La ricerca pubblica in Italia: quali risorse?

Dopo esserci occupati della didattica, vediamo ora come se la cava l’università italiana sul fronte della ricerca, sempre secondo la fotografia scattata dall’ultimo rapporto ANVUR.
Cristina Da Rold, 03 Giugno 2016
Micron
Micron
Giornalista scientifica

Nella scorsa puntata abbiamo visto come se la cavava l’università italiana quanto a numero di iscritti, corsi di studio e personale docente, secondo l’ultimo report ANVUR, pubblicato proprio in questi giorni.
L’università però è sì didattica, ma anche ricerca. Il primo dato che emerge è una sostanziale stabilità della spesa in ricerca e sviluppo nel nostro Paese. La quota di Pil che investiamo in R&S è il 1,31%, ancora lontana dalla media dei Paesi europei (1,92 per UE 28) e dei Paesi OCSE (2,35%). Insomma, se utilizziamo questo come parametro, siamo meglio solo di Russia, Turchia, Polonia e Grecia. Inoltre, anche se consideriamo i finanziamenti del MIUR sia come ricerca corrente che finalizzata, i dati riportati da ANVUR sono poco confortanti. Stabile invece il personale dipendente di enti pubblici ma fortemente in calo il numero di posti di dottorato: un quarto in meno nell’ultimo anno, complice anche l’introduzione del regolamento che prevede l’obbligo che il 75% dei posti di dottorato sia con borsa di studio.

FINANZIAMENTI IN R&S: ENORME DIVARIO NORD-SUD
L’unica regione italiana che si avvicina alla media europea per quota del Pil per ricerca e sviluppo è il Piemonte. In generale, quello a cui si assiste anno dopo anno è l’aprirsi sempre di più della forbice interna fra regioni italiane, con un Sud che investe molto poco. Al Nord in media si spende in R&S l’1,32% del Pil, mentre al sud non si supera lo 0,8%. Tuttavia, il settore pubblico rimane in Italia il comparto che rappresenta la fetta più grande degli investimenti, nonostante fra il 2005 e il 2014 si sia registrata una graduale diminuzione della quota della ricerca pubblica e dell’istruzione superiore e un corrispondente lento aumento di quella del settore privato.

LA RICERCA APPLICATA È FUORI DALL’UNIVERSITÀ, MA A INVESTIRE SONO I PICCOLI
Il pubblico investe soprattutto in ricerca di base, mentre solo una piccolissima fetta, meno del 10%, è dedicata allo sviluppo sperimentale. Il 56% della spesa in R&S nelle università riguarda infatti la ricerca di base e un terzo la ricerca applicata. Lo sviluppo sperimentale è in mano ai privati, anche se a investire a quanto pare sono soprattutto le piccole e medie imprese. Nel corso del 2013 (dato Istat 2015) la spesa per R&S nelle imprese è cresciuta del 3,4% rispetto all’anno precedente, ma si è ridotta quella nelle aziende con 500 e più addetti (-1,2%) e in quelle fra i 250 e i 499 addetti (-4,7%). È aumentata invece per contro la spesa nelle società che impiegano fra i 50 e i 249 addetti (+21,7%) e nelle piccole imprese (+18,8%).

MIUR: SEMPRE MENO BANDI
Ricerca pubblica non è solo sinonimo di MIUR (molti bandi sono pubblicati per esempio dal Ministero della Salute), ma la maggior parte dei finanziamenti, oltre alla ricerca corrente, viene erogata proprio dal MIUR. ANVUR raccoglie qui il resoconto del Fondo Ordinario per il finanziamento degli enti e istituzioni di ricerca (FOE), e dei bandi PRIN, FIRB e FAR, e per ognuno di essi evidenzia un calo negli ultimi anni. Il FOE ha raggiunto ad esempio un massimo nel 2011, per poi decrescere negli anni successivi, così come i fondi dedicati ai Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale delle università (PRIN) in calo dal 2009 (senza considerare il fatto che in alcuni anni, dal 2012 al 2015, non vi sono stati per nulla bandi PRIN e FAR), per poi mostrare una tendenza alla diminuzione. Stessa sorte è toccata anche ai FIRB (Fondo per gli Investimenti della Ricerca di Base) che nel 2014 erano i più bassi degli ultimi anni.

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Un altra modalità di reperimento dei fondi per la ricerca sono i bandi europei, ma anche qui bisogna fare attenzione ai falsi miti. Non è affatto semplice accedere ai finanziamenti europei: il tasso di successo italiano è infatti del 10,6%, significativamente più basso di molti altri Paesi europei. Una situazione particolarmente evidente nel caso degli ERC, dove la percentuale di progetti basati in Italia in termini di finanziamenti si ferma al 5% e il tasso di successo italiano è minore della metà di quello medio complessivo. Inoltre, secondo quanto riporta ANVUR, mediamente l’entità del finanziamento attratto dalle istituzioni italiane, sia nel ruolo di coordinatore sia nel ruolo di partner di progetto, risulta inferiore alla media UE.

PERSONALE: STABILI I DIPENDENTI MA -71% DEI COLLABORATORI IN 10 ANNI
Infine, la questione del personale che svolge funzioni di ricerca, in crescita del 18% dal 2008, a differenza di quello che accade per quello delle università. In aumento sul 2005 e sul 2010 dipendenti (si considerano qui solamente le posizioni a tempo indeterminato degli enti pubblici vigilati dal MIUR) di CNR, INGV, OGS e soprattutto dell’INVALSI (Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema Educativo di Istruzione e Formazione), mentre sono leggermente diminuiti i dipendenti di INAF e INFN. In calo anche il cosiddetto “personale flessibile” cioè chi è assunto con contratti a tempo determinato o di lavoro interinale, ma soprattutto i non meglio specificati “collaboratori”, come per esempio i titolari di contratti di collaborazione coordinata e continuativa, il cui numero di contratti attivi dal 2005 al 2014 è diminuito addirittura del 71%.

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