L’agricoltura: vittima e causa del ‘global warming’

Il rapporto tra agricoltura e cambiamento climatico è sicuramente contradditorio. Da una parte ci sono i raccolti a rischio per la siccità e gli eventi metereologici estremi, e il problema dell’insicurezza alimentare da risolvere. Dall’altra lo sfruttamento del suolo, la deforestazione per far spazio alle colture e le emissioni generate. Perciò anche questo settore deve essere ripensato per arrivare a un futuro pienamente sostenibile. Ne parlano ora due studi usciti rispettivamente su Science e Science Advance.
Francesca Buoninconti, 10 Settembre 2018
Micron
Micron
Giornalista scientifica

Il rapporto tra agricoltura e cambiamento climatico è sicuramente contradditorio. L’agricoltura è contemporaneamente vittima e causa del global warming. Da una parte ci sono i raccolti a rischio per la siccità e gli eventi metereologici estremi, e il problema dell’insicurezza alimentare da risolvere. Dall’altra lo sfruttamento del suolo, la deforestazione per far spazio alle colture e le emissioni generate. Perciò anche questo settore deve essere ripensato per arrivare a un futuro pienamente sostenibile. Ne parlano ora due studi – uno dell’Università di Washington e uno dell’Università della California – usciti rispettivamente su Science e Science Advance.
Secondo lo studio pubblicato su Science, a pagare di più lo scotto del riscaldamento globale potrebbero essere le coltivazioni di mais, riso e grano. La colpa? Degli insetti fitofagi, che il climate change sta rendendo sempre più numerosi e famelici. È per questo che la produzione agricola di mais, riso e frumento è destinata a calare sempre di più nel prossimo futuro, soprattutto nelle zone temperate, dove le coltivazioni di questi cereali sono più abbondanti.
Oggi, a causa degli insetti, viene perso il 5-20% del raccolto. Ma, stando ai calcoli dei ricercatori di Washington, per ogni grado Celsius in più sul termometro della temperatura media globale, le perdite di riso, mais e grano saranno almeno del 10-25%. C’è infatti uno stretto rapporto tra l’innalzamento della colonnina di mercurio e la biologia degli insetti. La temperatura dell’ambiente circostante influenza il metabolismo di questi invertebrati, definiti perciò ectotermi. E, in particolare, temperature più alte provocano un aumento dei tassi di riproduzione e del metabolismo. Il che fa crescere a dismisura il loro appetito.
Per capire quali scenari futuri aspettarsi, il team ha prima sviluppato ​​un modello per prevedere la dinamica di popolazione degli insetti (compreso parassiti come gli afidi) in base alla temperatura, poi ha calcolato quale sarà l’impatto futuro di questi animali sulle coltivazioni all’aumentare della temperatura. Secondo il modello i risultati non sono incoraggianti. Per un aumento di 2 °C (limite da non superare per la COP21 di Parigi, è giusto ricordarlo), le perdite del raccolto saranno in media del 31% per il mais, del 19% per il riso e del 46% per il grano. Ovvero rispettivamente 62, 92 e 59 milioni di tonnellate all’anno distrutte dagli insetti. Pari a un totale di circa 213 milioni di tonnellate. A fare la differenza per le coltivazioni, però, sarà la loro localizzazione. Per esempio ai tropici le temperature sono sempre alte e il tasso metabolico e riproduttivo degli insetti è già al suo massimo. Per cui ai tropici un ulteriore aumento delle temperature non influirà molto, mentre a registrare i danni maggiori saranno le aree a clima temperato. Secondo i calcoli, infatti, i raccolti di riso – coltivato per lo più ai tropici – sono quelli a minor rischio. Mentre le perdite maggiori si riscontreranno nelle zone temperate, come nella “cintura del mais” degli Stati Uniti, in Francia e in Cina.
In ogni caso il danno sarà immenso, se si pensa che i tre cereali presi in considerazione costituiscono la base dell’alimentazione per circa 4 miliardi di persone secondo la FAO e che, già nel 2016, l’Onu aveva stimato che 815 milioni di persone nel mondo soffrono di insicurezza alimentare. Le soluzioni al problema degli insetti sono ancora tutte da stabilire. Ma se non si vuole aumentare l’uso di pesticidi, dannosi per la salute e per l’ambiente, i ricercatori suggeriscono ad agricoltori e governi di provare a spostare le coltivazioni in aree più favorevoli o ad ottenere e coltivare varietà resistenti a questi insetti. Ma entrambe sono, per forza di cose, attività che necessitano di tempo e investimenti.
Intanto una soluzione per contrastare l’aumento delle temperature e mitigare i devastanti effetti sull’agricoltura, potrebbe essere quella di investire nella qualità del terreno agricolo, secondo la ricerca pubblicata su Science Advance dall’Università della California a Berkley. Il team, guidato da Allegra Mayer e Whendee Silver, ha provato a capire in che misura il sequestro di carbonio nel suolo possa essere utile nella lotta al cambiamento climatico, e se possa mitigare o rallentare l’aumento delle temperature di 2 °C, previsto per il 2100. In particolare, il team ha esaminato gli effetti che avrebbe l’adozione a livello globale di alcune pratiche semplici e a bassa tecnologia, come la semina di colture di copertura (le cosiddette cover crops) e l’ottimizzazione del pascolo.
L’obiettivo dei ricercatori era verificare se, tramite l’adozione di queste pratiche, si potessero ridurre le temperature globali di almeno 0,1 gradi Celsius entro il 2100. Ma, stando ai risultati dello studio, per quella data una migliore gestione agricola potrebbe ridurre le temperature globali addirittura di 0,26 gradi Celsius. Inoltre, se al suolo venisse aggiunto come ammendante il biochar – essenzialmente carbone vegetale – si potrebbe fare davvero la differenza, arrivando a 0,46 gradi Celsius: quasi mezzo grado in meno. Quindi i 2 °C in più previsti per il 2100 diventerebbero “solo” 1,54 °C.
Ma questi risultati, ricordano gli autori, sono realizzabili solo se al sequestro di carbonio si associa la riduzione delle emissioni: man mano che le concentrazioni di anidride carbonica nell’atmosfera aumentano, il sequestro di carbonio diventa meno efficace. In questo modo l’agricoltura, uno dei settori maggiormente responsabili della produzione di emissioni serra, potrebbe contribuire a risolvere il problema creato e allo stesso tempo trarne vantaggio, migliorando la qualità dei terreni agricoli.

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