La terza via dell’agricoltura

L'agricoltura industriale sembra al momento l'unico modello di produzione in grado di garantire cibo per tutti, per essendo insostenibile in termini ambientali, sanitari e sociali. Il biologico, sebbene diffuso, non risolve tutti i problemi. C'è, forse, una terza via: l'agroecologia.
Giacomo Destro, 16 Novembre 2016
Micron
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Divulgatore scientifico e Data journalist

Da una parte c’è l’agricoltura industriale, basata su concimi chimici e altamente inquinante. Sul lato opposto ci sono pratiche cosiddette “tradizionali”, con scarsa produttività e metodi scientificamente non dimostrati, come l’agricoltura biodinamica. Nel mezzo ci dovrebbe essere il “bio”, che però è sempre più spesso al centro di truffe e speculazioni. La domanda, quindi, è: esiste un approccio al tempo stesso scientifico ma capace di minori impatti sociali e ambientali? Nelle scienze agronomiche si sta facendo largo l’agroecologia, un insieme, ancora non perfettamente definito, di pratiche che cercano di coniugare in maniera scientifica produttività, ambiente e rispetto sociale dei contadini.
I problemi connessi con l’agricoltura industriale sono noti: monocolture, utilizzo di concimi e fitosanitari sintetici, spreco di acqua, impoverimento della terra, sfruttamento dei lavoratori, inquinamento di terra, acqua e aria. Questo tipo di agricoltura si è sviluppata a partire dagli anni ‘70, con la Rivoluzione Verde, quando vennero commercializzati concimi e antiparassitari sintetici. Se sul piano ambientale ha creato enormi problemi, sul piano sociale ha avuto un ruolo ambivalente. Ha sicuramente tolto milioni di persone dalla morte per fame: il boom demografico del ‘900 è dovuto in parte ad un maggior accesso al cibo. D’altro canto, l’industrializzazione delle campagne ha creato situazioni di forte sfruttamento attraverso l’accaparramento della terra (il cosiddetto land grabbing) e la negazione dei diritti dei contadini.
L’accento posto su quanto fosse inquinante l’industria agricola mondiale ha fatto sorgere movimenti alternativi di produttori e consumatori.
Si tratta del movimento per l’agricoltura biologica (o organica), che inizia a strutturarsi già negli anni ‘50, ma ha la sua definitiva consacrazione agli inizi degli anni ‘90, per arrivare ad un vero e proprio boom col XXI secolo. Il biologico si propone di utilizzare soltanto additivi di tipo organico (e quindi meno invadenti e molto meno inquinanti) alle colture. La produttività diminuisce, ma raggiunge comunque livelli soddisfacenti. Il modello economico cambia: da grandi aziende monoculturali, si passa ad aziende di medie dimensioni, spesso a conduzione familiare e con minor sfruttamento della manodopera.
Tuttavia, «la produzione di tipo biologico è caratterizzata da una semplice sostituzione del tipo di input da cui dipende la produzione agricola: non più input chimici, bensì esclusivamente input di tipo organico», afferma Bianca Dendena, ricercatrice all’Università di Milano sui temi dell’agroecologia. «Molto spesso, infatti, i sistemi biologici riproducono il modello proprio della monocoltura industriale, dando origine a sistemi semplificati ugualmente dipendenti da variabili esterne».
Ma la realtà dell’agricoltura non si esaurisce nel binomio industriale-biologico.
La terza via consiste, appunto, nell’agroecologia. «L’agroecologia», spiega Dendena, «è fortemente basata sul riciclo dei nutrienti e dell’energia a livello dell’azienda agricola, sulla diversificazione delle risorse genetiche usate sia nel tempo che nello spazio, sull’integrazione di diversi tipi di produzione, il tutto a generare sistemi produttivi in equilibrio con le risorse locali, biodiversi, resilienti e sostenibili». Si tratta quindi di un tipo di produzione strettamente territoriale, che cerca di creare sinergie tra territorio, popolazione e ambiente. L’agroecologia non ha niente a che vedere con pratiche pseudo-scientifiche, come ad esempio l’agricoltura biodinamica. L’approccio è sicuramente più olistico rispetto all’agricoltura intensiva, ma al tempo stesso ha un carattere prettamente scientifico.
Può essere un approccio alternativo all’agricoltura industriale? No, ma può essere una alternativa robusta nelle zone in cui l’agricoltura estensiva e meccanizzata non può affermarsi e per le nicchie di consumatori informati. Uno dei principi alla base dell’agroecologia è infatti l’associazione di colture diverse, in netto contrasto con la monocoltura industriale. In questo senso, ci sono evidenze scientifiche che mostrano una maggiore produttività totale per ettaro rispetto alle colture industriali. «Attenzione, però», avverte Dendena, «si tratta di un maggior livello di produzione totale per ettaro: questo nella pratica significa che, per esempio, un sistema convenzionale su larga scala produce più mais per ettaro di una piccola azienda agricola agroecologica». La maggiore resa totale dell’agroecologia è infatti data «dall’insieme della produzione di mais e delle altre colture associate in un sistema policolturale, che comprenda, per esempio, anche fagioli, zucca, patate e foraggi destinati al consumo animale».
Associando colture diverse, quindi, si crea un ecosistema integrato all’interno dell’azienda agricola, tale da diversificare i prodotti (e dunque evitare un’eccessiva dipendenza dal mercato) e garantire il fabbisogno locale. Un altro caposaldo dell’agroecologia è la riscoperta dei saperi tradizionali e la loro applicazione a fianco dell’evidenza scientifica. Non è un caso che, accanto dell’interesse accademico scientifico, sull’agroecologia si sia sviluppato anche un movimento più prettamente politico. Uno degli esempi più significativi in tal senso è il movimento ‘La Via Campesina’, in cui equità e rispetto del lavoro contadino si fondono alla necessità di nutrire una popolazione in costante crescita.
La diffusione del modello agroecologico è ancora molto limitata se paragonata all’agricoltura industriale, a partire dal fatto che un censimento vero e proprio risulta difficile. Nel 2003, Jules Pretty, uno dei massimi studiosi di agroecologia, stimò esistere circa 45 progetti in America Latina, 63 in Asia e 100 in Africa che vedevano coinvolti circa nove milioni di agricoltori su un totale di 29 milioni di ettari (circa il 3% del totale dell’area coltivata nei tre continenti in esame). Da allora, però, il modello ha visto una ulteriore estensione, arrivando anche negli Stati Uniti e in Europa.
La Francia, nel 2014, ha prodotto una legge per incentivare l’utilizzo dell’agroecologia, con l’obiettivo di orientare la maggior parte delle aziende agricole verso questo modello.
«Anche se i numeri relativi all’espansione del modello agroecologico testimoniano un crescente interesse, è da molti condivisa l’incertezza sulla effettiva capacità di questo modello di fare fronte alla crescente domanda di cibo», osserva Dendena. «Peraltro, alla domanda di colture destinate al consumo umano si sommerà quella di prodotti agricoli per il consumo animale, anch’essa in probabile crescita a causa dell’incremento della domanda di beni di origine animale». Tuttavia, conclude la ricercatrice, «i sistemi agroecologici sono biodiversi, resilienti, energeticamente efficienti ed equi e come tali costituiscono la base per l’implementazione di una strategia che alimenti e diffonda la sovranità alimentare a livello locale e globale».

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