La salute dell’umanità in un’istantanea

Come stiamo noi, cittadini di questo pianeta? La nostra salute è migliorata o peggiorata negli ultimi anni? Per rispondere a queste domande ora si può consultare il Global Burden of Disease Study 2015 che è appena stato pubblicato dalla rivista inglese The Lancet.
Cristiana Pulcinelli, 21 Ottobre 2016
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Giornalista Scientifica

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Come stiamo noi, cittadini di questo pianeta? La nostra salute è migliorata o peggiorata negli ultimi anni? Per rispondere a queste domande ora si può consultare il Global Burden of Disease Study 2015 (GBD 2015) che è appena stato pubblicato dalla rivista inglese The Lancet. È una sorta di istantanea della salute della popolazione mondiale. Un lavoro immane che ha coinvolto moltissime persone in tutto il mondo e che ci dice com’è stato il cammino dell’umanità relativamente alla salute dal 1990 al 2015.
Le date non sono casuali. Il 2015 è la data di scadenza, per così dire, degli Obiettivi di sviluppo del millennio (Millennium Development Goals o MDG) delle Nazioni Unite. Si tratta di otto obiettivi che i 193 stati membri dell’ONU si erano impegnati a raggiungere entro l’anno 2015 firmando la Dichiarazione del Millennio delle Nazioni Unite nel settembre del 2000. Li ricordiamo:

  • sradicare la povertà estrema e la fame nel mondo
  • rendere universale l’istruzione primaria
  • promuovere la parità dei sessi e l’autonomia delle donne
  • ridurre la mortalità infantile
  • ridurre la mortalità materna
  • combattere l’HIV/AIDS, la malaria e altre malattie
  • garantire la sostenibilità ambientale
  • sviluppare un partenariato mondiale per lo sviluppo

Come sono andate le cose? Almeno per quanto riguarda la salute, lo studio GBD 2015 ci fornisce una risposta. E si tratta di una risposta importante perché da lì si deve partire per affrontare i nuovi traguardi, quelli degli Obiettivi di sviluppo sostenibile (Sustainable Development Goals, o SDG) approvati dall’Onu e validi per il periodo 2015-2030. Nel passaggio da un accordo a quello successivo, gli obiettivi sono aumentati diventando 17. Eccoli, sia pure per slogan:

  • sconfiggere la povertà
  • sconfiggere la fame
  • buona salute e benessere
  • istruzione di qualità
  • parità di genere
  • acqua pulita e servizi igienico-sanitari
  • energia rinnovabile e accessibile
  • buona occupazione e crescita economica
  • innovazione e infrastrutture
  • ridurre le diseguaglianze
  • città e comunità sostenibili
  • utilizzo responsabile delle risorse
  • lotta contro il cambiamento climatico
  • utilizzo sostenibile del mare
  • utilizzo sostenibile della terra
  • pace e giustizia
  • partnership per lo sviluppo sostenibile

Obiettivi ambiziosi, come si vede, ma si parte da un cammino già tracciato.
Vediamo quindi il panorama che ci si presenta per affrontare la nuova sfida almeno sul piano della salute. Innanzitutto una buona notizia sicuramente da festeggiare: c’è un aumento medio dell’aspettativa di vita dalla nascita di ben 10 anni. È stato un processo lento: maturato dal 1980 al 2015 ma che ha visto alcuni momenti di svolta, ad esempio il 2005, anno in cui l’aspettativa di vita dell’Africa sub-sahariana, che negli anni precedenti era crollata, devastata dall’AIDS, ha ricominciato a aumentare.
Per una buona notizia, però, ce n’è una cattiva: un declino dell’aspettativa di vita nelle regioni del mondo afflitte dalle guerre. Ad esempio in Siria l’aspettativa di vita per gli uomini è crollata di oltre 11 anni negli ultimi dieci anni. Il guadagno dovuto allo sviluppo socioeconomico si perde a causa dei conflitti che, oltre a causare direttamente morti, portano con sé violenza e disgregazione sociale.
Guardando alle malattie che colpiscono l’umanità, riscontriamo come negli ultimi anni si sia accelerata una transizione che era cominciata già da un po’ di tempo: le morti per infezioni, malnutrizione e quelle materno-infantili sono diminuite mentre sono aumentate quelle dovute alle malattie non trasmissibili, come le patologie cardiovascolari, il cancro, il diabete, le malattie respiratorie.
Tuttavia, i tassi di mortalità per questo tipo di patologie sono diminuiti. Segno che la diagnosi e la prevenzione secondaria, che riguarda le persone che già hanno contratto la malattia, possono funzionare. La sfida per i prossimi anni è quella di far fronte a un numero sempre più alto di persone che sopravvivono alle malattie ma che hanno bisogno di cure e quindi di servizi sanitari funzionanti e efficienti.
I fattori di rischio per queste malattie sono in cima alla lista delle cose da tenere sotto controllo: pressione arteriosa, iperglicemia, colesterolo alto sono ai primi posti, ma perché si possano ridurre e individuare ci vuole ancora una volta un sistema sanitario forte. “Il controllo del fumo, la riduzione dell’inquinamento nelle case, il problema crescente dell’uso di droghe richiede un insieme di risposte multisettoriali che possono essere sostenute solo da un impegno politico costante”, scrive il medico indiano K. Srinath Reddy in un commento al gigantesco studio.
Le malattie infettive, benché provochino meno morti di prima, tuttavia non sono certo sparite. I casi di dengue, ad esempio, stanno aumentando e anche rotavirus e pneumococco (contro cui esistono vaccini) contribuiscono a un numero importante di morti evitabili tra i bambini.
Le molte facce della malnutrizione continuano ad essere un problema preminente anche nel nuovo rapporto. Con, ovviamente, una notevole diversità a seconda dell’area geografica di cui si parla. L’anemia riguardava 2,36 miliardi di persone nel 2015 e la sottoalimentazione è una delle principali cause della perdita di DALY (Disability-adjusted life year, una misura della gravità di una malattia, espressa come il numero di anni persi a causa di quella malattia, per disabilità o per morte prematura) nell’Africa Sub Sahariana. D’altra parte, il preoccupante aumento di rischi per la salute legati alle diete ad alto contenuto di sale, all’avere un alto indice di massa corporea (ovvero all’essere sovrappeso) e ai fattori di rischio metabolici legati all’alimentazione, fanno pensare che controllare le malattie non trasmissibili correlate a diete sbagliate sarà un’altra importante sfida degli anni a venire.
Naturalmente i parametri della salute sono diversi a seconda dell’indice sociodemografico delle diverse regioni del mondo. L’Indice sociodemografico (SDI nell’acronimo inglese) è un indice che mette insieme dati come il reddito pro capite, il livello di istruzione e la fertilità di un Paese. Gli abitanti dei Paesi con un basso SDI ancora pagano un tributo troppo alto alle malattie infettive e alla mortalità materno-infantile, mentre quelli delle nazioni con un alto SDI soffrono soprattutto di malattie non trasmissibili. Ma il quadro non è tutto bianco e nero. L’epidemia di malattie come l’obesità e il diabete si sta espandendo anche nelle regioni a basso e medio reddito. E le iniquità relative alla salute che si riscontrano tra gli abitanti di uno stesso Paese, sia pure ricco, sono molte e preoccupanti.
La cosa interessante, tuttavia, è – come sottolinea Srinath Reddy – che mai come oggi siamo stati così coscienti dei pericoli che ci attendono se non agiamo subito. “Abbiamo le conoscenze e gli strumenti per evitare questi pericoli. E’ una sfida per l’intelletto umano (…) come usare al meglio queste conoscenze per creare il nostro futuro comune”.

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