La marcia dei pinguini

Oggi, 25 aprile, si celebra anche la Giornata mondiale dei Pinguini. Abbiamo colto l’occasione per conoscerli più da vicino con l’aiuto della maggiore esperta italiana in materia, Silvia Olmastroni, che da più di 20 anni studia questi simpatici abitanti del continente ghiacciato, il cui futuro è a rischio soprattutto a causa delle attività dell’uomo.
Micron
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Giornalista scientifica

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Quando si parla di Antartide è impossibile non pensare a loro: i pinguini. Questi goffi abitanti del continente ghiacciato hanno conquistato non solo l’immaginario collettivo, ma anche il grande schermo, diventando vere star del cinema. Hanno accompagnato in svariati balletti Julie Andrews in Mary Poppins, si sono guadagnati un ruolo da protagonista in molti film d’animazione, da Happy Feet ai vari Madagascar. E hanno persino dato il nome a uno degli acerrimi nemici di Batman.
Oggi, 25 aprile, si celebra la Giornata mondiale dei Pinguini e abbiamo colto l’occasione per conoscerli più da vicino e sfatare qualche mito su questi uccelli marini con l’aiuto della maggiore esperta italiana in materia: Silvia Olmastroni, ricercatrice del Museo Nazionale dell’Antartide e dell’Università di Siena, che da più di 20 anni studia i pinguini. E in particolare una delle specie più chiacchierate e citate dai media di questi tempi: i pigoscelidi di Adelia.

FACILE DIRE PINGUINO
Le caratteristiche generali dei pinguini sono note a tutti. Sono uccelli marini sociali che vivono in grosse colonie. Non sanno volare, ma sono ottimi nuotatori. E in generale, il loro aspetto è caratteristico: postura eretta, zampe corte e andatura goffa. Qualcuno ha ciuffi o creste dorate, qualcun altro ha macchie giallo-arancio nel piumaggio del capo o del collo, come il pinguino reale (Aptenodytes patagonicus) o quello imperatore (A. forsteri). Ma in sostanza tutti hanno ventre bianco e dorso nero-bluastro. Una colorazione che risulta vantaggiosa in immersione perché riduce la possibilità di essere avvistati. Osservandoli dall’alto, infatti, si mimetizzano con il blu profondo dell’oceano. Mentre visti dal basso, il ventre chiaro si confonde con la superficie del mare illuminata dal sole. Così sono meno visibili sia agli occhi delle prede che a quelli dei predatori, come orche e foche leopardo.
Tutti finiscono per essere chiamati “pinguini”, ma ci sono anche i pigoscelidi e gli eudipti. Sono 17 (per alcuni 18, ndr) le specie appartenenti alla famiglia degli Sfeniscidi, l’unica dell’ordine degli Sfenisciformi. Il più grande di loro, il pinguino imperatore, raggiunge i 40 kg di peso e il metro e venti di altezza, mentre il più piccolo, il pinguino minore blu (Eudyptula minor), è alto 30 cm e pesa appena poco più di un chilo.

TUTTI AL FREDDO?
Sono diventati l’icona del continente antartico, ma non tutti i pinguini vivono al freddo, né al Polo Sud. «Le specie di pinguini che vivono e nidificano in Antartide sono solo cinque: le tre specie appartenenti al genere Pygoscelis (tra cui il pinguino di Adelia), il pinguino imperatore e l’eudipte ciuffodorato (Eudyptes chrysolophus). Le altre, invece, si spingono fin sulle coste di Australia, Nuova Zelanda, Sud America o Sud Africa. Quella che risale più a nord è il pinguino delle Galápagos (Spheniscus mendiculus) che, seguendo la corrente fredda di Humboldt, raggiunge la linea dell’Equatore» spiega a micron Silvia Olmastroni.
Per sopravvivere alle temperature rigidissime e non morire di freddo, le specie antartiche presentano adattamenti morfologici e fisiologici straordinari. Hanno arti molto corti e un piumaggio fittissimo, che consente loro di intrappolare aria e restare al caldo. E anche se la loro temperatura corporea si aggira sui 39°C, quella della testa, delle ali e delle zampe arriva a 6°C. «Questo grazie a un particolare scambio di calore in controcorrente. In pratica il sangue arterioso man mano che avanza verso le zampe cede calore al vaso venoso vicino. In questo modo recuperano la maggior parte del calore che andrebbe disperso dalle parti più esposte e a contatto con il freddo. Il pinguino imperatore, poi, riesce a recuperare calore persino dalle fosse nasali durante l’espirazione: un adattamento particolarmente importante perché questa specie è l’unica che si riproduce durante l’inverno antartico, quando le temperature scendono sotto a -35 °C e i venti arrivano a 200 km/h».

VITA SUBACQUEA
L’adattamento principe di questo gruppo, però, è quello alla vita acquatica. «I pinguini sono ottimi nuotatori e apneisti, tornano sulle coste antartiche solo per riprodursi. Usano le ali come fossero pinne e, a differenza dei loro parenti volatori, hanno le ossa piene e non cave» continua Olmastroni. «Hanno tutti una dieta a base di krill e pesce, che varia leggermente a seconda della nicchia trofica e della loro capacità di immersione. In questo caso il record appartiene al pinguino imperatore, che raggiunge i 400-500 m di profondità e sfiora i 30 minuti di apnea. E con queste performances riesce ad aggiungere alla sua dieta i calamari, che invece sono molto rari nella dieta dei pigoscelidi di Adelia. Questi ultimi, infatti, pescano fino a 170 m di profondità e prediligono apnee di 2-3 minuti. Infine, tutti i pinguini hanno una forte filopatria: sono animali migratori, ma anno dopo anno ritrovano la loro colonia grazie a un olfatto sviluppatissimo e a un orientamento eccezionale. Come molti altri uccelli marini volatori».

SPECIE A RISCHIO
Nonostante la loro popolarità, però, quasi tutte le specie di pinguini sono inserite nelle red list dell’Iucn, delle specie minacciate. E la colpa è principalmente dell’uomo. «Negli ultimi 10 anni la situazione è peggiorata: oggi solo 5 specie rientrano nella categoria “minor preoccupazione”. Tutte le altre sono classificate come minacciate, vulnerabili o addirittura in pericolo. Questo per diversi motivi» spiega Olmastroni. «Per le specie che nidificano in Nuova Zelanda, in Sud America e in Sud Africa la minaccia maggiore è la distruzione e la perdita di habitat a causa delle attività umane. Invece per le specie legate al ghiaccio marino, come l’Adelia e l’imperatore, il principale motivo di preoccupazione è l’innalzamento delle temperature a causa del cambiamento climatico. Un’altra minaccia è rappresentata dalle attività commerciali di pesca e dal crescente sfruttamento delle risorse marine antartiche: un’attività umana che può avere grosse ripercussioni anche sui pinguini. Infine sicuramente c’è un problema di inquinamento. Un altro problema emergente è la plastica. Una parte viene ingerita accidentalmente e finisce per ostruire lo stomaco di molte specie animali, dagli uccelli marini ai cetacei. Ma il problema vero sono i suoi frammenti: micro e nanoplastiche, che possono essere ingerite dal krill e risalire la catena alimentare antartica, arrivando ad accumularsi anche nei pinguini. Inoltre micro e nanoplastiche hanno la capacità di captare altre particelle inquinanti, diventando un concentrato tossico».

IL PINGUINO DI ADELIA E I MEDIA
Una delle specie che più risente delle attività di pesca e del riscaldamento globale è il pigoscelide di Adelia (Pygoscelis adeliae). Una delle tre specie di pinguini dalla coda a spazzola, alta circa 50 cm e con un peso di 5-6 kg. «Questa specie nidifica circumpolarmente, sulle coste del continente antartico tra metà ottobre e fine febbraio, ed è strettamente legata alla presenza di ghiaccio marino. Per questo motivo è un ottimo bioindicatore della salute dell’ecosistema antartico» spiega Olmastroni. «Proprio a causa della fusione del ghiaccio marino o dello spostamento di grossi iceberg, che può avvenire anche per processi naturali di distacco, la loro popolazione può subire grosse fluttuazioni stagionali». E infatti proprio i pigoscelidi di Adelia affollano spesso i media con titoli sensazionalistici. Nel 2016 fu la famosa “strage dei 150.000 pinguini” a Cape Denison per colpa di un enorme iceberg che non consentiva ai pinguini di raggiungere il mare e tornare al nido, se non percorrendo 60 km ad ogni viaggio. La nidiata, così è stata abbandonata e i giovani pinguini sono morti di fame. Qualche mese fa la brutta esperienza si è ripetuta sull’isola di Petrels, dove in una colonia di 18.000 nidi solo due pulcini sono sopravvissuti. E infine, a marzo, si è parlato di una “nuova supercolonia” di un milione e mezzo di pinguini scoperta alle Danger Islands. In realtà la colonia era già nota da 60 anni, ma adesso è stata fatta una stima più accurata grazie all’aiuto di droni e di immagini satellitari. «Le notizie possono sembrare un po’ distoniche, soprattutto se enfatizzate dai media. La verità è che il successo riproduttivo del pinguino di Adelia dipendono strettamente dall’estensione del ghiaccio marino. Per questo le varie colonie, anno dopo anno, possono oscillare parecchio. Ci sono popolazioni che crescono e altre che diminuiscono» specifica Olmastroni. «Nel caso di Petrels Island si è parlato di strage di pinguini, ma in questi casi è meglio parlare di una catastrofica annata riproduttiva a causa della alterata circolazione del ghiaccio marino dovuta appunto ad un iceberg molto grande che tratteneva troppo ghiaccio marino di fronte alle colonie. Le conseguenze di questi eventi, se si ripetono a lungo le potremo vedere nel futuro, perché non ci saranno i nuovi riproduttori a sostituire gli adulti che si riproducono oggi. Purtroppo sono eventi stocastici che non sono prevedibili e che fanno fluttuare queste popolazioni in maniera molto forte. Ad ogni modo, oggi possiamo fare affidamento su conteggi molto precisi grazie alle immagini satellitari. Ma dobbiamo attenerci alla realtà». E qual è la realtà? «Le diverse colonie di questa specie hanno trend demografici opposti tra le diverse aree del continente antartico, ma tutto sommato è la specie di pinguino più numerosa. La popolazione mondiale, secondo le ultime stime effettuate anche grazie ai droni e alle immagini satellitari, ammonta a 4 milioni di coppie riproduttive. E il 36% di questi vivono nel Mare di Ross, che bagna la stazione scientifica italiana Mario Zucchelli». Una fortunata coincidenza, che ha dato il la a una ricerca che dura da oltre 20 anni.

IL PROGETTO PenguinEra
Era il 1994 quando l’Università di Siena, in collaborazione con l’Australian Antartic Division, ha iniziato il programma di monitoraggio a lungo termine sul pinguino di Adelia nel Mare di Ross, per il CCAMLR Ecosystem Monitoring Program, nell’ambito del Programma Nazionale di Ricerche in Antartide (PNRA).
Oggi il progetto PenguinEra riprende il lavoro che Olmastroni ha iniziato nel 1996: uno studio approfondito dell’andamento della colonia, delle aree utilizzate per il foraggiamento durante la riproduzione e della dieta della specie. Una ricerca portata avanti negli anni con i colleghi Ilaria Corsi e Francesco Ferretti, Simonetta Corsolini e Francesco Pezzo. Ultimamente, poi, «abbiamo aggiunto lo studio delle dinamiche di popolazione, per capire se ci sono scambi genetici (e di che entità) anche con le colonie limitrofe a quella dello studio principale, che si trova nell’area della base Mario Zucchelli» precisa Olmastroni. «Infine facciamo anche degli esami eco-tossicologici per valutare il loro stato di salute. Tutti questi dati li raccogliamo in meno di dieci minuti, durante le fasi di campionamento. L’animale viene catturato quando è al nido, viene marcato e pesato, e gli preleviamo 5-6 piume per le analisi genetiche. Infine applichiamo gli strumenti satellitari per poter studiare le aree di foraggiamento. Per le marcature usiamo dei trasponder sottocutanei. In pratica quelli che chiamiamo microchip e che mettiamo ai nostri cani. Questi trasponder vengono applicati una sola volta nella vita e ci permettono di osservare gli animali senza doverli ricatturare. Bastano i lettori portatili a distanza, per cui quando l’animale è sul nido lo riconosciamo. E poi in una zona della colonia abbiamo un sistema automatico: una piattaforma messa appositamente all’ingresso della colonia, su cui i pinguini passano (quasi) ogni volta che entrano ed escono dalla colonia. Passando su questa piattaforma, se sono marcati, il loro passaggio viene registrato da un computer. Quindi riusciamo a calcolare la durata dei viaggi, la permanenza nelle aree di foraggiamento e quando avviene lo scambio al nido, anche se non siamo lì sul posto».


Fonte: Progetto PenguinEra

Quando non c’è bisogno di applicare i trasponder, il team si dedica al controllo dei nidi marcati, appuntandosi il numero di uova o di pulcini presenti per valutare il successo riproduttivo della stagione. Infine si monitorano anche le interazioni dei pinguini con altre due specie. Una è lo stercorario di McCormick, che nidifica nelle stesse aree del pinguino di Adelia e ne preda pulcini e uova. L’altra è l’uomo: sono già sorte tre basi di ricerca lungo lo stesso tratto di costa e la zona si sta popolando sempre più di umani. «Io dei pinguini ho solo ricordi piacevoli» confessa Olmastroni. «Loro forse un pochino meno, perché noi siamo sempre lì che li osserviamo, li pesiamo… Ma è verso la fine della stagione riproduttiva, quando il carico di lavoro diminuisce e possiamo passare più tempo ad osservarli, che è davvero emozionante. Gli adulti e i pulcini ormai grandi non sono più legati al nido e alcuni sono addirittura incuriositi da noi. Vincono la timidezza e si avvicinano a noi, anche se siamo distanti una decina di metri. Ci vengono vicino, ci beccano lo zaino o gli scarponi. Si invertono i ruoli: ci studiano loro. E io non posso che sentirmi una privilegiata».

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