L’amore, ai tempi dei Neanderthal

Lei è morta che era ancora una giovinetta. Aveva appena 13 anni. Abitava in una grotta a Denisova, in Siberia. Per 90.000 anni ha nascosto il suo segreto. Poi lo ha rilevato a un gruppo di antropologi molecolari del Max Planck Institute. Nel suo DNA ci sono geni di due specie diverse del genere Homo. I geni che le ha trasmesso la madre sono della specie a noi piuttosto nota, i Neanderthal. I geni che le ha trasmesso il padre sono quelli tipici di una specie a noi da poco nota, gli uomini di Denisova. Una storia d’amore, di ibridazione, di migrazioni, di superamento – in tutti i sensi – della specie
Pietro Greco, 27 Agosto 2018
Micron
Micron
Giornalista e scrittore

Lei è morta che era ancora una giovinetta. Aveva appena 13 anni. Abitava in una grotta a Denisova, sui Monti Altaj, in Siberia. Per 90.000 anni ha nascosto il suo segreto. Poi lo ha rilevato a un gruppo di antropologi molecolari del Max Planck Institute per le Scienze della storia umana di Jena, in Germania, guidato da Viviane Slone Svante Pääbo. Nel suo DNA ci sono geni di due specie diverse del genere Homo. I geni che le ha trasmesso la madre sono della specie a noi piuttosto nota, i Neanderthal. I geni che le ha trasmesso il padre sono quelli tipici di una specie a noi da poco nota, gli uomini di Denisova.
Di più. Pare che anche il padre avesse tra i suoi geni tipicamente denisovani anche geni neandertaliani.
E dunque il DNA ricavato dai frammenti della mascella della fanciulla di Denisova ci propongono una nuova narrazione della lunga storia dell’uomo. Una storia d’amore, di ibridazione, di migrazioni, di superamento – in tutti i sensi – della specie.
Siamo in un periodo, 90.000 anni fa o giù di lì, in cui la nostra specie, Homo sapiens, stava appena uscendo dall’Africa, ma non aveva ancora raggiunto né l’Europa né la Siberia. Il nostro continente era tuttavia già abitato da una specie di ominini, i Neanderthal. Mentre in Siberia c’erano gli uomini di Denisova.
Sappiamo ormai da tempo che quando i primi migranti della nostra specie, i sapiens, arrivarono in Europa, meno di 40.000 anni fa, ebbero degli incontri ravvicinati con i Neanderthal. Incontri d’amore. Nel nostro genoma di europei, infatti, portiamo ancora il frutto di quegli incontri: Svante Pääbo ha infatti dimostrato che il 4% del nostro DNA deriva dai Neanderthal. Qualcosa di molto simile è accaduto anche nelle terre più settentrionali dell’Eurasia. Anche lì incontri riproduttivi tra Homo sapiens e Homo di Denisova: dal 4 al 6% del DNA degli odierni melanesiani deriva dal genoma dei denisovani.
Questa è una chiara indicazione che i nostri progenitori sapiensavevano una certa predisposizione a incontrare “l’altro” e a ibridarsi. Non ci fu un completa fusione tra la nostra e le altre specie di ominini presenti in Eurasia. La struttura genetica rimase sostanzialmente distinta. Sostanzialmente, ma non totalmente.
Non sappiamo se quegli incontri riproduttivi siano stati effettivamente incontri d’amore, tra individui consenzienti. Ma furono abbastanza per poter affermare che, con buona probabilità, non furono tutti e sempre frutto di violenza. Di stupri.
Più di recente, alcuni antropologi hanno sostenuto che il fenomeno dell’ibridazione ha caratterizzato la vicenda di Homo sapiensanche in Africa. Anzi secondo alcuni la specie sapienssarebbe il frutto di incontri tra diversi gruppi di ominini migranti, provenienti da molte parti dell’Africa.
Ma la scoperta resa pubblica da Viviane Slon e Svante Pääbo sulla rivista Naturenei giorni scorsi ci offre un ulteriore spaccato della storia degli ominini. Ci parla, per la prima volta,  di un’ibridazione tra gruppi umani che non sono sapiens. Nella fattispecie tra gruppi di Neanderthal provenienti dall’Europa e uomini di Denisova. E il fatto che tracce di questa ibridazione ci siano non solo nella fanciulla morta prematuramente – figlia diretta di una femmina Neanderthal e di un maschio di Denisova – ma anche in suo padre, stanno a indicare che i rapporti non furono sporadici. Ma neppure così frequenti da annullare le diversità genetiche tra i due gruppi. L’ibridazione sembra, dunque, essere una caratteristica di tutto il genere Homo. Un genere i cui membri hanno sia l’attitudine a migrare sia la capacità di non vedere necessariamente un nemico nell’”altro da sé”.
Le recenti scoperta di antropologia, accelerate dagli studi sul genoma, sono ancora controverse.
Ma ormai sono tante da dimostrare che la nostra storia profonda è molto più complessa e meno lineare di quanto non si pensasse anche solo venti anni fa. È una storia, appunto, di migrazioni e di incontri (anche incontri d’amore) con “l’altro”.
Ma questi incontri riproduttivi, capaci di generare a loro volta, prole riproduttiva ci porta necessariamente a dover riconsiderare il concetto biologico di specie. Un concetto che ha molte definizioni. La più pregnante è, probabilmente, quella proposta da Ernst Mayr, grande evoluzionista e filosofo della biologia: due specie sono diverse se l’incontro tra i loro membri non nasce una prole fertile. Il cavallo appartiene a una specie diversa da quella dell’asino, perché da un incrocio tra un cavallo e un asino nasce un individuo (il mulo) che non è fertile.
Ebbene, gli  antropologi hanno finora sempre parlato di specie diverse appartenenti al genere Homo. Così parliamo delle specie habilis, erectus, Neanderthal, sapiens e così via. Ma i risultati delle analisi genetiche di cui abbiamo parlatoci dicono che gli incontri tra individui appartenenti a gruppi umani di Neanderthal, Denisovani e sapiens hanno portato alla nascita di una prole fertile. Ne deriva che il genere Homo non è un insieme di specie, ma un insieme di gruppi umani  diversi sì, ma non troppo. Non abbastanza, in ogni caso, da formare specie (nella definizione di Mayr) diverse.

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