La scienza che verrà

Quali sono le grandi tendenze in atto nei laboratori e nelle università? Per scoprirle, l’agenzia di informazione AEF Info ha condotto un’inchiesta in collaborazione con la Sorbona, i cui risultati sono stati presentati a Parigi nel corso di una due giorni di conferenze fortemente orientata al futuro.
Irene Sartoretti, 10 Dicembre 2018
Micron
Micron
Architetta e sociologa

Quando si parla di tendenze si pensa subito alla moda. Questa volta però la cosa è ben più seria. L’agenzia francese di informazione AEF Info, in collaborazione con la Sorbona, ha condotto un’inchiesta per scoprire quali fossero le grandi tendenze in atto per quanto riguarda l’insegnamento universitario e la ricerca. Sono stati contattati i laboratori più prestigiosi e le principali università del paese ed ecco qua ciò che è uscito fuori e che è stato riassunto in 10 grandi tendenze, andate in scena in una due giorni di conferenze alla Sorbona, questo 21 e 22 Novembre. Vediamone insieme alcune.
La prima tendenza riguarda la globalizzazione del mercatodell’università e della ricerca, con l’ingresso nello scacchiere internazionale di un attore inaspettato: la Cina.
Nel 2016, la Cina è diventata il primo Paese al mondo per quanto riguarda il volume di articoli scientifici prodotti, 18,6% contro il 18% degli Stati Uniti, che si piazzano dunque al secondo posto. Anche il volume di soldi spesi alla voce Research & Development è elevatissimo.
Supera di gran lunga quello europeo e gli esperti prevedono che per il 2020 arrivi a superare perfino quello stanziato dagli USA, che è attualmente il più alto. I cinesi puntano ad attrarre ricercatori da altri paesi e a stabilire partenariati importanti con le migliori università dei 5 continenti, per esempio attraverso iniziative come la rete internazionale University Alliance of the Silk Road che conta 135 università di 36 paesi diversi.
Non solo. Stanno infatti anche esportando il proprio modello universitario, per esempio a Oxford, dove l’università di Pechino ha aperto una propria filiale. Ma è soprattutto all’Africa che la Cina guarda, finanziando centri di ricerca e borse di studio per gli studenti locali nell’intento di prendere parte attiva allo sviluppo dei paesi emergenti e dunque potere al loro interno.
I ricercatori dell’Università di Utrecht, che hanno studiato il fenomeno, non esitano a parlare di soft power che finirà molto probabilmente per avere un impatto non solo sulla conoscenza, ma anche e soprattutto sull’intero sistema geopolitico. Sottolineano poi come la Cina primeggi nelle scienze dure ma fatichi ancora per quanto riguarda le scienze umane e sociali, che restano monopolio di altre nazioni, fra cui quelle Europee.
Una seconda, interessante tendenza riguarda l’espansione del fenomeno ‘open science’. Open science, ovvero scienza aperta, significa rendere la conoscenza prodotta nelle università accessibile a chiunque in modo libero e gratuito, ma anche avviare progetti di scienza partecipativa che contribuiscano a rendere la conoscenza e i suoi meccanismi sempre più trasparenti. In apparenza tutto sembra chiaro.
Tuttavia la cosa non è liscia come l’olio, perché adottare strategie di open science significa rompere radicalmente con i tradizionali modelli economici di diffusione della ricerca e con le pratiche classiche di valutazione scientifica.
In più, la costruzione di archivi da parte del settore pubblico e il loro mantenimento ha un costo che per ora non si sostituisce a quello dei tradizionali mezzi cartacei, ma va ad aggiungersi ad essi. Il grosso della diffusione scientifica resta oggi nelle mani dei grandi editori, cui vanno i soldi sia di coloro che pubblicano che di coloro che leggono, e sono sempre i grandi editori a gestire le iniziative open access per abbassare i costi di gestione, senza tuttavia abbassare quelli per i lettori e gli scienziati.
Sono sempre più i ricercatori che si oppongono a questo sistema, lanciando iniziative come quelle di non pubblicare presso editori che lucrano troppo sul loro lavoro, senza un significativo ritorno agli autori. Si moltiplicano anche i paesi, come Germania, Canada, Francia e Olanda, che hanno dato vita a un braccio di ferro contro gli editori per rinnovare integralmente il sistema di comunicazione della ricerca.
La Francia, per esempio, in questo 2018 ha lanciato un piano nazionale per arrivare nel 2022 ad avere il 60% delle pubblicazioni in open access e, per ogni progetto presentato all’Agenzia Nazionale della Ricerca (ANR), obbliga i ricercatori a presentare un piano di diffusione etico delle proprie scoperte.
Alcuni ricercatori mettono però in guardia dall’uso a scopo lucrativo che può essere fatto da parte di vari organismi, dagli obiettivi più o meno opachi, dei dati lasciati in libero accesso. Insomma, i dati open access impongono che gli occhi siano più vigili contro la scienza senza coscienza!
Altra grande tendenza è il dialogo sempre più stretto fra arti e scienze allo scopo di innovare i sistemi di insegnamento e apprendimento universitari, i processi di conoscenza del mondo e la maniera di comunicare la ricerca scientifica al grande pubblico.
È sempre più frequente sentire la locuzione ‘art thinking’ sulla bocca dei direttori di laboratorio e si moltiplicano le iniziative che mettono insieme artisti e ricercatori. La più prestigiosa è senza dubbio quella lanciata dal MIT. Si chiama Cast: Center for Arts, Sciences and Technologies e riunisce in un sol luogo artisti e ricercatori, perché l’incontro possa stimolare la creatività degli uni e degli altri, con l’obiettivo di dare umanità alla tecnologia. Alcuni progetti di ricerca si spingono poi oltre il semplice scambio di idee fra artisti e ricercatori.
Aumentano per esempio i progetti, soprattutto nell’ambito delle scienze sociali, che invece che produrre libri e articoli, danno vita a spettacoli teatrali, film e prodotti tipici dell’arte innovando così metodi e linguaggi della scienza.
Tutte queste iniziative hanno l’obiettivo di mettere in questione la separazione fra arte e scienza che in effetti non è né universale né naturale, ma è frutto di un pensiero di matrice cartesiana che si è affermato col progressivo avvento della modernità e che vede nell’arte il dominio dell’intuizione, dell’emozione e della vocazione mentre nella scienza quello della razionalità e del cognitivo. In realtà si tratta di due metodi, entrambi a dominante cognitiva, di conoscenza del mondo. Perché dunque non metterli insieme all’interno dei progetti scientifici per rispondere a un problema di ricerca comune? Oltre che nella ricerca, il binomio arte e scienza è oggetto di sperimentazioni nell’insegnamento universitario.
A Nancy è nato il progetto Artem, che porta l’insegnamento dell’arte nelle scuole di management, perché l’approccio alla conoscenza e alla formazione degli studenti sia olistico. Alcune riviste scientifiche, come la rivista pluridisciplinare di scienze umane Espacestemps.net, edita dall’EPFL (Ecole Polytechnique Fédérale di Losanna), incoraggiano poi pubblicazioni ibride sotto forma non solo di articoli, ma anche di film e di esperienze che si trovano al confine fra arte e scienza, nella convinzione che i metodi troppo ortodossi delle riviste scientifiche finiscano per nuocere all’innovazione e favorire solo quei prodotti altamente standardizzati.
L’ultima grande tendenza non poteva non essere quella che ruota intorno all’intelligenza artificiale e ai big data che, dall’industria agli smartphone, ora entrano anche all’università. Proprio nel settore dell’apprendimento le potenzialità di questi strumenti sono tantissime e ancora poco esplorate. A colmare il vuoto, ci pensano i cosiddetti progetti di learning analytics’.
Questi progetti utilizzano i big data per scoprire i punti deboli dell’insegnamento nonché le cause di fallimento e di abbandono dell’università da parte degli studenti. Dall’analisi dei big data possono essere creati algoritmi previsionali e possono essere anche adottate misure preventive, come nel caso dell’università della Lorena, che ha lanciato in collaborazione col consorzio Esup Portail e la scuola dottorale Loria la piattaforma pedagogica Moodle, per individuare, sulla base di molteplici dati e variabili, gli studenti e le situazioni a rischio e intervenire, evitando così il prolungamento eccessivo e l’abbandono degli studi, che hanno un costo sociale ed economico ad oggi molto elevato. Dalle ricerche di learning analytics si arriva ai corsi internet.
Le università moltiplicano le offerte di Moocs, ovvero di lezioni impartite via web, e le forme di e-learning, che probabilmente renderanno obsolete fra qualche anno le vecchie aule di lezione. Dall’e-learning all’adaptive learning il passo è brevissimo, anche se per ora appare lontano e forse poco realistico.
Sono tuttavia allo studio progetti che permettono di dare agli studenti una formazione su misura, a seconda dei loro bisogni. Bando quindi alle logiche di apprendimento punitive oppure ancora standardizzate. Invece che un insegnamento di massa, si avranno molto probabilmente una massa di insegnamenti individualizzati, che possano permettere a ciascuno di avere un proprio percorso altamente personalizzato.

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