Non solo in Italia, ma in tutta Europa. Alla fine del 2018 la Corte dei conti europea ha reso pubblico il rapporto speciale Combattere la desertificazione nell’UE: di fronte a una minaccia crescente occorre rafforzare le misure. E le parole usate sono state piuttosto severe. «La Corte conclude – si legge nel rapporto – che, benché la desertificazione e il degrado del suolo siano minacce attuali e crescenti nell’UE, la Commissione non ha un quadro chiaro di tali problematiche ed i provvedimenti presi per combattere la desertificazione mancano di coerenza. La Commissione non ha valutato i progressi compiuti riguardo all’impegno di conseguire, entro il 2030, la neutralità in termini di degrado del suolo». Ricorda infatti la Corte che, nel 2015, sia l’Unione che gli Stati membri si sono impegnati a raggiungere entro, appunto, il 2030 la neutralità in termini di degrado del suolo. Eppure a tutt’oggi, scrive nero su bianco la Corte, non solo non è stata condotta una valutazione completa sul degrado del suolo nei 28 paesi dell’Unione, ma neppure è stata concordata una metodologia per realizzarla, questa necessaria valutazione. Non c’è stata alcuna forma di coordinamento fra gli Stati membri né la Commissione di Bruxelles ha fornito orientamenti concreti in materia. In conclusione: «Manca ancora, nell’UE, una visione chiara e condivisa su come conseguire, entro il 2030, la neutralità in termini di degrado del suolo». C’è solo un impegno generico a bloccare i processi di erosione e cambiamenti nell’uso del suolo entro il 2030, ma non ci sono azioni conseguenti, Scrive, senza mezzi termini: «Non esiste una strategia, a livello dell’UE, per far fronte alla desertificazione e al degrado del suolo». La stessa denuncia può essere avanzata nei confronti del nostro paese.

Eppure a scala globale, come a scala locale, si può fare qualcosa. Anzi, più di qualcosa. Intanto ci si può riferire alla United Nations Convention to Combat Desertification (UNCCD), la convenzione varata nel 1994 in risposta all’appello avanzato due anni prima a Rio de Janeiro in occasione del Summit della Terra. È la legge quadro internazionale per combattere la desertificazione. Nell’ambito di UNCCD è stata varata la Great Green Wall Initiative (l’iniziativa per un grande muro verde), con l’obiettivo di restituire alla vegetazione 100 milioni di ettari in Africa entro il 2030. Un progetto simile è attualmente in corso nella Cina settentrionale: Pechino sta creando una barriera verde (di alberi) per impedire l’avanzata del deserto del Gobi. Di recente il primo ministro dell’Etiopia, Abiy Ahmed, ha lanciato il progetto di piantare un miliardo di alberi per rendere di nuovo verdi le enormi estensioni deforestate del suo paese. Al 31 luglio 2019 ne erano già stati piantati 350 milioni, secondo notizie di fonte governativa.

Tuttavia piantare alberi non basta. La stessa Great Green Wall Initiative ritiene necessario accompagnare la riforestazione con concreti aiuti ai piccoli agricoltori affinché coltivino i loro campi con il minor consumo di acqua possibile e favorendo la crescita spontanea della vegetazione. Gli autori del World Atlas of Desertification, l’atlante mondiale della desertificazione, ricordano che l’80% degli agricoltori del mondo sono contadini piccoli proprietari. Il loro numero è così grande, proseguono, che basterebbero modeste azioni individuali per contrastare con efficacia il deserto.

Certo, è vero, le popolazioni minacciate dal deserto in Africa come in Asia hanno alta resilienza, resistono adattandosi fino al limite del possibile, e hanno anche una certa capacità di innovazione. È necessario, dunque, renderli protagonisti. Ma quegli agricoltori potranno resistere solo se saranno favoriti e non oppressi dal mercato globale. Solo se la vendita dei prodotti delle loro terre renderà possibile la loro sopravvivenza. Insomma, occorre un intervento economico a scala globale che renda le loro attività sostenibili, sia da un punto di vista ecologico che economico.

Diversa è per molti aspetti la lotta alla desertificazione in Italia e in Europa. Da noi i mezzi tecnici dispiegabili sono enormemente maggiori e i problemi enormemente minori (ma non nulli). Certo, c’è da intervenire per conferire un carattere di sostenibilità “eco-eco” (economica ed ecologica) alla lotta alla desertificazione anche sul Vecchio Continente. Ma per noi il problema è squisitamente culturale: il rischio sembra così remoto e così semplice da aggredire, che, come rileva la Corte dei conti europea, alla fine nessuno (o quasi) fa nulla.

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