L’Amazzonia brucia ed è un problema per tutti noi

L’opinione pubblica mondiale discute degli incendi in Amazzonia: si parla del loro impatto sull’ambiente, delle responsabilità politiche della catastrofe e di come il mondo delle informazione se ne stia occupando. Ne abbiamo parlato con Giorgio Vacchiano, ricercatore in gestione e pianificazione forestale della Statale di Milano.
Stefano Porciello, 27 Agosto 2019
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Relazioni internazionali e Studi europei

Mentre scriviamo, centinaia di incendi stanno mandando in fumo tante zone più e meno marginali della foresta Amazzonica. Non solo in Brasile, a quanto pare. Secondo quanto riporta il Post, uno dei fronti più vasti si troverebbe al confine tra Bolivia, Paraguay e Brasile, estendendosi per oltre 100 chilometri. Proprio in Bolivia  il fuoco avrebbe già distrutto 2,5 milioni di acri di foresta solo nel dipartimento di Santa Cruz, mentre durante l’intero 2019, migliaia di incendi sono stati registrati anche in Venezuela, Colombia e Perù.
Almeno in Brasile e in Bolivia si tratta di incendi molto diversi da quelli che abbiamo visto divorare le regioni artiche durante l’estate e che hanno coinvolto il Nord America, la Groenlandia e soprattutto la Siberia. Se questi, infatti, sono stati dovuti principalmente a cause naturali e agli effetti del cambiamento climatico – che con l’aumento delle temperature a della siccità ha creato le condizioni per la loro propagazione – quelli che stanno bruciando l’Amazzonia hanno per la maggior parte un’origine dolosa.
«Quasi la totalità degli incendi che si vedono, anche con le immagini satellitari, sono i tipici incendi che vengono appiccati per la deforestazione. O per eliminare gli alberi o –  subito dopo averli eliminati – per bruciare i residui e predisporre il territorio all’agricoltura o al pascolo» ci racconta Giorgio Vacchiano, ricercatore in gestione e pianificazione forestale della Statale di Milano e indicato come uno degli undici ‘scienziati emergenti’ da Nature nel 2018.

SERBATOI E FLUSSI: PERCHÉ GLI INCENDI COLPISCONO IL CLIMA
Anche se siamo soliti pensare alla foresta Amazzonica come il “polmone verde della terra”, il fatto che bruci non è tanto grave per la produzione di ossigeno quanto per la liberazione del carbonio che le piante hanno fissato durante la loro crescita e che, bruciando, finisce in atmosfera.
«Quando noi parliamo di anidride carbonica e cambiamento climatico ci sono due concetti da considerare: i serbatoi e i flussi» ci spiega Vacchiano. «I serbatoi sono tutti quei luoghi sulla terra in cui il carbonio resta intrappolato. I flussi riguardano il passaggio da un serbatoio all’altro. Il flusso che ci preoccupa di più è quando [l’anidride carbonica] passa da quelli che chiamiamo serbatoi terrestri – cioè la vegetazione, ma anche i combustibili fossili – al serbatoio dell’atmosfera. Dove può fare danni aumentando l’intensità dell’effetto serra». Aggravando, quindi, il riscaldamento del clima.
«La foresta amazzonica, nonostante non abbia un flusso particolarmente alto, cioè non scambia molto carbonio con l’atmosfera, è però un serbatoio importantissimo. È come un conto in banca miliardario da cui non si aggiunge e non si toglie niente, non genera molti interessi né perde di valore», dice Vacchiano: «Se noi non deforestiamo, questo conto in banca resta lì, resta intatto, continua a tenere intrappolato il carbonio, che non se ne va da altre parti dove può fare grossi danni».

UNA PERDITA IRREPARABILE DI BIODIVERSITÀ
Ma al di là del loro impatto sul cambiamento climatico, tra i più importanti effetti degli incendi e della deforestazione in generale c’è il rischio di distruggere un habitat unico al mondo e di perdere importanti nicchie di biodiversità. «Motivo per cui – spiega Vacchiano – piantare alberi non è la stessa cosa che evitare che questi alberi scompaiano».
Piantando alberi possiamo migliorare l’assorbimento del carbonio e combattere il cambiamento climatico, in parte anche recuperare la CO2 emessa in atmosfera da un incendio, ma non saremo mai in grado di ricreare artificialmente un intero ecosistema. L’Amazzonia accoglie circa tre milioni di specie animali e vegetali, ed è il luogo da cui «ricaviamo il 25% di tutte le piante medicinali che usiamo per i farmaci, e non parlo di medicina alternativa. Perdere [questo] ecosistema, chiaramente, è un fatto grave. E non si può ripristinare», sottolinea Vacchiano.

UN PROBLEMA DI VECCHIA DATA, CON NUOVI PROTAGONISTI
Gli incendi in Brasile si ripetono con regolarità al sopraggiungere della stagione secca, ma il 2019 è stato un anno particolare. Complice anche la poca volontà di combattere chi disbosca l’Amazzonia da parte della nuova amministrazione Bolsonaro, sono stati registrati il 35% di incendi in più rispetto alla media degli ultimi otto anni, segnando a giugno un +88% rispetto allo stesso periodo del 2018.
Se tra il 2005 e il 2014 il paese era riuscito a ridurre il suo tasso di deforestazione del 70-80%, diminuendo la velocità con la quale la terra veniva strappata alla foresta, negli ultimi anni la deforestazione ha ricominciato a crescere.
Jair Bolsonaro, è stato eletto Presidente del Brasile al secondo turno con il 55% delle preferenze il 28 ottobre 2018 ed è in carica solo dal primo gennaio 2019. In pochi mesi ha, tuttavia, cambiato le regole del gioco: non solo non si è impegnato per combattere la deforestazione, ma ha invece creato un clima in cui chi disbosca resta, di fatto, impunito. Minando, nel frattempo, anche l’autorevolezza e la capacità d’azione delle stesse agenzie governative per il controllo dell’ambiente. Tra le sue azioni più eclatanti, il nuovo Presidente ha recentemente licenziato il direttore dell’Inpe, l’Istituto nazionale per la ricerca spaziale, per la divulgazione di dati “falsi” sulla deforestazione. Quelli che parlavano, appunto, di un aumento spaventoso del fenomeno nel mese di giugno.

IL NOSTRO RUOLO NELLA DEFORESTAZIONE
Ora che l’Amazzonia brucia, l’amministrazione Bolsonaro è sotto il fuoco incrociato dell’opinione pubblica internazionale e dei principali leader politici mondiali. A metà agosto Norvegia e Germania hanno fermato i finanziamenti al fondo per l’Amazzonia, che serve a prevenire, monitorare e combattere la deforestazione. Irlanda e Francia, dal canto loro, hanno minacciato di non far proseguire il percorso di ratifica per il trattato di libero scambio con il Mercosur, facendo leva sulle ambizioni di crescita economica che proprio Bolsonaro ha per il Brasile.
Sotto la pressione internazionale, Bolsonaro ha mandato l’esercito a spegnere gli incendi, mentre la riunione del G7 di Biarritz appena conclusa ha stanziato 18 milioni di euro per offrire canadair nella lotta alle fiamme. Ma se queste sono le reazioni, il vero cambiamento può avvenire a un altro livello: quello della prevenzione. «Di sicuro i prodotti che sono all’origine della deforestazione finiscono nelle nostre case e sulle nostre tavole» ci dice Vacchiano, indicando nella carne e nella soia che utilizziamo in larga parte per l’allevamento di bestiame due dei principali artefici della deforestazione.
«Senza dimenticare le altre merci oggetto di deforestazione come per esempio i metalli preziosi, o magari i legni esotici e pregiati», aggiunge: «Su alcune di queste merci esistono già delle certificazioni su cui si può fare affidamento. Per esempio, proprio per il legno [esistono] certificazioni internazionali di sostenibilità, compatibilità ambientale, ma anche rispetto dei diritti dei lavoratori e delle popolazioni locali. Su altre, no».
Ci sono almeno due momenti in cui possiamo intervenire, uno all’inizio e uno alla fine della catena produttiva. Quello sul prodotto finale si basa su certificazioni, incentivi e sanzioni. Ma a monte possiamo «Collaborare tra stati per limitare la deforestazione», suggerisce Vacchiano, citando l’esperienza del programma delle Nazioni Unite REDD, che attraverso un sistema di donazioni incentiva quei Paesi che ospitano le foreste a impegnarsi per proteggerle.

LO SCIENZIATO COME COMUNICATORE
Da giorni, Giorgio Vacchiano sta usando la sua bacheca su Facebook per rilanciare articoli di media internazionali e testimonianze di ambientalisti locali. Aggiungendo informazioni, spiegando e parlando delle diverse implicazioni che gli incendi in Amazzonia possono avere per l’ambiente e per la nostra vita quotidiana.
«Qualcuno dei miei colleghi pensa che ci debba essere una sorta di figura terza, un intermediario: che lo scienziato faccia la sua ricerca e poi siano altri che debbano raccontarla al pubblico. La mia esperienza è invece che si rischia di perdere troppo in questo passaggio». Secondo lui il problema non è che le persone non sappiano cosa succede, anzi: rovesciargli addosso nuovi dati senza inserirli in una storia, senza parlare al cuore oltre che al cervello rischia di non portare a niente.
«Penso che è lo scienziato che vive la scoperta sulla sua pelle, o che vive anche l’assenza di scoperta, la frustrazione. Tutto il lavoro di ricerca ha i suoi alti e bassi e fa assolutamente parte di quello che dobbiamo raccontare. Perché aiuta le persone a identificarsi con qualcosa».

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