La meritocrazia non è un mito

Il sogno americano esiste ancora? Un argomento dibattuto e sofferto, specialmente se ci si ritrova ad essere studente negli Usa del ventunesimo secolo e a cercare il proprio posto tra milioni di altri che vi ambiscono. Ma la storia di Micheal Brown, giovane di 17 anni, dimostra che impegno e determinazione possono ancora fare la differenza.
Elisa Rampacci, 20 Marzo 2019
Micron
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Primi anni del Novecento. Una giovane donna di nome Cetta fugge con il suo bambino da un Aspromonte retrogrado e misogino. Un transatlantico li porta ai piedi della Statua della Libertà, simbolo di una New York che appare agli occhi di Cetta come la terra promessa in cui far crescere suo figlio Natale, ribattezzato poi Christmas.
Questo è il sogno americano raccontato da Luca di Fulvio nel suo capolavoro Diamond dogs – La gang dei sogni. L’enorme potenza emotiva ed evocativa di questo romanzo risiede tutta nella figura di Christmas, che nulla possiede ad eccezione di un talento unico e raro. Un fuoco sacro, che lo porterà sino alla Broadway più splendente in modo inevitabile e predestinato.
Sì, perché gli Stati Uniti d’America sono sempre stati considerati la terra delle opportunità, almeno fino ai giorni nostri.
“Googlando” oggi Sogno Americano, compaiono innumerevoli pagine web connesse da un quesito comune: il sogno americano esiste ancora? Mai argomento è apparso tanto dibattuto e sofferto, specialmente se ci si ritrova ad essere studente nell’America del ventunesimo secolo e a cercare il proprio posto tra milioni di altri che vi ambiscono. Opinione comune è che il sogno americano esista ancora ma sia in costante stato di mutevolezza, alla quale contribuisce l’ambiente così altamente competitivo del tempo presente nel quale, forse, neppure il grande dono di Christmas riuscirebbe ad emergere. Ottenere borse di studio è un po’ come vincere un milione di dollari alla lotteria. Allo stesso tempo, la laureaè considerata essenziale per il conseguimento del proprio sogno americano poiché, dopo la Grande Recessione, il numero di posti di lavoro richiedenti una laurea sono maggiori rispetto a quelli per cui questa non risulta necessaria.
Alla base del sogno americano sta il concetto di “mobilità economica”, secondo cui il talento e il duro lavoro consentiranno anche agli americani con un reddito più basso di salire la scala economica ed ottenere una posizione sociale migliore rispetto a quella raggiunta dalle generazioni familiari che li hanno preceduti.
Tuttavia, le università degli USA sembrano contribuire in modo ineguale alla mobilità economica. Una ricerca diretta da Harvard e Brown in collaborazione con altre università, inserita nel progetto Equality of Opportunity, ha evidenziato che istituti pubblici di medio livello, principalmente in stati come la California, Texas e New York, sono motori di mobilità ascendente grazie ad un maggior sostegno finanziario per studenti a basso reddito, associato a consolidati programmi di mentoring. Contrariamente, i prestigiosi college della Ivy League (Harvard, Yale, Brown, University of Pennsylvania, Princeton, Columbia, Cornell, Dartmouth), e non solo, risultano contribuire in misura inferiore alla realizzazione del sogno americano come qui inteso, con una frazione di studenti provenienti da famiglie a basso reddito cresciuta molto poco nel periodo 2000-2011.
Eppure, un video divenuto virale nella rete, in cui si osserva un ragazzone urlare incredulo ed emozionato dopo la conferma di accettazione a Stanford, dimostra che la meritocrazia non è solo un mito. Questa è la storia di Michael Brown, un giovane afroamericano di 17 anni divenuto recentemente famoso entro ed oltre i confini statunitensi per essere stato abbracciato dai venti più prestigiosi college degli USA. Micheal è nato e cresciuto in un quartiere popolare di Houston, in Texas, ma l’umile origine non è stata di ostacolo alla sua determinazione.
Il curriculum scolastico faticosamente costruito, oltre ad una buona dose di attività extrascolastiche e di volontariato gli ha aperto le porte di, fra le venti, quattro Università comprese nell’illustre Ivy League (Harvard, Yale, University of Pennsylvania, Princeton) oltre che di Stanford, la meta prefissata. Michael ha ottenuto il punteggio massimo di GPA (Grade Point Average) pari a 4.8, 1540/1600 nel test attitudinale e 34/36 nell’AST (American College Testing), non imputando un tale successo a presunte capacità mnemoniche fuori dal comune o a particolari doti di apprendimento. Michael ce l’ha fatta perché, per sua ammissione, ha lavorato duramente e i suoi sforzi si sono tramutati alla Mida maniera in 260.000 dollari di borse di studio.
È chiaro che nella terra delle opportunità contemporanea i successi non arrivano senza meriti e che serve qualcosa in più oltre al talento: la fatica, il rischio, la determinazione. Michael vuole occuparsi di politica e nei suoi saggi ha scritto nero su bianco il suo obiettivo, rendere il mondo migliore nel suo futuro. Può apparire il proposito scontato di un giovane sognatore ma chi scrive se lo augura di cuore.

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