La privacy nell’era del capitalismo di sorveglianza

I video che guardiamo, la musica o le trasmissioni che ascoltiamo, ciò che compriamo, le notizie che leggiamo, i click, i ‘like’, le foto che postiamo e i termini che cerchiamo in rete sono diventate le materie prime di un nuovo tipo di mercato e di una nuova forma di capitalismo.
Romualdo Gianoli, 20 Maggio 2019
Micron
Micron
Giornalista Scientifico

Il capitalismo di sorveglianza è una definizione coniata recentemente per descrivere quella forma di capitalismo per la quale le materie prime sono costituite dalle esperienze private umane. Può sembrare una lettura estrema ma basta riflettere sulla trasformazione e l’adattamento ai tempi e alle tecnologie del capitalismo tradizionale, per rendersi conto di quanto l’evoluzione del concetto di materia prima sia logica.
All’origine del capitalismo la natura era venduta sotto forma di terra e il lavoro come manodopera. Nell’epoca di internet le materie prime non sono né la terra, né la manodopera bensì i comportamenti: i video che guardiamo, la musica o le trasmissioni che ascoltiamo, ciò che compriamo, i libri che leggiamo, le notizie che c’interessano, i click che facciamo, i ‘like’ che mettiamo sui social, le foto che postiamo e i termini che cerchiamo in rete. Tutte queste ‘materie prime’ grezze, sono successivamente convertite in dati comportamentali ed elaborate in predizioni di prodotto che possono (e sono) vendute e scambiate in un nuovo tipo di mercato, i cui beni trattati sono esclusivamente i comportamenti futuri delle persone.
Siccome oggi chiunque di noi si ritrova continuamente e inconsapevolmente a fornire e scambiare informazioni comportamentali (oltre a quelle più classiche come i dati personali) il termine privacy, in fondo, è una parola che significa tutto e niente.
Se vogliamo, mentre nel capitalismo ‘classico’ la violazione della privacy è, essenzialmente, associata al furto (furto della terra, furto delle informazioni), nell’era del capitalismo di sorveglianza questa violazione è associata al concetto di influenza.
La differenza tra queste due interpretazioni si chiarisce andando a scoprire come nasce la raccolta dei dati comportamentali.
Tra il 2000 e il 2001, analizzando le ricerche fatte dai suoi utenti, Google si rese conto che un’enorme quantità di dati comportamentali era stata raccolta quasi per caso e che questi dati avevano un grandissimo valore perché da essi si potevano ricavare previsioni sui comportamenti futuri delle persone. In quel caso le previsioni riguardavano un aspetto molto specifico dei comportamenti futuri: i banner pubblicitari sui quali era più probabile che le persone avrebbero cliccato. Questa scoperta quasi casuale, stimolò non solo Google a perfezionare i metodi di raccolta dei dati comportamentali (facendone una delle compagnie più ricche sul mercato) ma determinò la nascita di un intero nuovo settore della ‘data analisys’, perché tutte le compagnie (Facebook, Amazon, Apple, etc.), da quel momento, vollero avere accesso a quei dati e seguirono a ruota Google.
Da allora questa possibilità è diventata la logica comune a tutto il settore tecnologico e ora, sebbene in maniera sicuramente meno visibile, si sta diffondendo a tutti i settori dell’economia, perché ogni azienda vuole ricavare introiti dalla disponibilità (pressoché gratuita) di dati comportamentali disponibili ovunque. Nel concreto, questo fenomeno è consentito dalla sempre maggiore diffusione e penetrazione nella nostra vita quotidiana delle tecnologie ‘smart’, cioè collegate in rete e sempre di più lo sarà con il diffondersi dell’Internet of things, quando centinaia di milioni di persone avranno il frigorifero connesso, l’automobile connessa, il televisore connesso, la lavatrice connessa e via dicendo.
Ciò permetterà a miliardi e miliardi di azioni, scelte e comportamenti di ciascun essere umano, di essere registrati, analizzati e usati per influenzarne scelte, azioni e comportamenti futuri in ogni campo, compresa la politica. Oggi vediamo appena l’alba di questo mondo dove da una parte siamo i fruitori di informazioni forniteci dai vari assistenti virtuali come Alexa di Amazon, Siri di Apple, Bixbi di Samsung, Google Now di Google, etc. e, dall’altra parte, diventiamo noi stessi inconsapevoli fonti di informazioni.
La comunicazione può essere a doppio senso anche senza il nostro consenso e senza che ce ne accorgiamo neppure.
Basterebbe ripensare al caso di traffico di dati che ha travolto la società Cambridge Analityca e dato uno scossone a Facebook. Ma c’è anche di peggio, come il caso venuto alla ribalta circa 3 anni fa, di una bambola ‘smart’ venduta negli USA e anche in alcuni Paesi europei. My Friend Cayla, questo il nome della bambola sbarazzina dai lunghi capelli biondi, in grado di parlare e rispondere alle domande delle bambine, perché dotata di un microfono per ascoltare, un altoparlante per parlare e di tecnologia Bluetooth per collegarsi a Internet tramite un’app per smartphone.
Ebbene, a un certo punto un gruppo di consumatori ha scoperto che le conversazioni tra le bambine e la bambola venivano registrate e conservate sui server della Nuance Communications, una multinazionale statunitense specializzata nello sviluppo di software per il riconoscimento e il trattamento vocale, dotata anche di una divisione che sviluppa software per agenzie militari e governative.
Forse, allora, non è un caso che indagando ulteriormente, si è scoperto che i dati biometrici sulle voci, ricavati dalle registrazioni delle conversazioni con le bambine, erano stati venduti a vari soggetti, tra i quali anche agenzie militari e governative come la CIA.
Queste due storie, come le altre simili che già si sono verificate, dovrebbero rendere evidente quanto sia diventato obsoleto il concetto di privacy inteso come protezione dei dati personali e di quanto, invece, il moderno significato di questa parola sia ben più complesso. Oggi le fonti di informazioni comportamentali sono ovunque e a disposizione di chiunque abbia i mezzi tecnologici e sia sufficientemente spregiudicato da sfruttarle per farne l’uso che crede.
Questo stato di cose aiuta a capire meglio la suggestiva metafora creata dalla giornalista investigativa Julia Angwin, che paragona il rischio collettivo che corriamo in conseguenza di questa raccolta di informazioni nascosta e priva di regole, al rischio collettivo che deriva dall’inquinamento ambientale. In altre parole, per la giornalista la tutela della moderna accezione di privacy sta all’ambientalismo come la raccolta occulta dei dati comportamentali sta ai cambiamenti climatici.
È un pericolo globale causato dai governi che si sono fatti cogliere impreparati, dall’assenza di un preciso quadro di regole e dal fatto che gli stessi soggetti che dovrebbero essere regolati (le varie Amazon, Facebook, Google, Apple e via discorrendo) sono quelli che si stanno preparando a scrivere le regole.
Insomma, ha ragione Julia Angwin: il rischio è globale e necessita di risposte globali perché il tempo in cui la privacy si poteva tutelare con pezzo di nastro adesivo sulla fotocamera è passato.

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